sunny

unoL’auto procede immobile.
Bisogna riuscire ad immaginarla una roba così.
Un tizio sta dentro ad una cosa con quattro ruote che procede occupando posizioni diverse nello spazio, eppure con un’immobilità scenica sottile, che se ti distrai un attimo, te la perdi.

-Questa cazzo di radio-, pensa. E intanto con la mano destra muove la manopola della radio, da una parte e dall’altra. La vecchia Mustang del ’64, offesa, gli vomita dietro qualcosa che in principio era un assolo di Hendrix.
-Le auto sono come le puttane-, glielo diceva sempre, che bastava sganciare e ti ci potevi sedere sopra per fare un giro.
Però alla sua vuole bene. E’ rossa, col tettuccio di plastica bianco che si può pure staccare. L’ha pagata quattro soldi. Il tettuccio è bucato, la pelle dei sedili si è così assottigliata da sembrare, al tatto, praticamente inesistente.
Però, nemmeno un graffio.

Il sole brucia bastardo, le maniche della camicia, arrotolate fino al gomito, sono umide di sudore e, ogni tanto, rilasciano qualche goccia sottile. La pelle avverte la scia che scivola contro il vento caldo, con una sensazione bugiarda, di ristoro.

170 km ad est, J. T. Sullivan tira giù i piedi dalla sua scrivania polverosa coperta di carte e sputa del catarro giallo in un secchio metallico che tiene ai suoi piedi. Il secchio se ne sta lì per evenienze come questa e, ogni volta che viene spostato fa un raschio duro e pesante sul parquet di noce. La stanza è immersa in una penombra morbida. La luce debole della punta del sigaro lasciato a metà, attira una mosca stupida che, ogni volta si avvicina troppo e si ritrae. In una danza pazzesca e noiosa.
Sullivan è stanco. La vorrebbe finire.
Di girare per lo stato con il cappello di feltro marrone e la sua affidabile Smith & Wesson.
Ne hanno viste di cose lui e la sua bambina.
Mentre pensa così, si sfiora la fondina di pelle di vitello con due dita. Il metallo è freddo, ma il tocco è un tocco caldo, come d’amore.

Suonano dal citofono giù in strada, ma Sullivan resta seduto dov’è. Di donare gli spiccioli agli scout o di acquistare qualche nuova diavoleria, ne ha ormai le palle piene.
Non sopporta più la gente.
Per quanto possa essere banale e tipica questa deformazione professionale per uno che fa il lavoro che fa lui, è la verità. Non la sopporta più.
Si tiene lontano da quelli del suo genere, ma soprattutto dal sesso opposto e, più aumenta la distanza tra lui e il resto del mondo, più diminuisce quella stretta al cuore che gli ferma il respiro. Morso di cane. Tenaglia da animale. Nome di donna serpente.

“Il postino”, dice una voce da dietro alla porta, sbattendo le nocche contro il legno rivestito di una lamina verde acido. Sullivan resta alla scrivania, con gli occhi fissi sul mozzicone di sigaro che perde la sua cenere sul fondo. Poi si sente un fruscio, come quando scarti dal mazzo le carte lisce. Immagina il postino piegarsi sulle ginocchia e spingere qualcosa sotto la soglia della porta. Lo vede. Un ragazzo coi capelli rasati bene, magro, le ginocchia appuntite, un brufolo sul mento. Ha questa mania del cazzo, che sente la voce delle persone e se le immagina precise e sputate per come sono. Fa un cenno del capo –Ciao postino- pensa. E si avvicina alla porta.

Sul retro della busta da lettera c’è il suo nome.
Detective J. T. Sullivan
4356 Messue Street Seattle
(Washington)

Solo quando legge il suo indirizzo si chiede come diavolo è finito a vivere in questa topaia, con tutte quelle Avenue che ci sono in giro.
Busta rettangolare, di quelle lunghe. Bianca. Non c’è il mittente. Sa che è un problema.
All’interno della busta c’è un biglietto strappato da un quaderno a quadretti. Sopra c’è scritto solo
“Sembri una giornata di sole June Tail”.
Scrittura ordinata. Sa che è un problema.

Chi c'è al volante delle Mustang?

  • La ex moglie di J. T. Sullivan (21%)
    21
  • S., un uomo che ha un flashback ricorrente (43%)
    43
  • June Tail che ingrana la retro (36%)
    36
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