sunny

Dove eravamo rimasti?

Premesso che già mi mancate tutti ;-( ... Dove la vogliamo fare finire questa storia? In un motel di merda (65%)

dieciSibille percorre il lungo corridoio del Motel Twins. L’alba disegna ombre sottili sulla moquette impolverata che attutisce i passi.

–Camera 131, 132-

Si ferma davanti alla stanza 133. La traghetta d’ottone su cui è inciso il numero è opaca e macchiata in un angolo. Sibille appoggia la mano sulla porta, poi cerca di immaginare cosa fanno le persone che occupano la stanza. Da piccola sedeva per ore sulla panchina del cortile sotto casa a guardare le finestre illuminate delle abitazioni che si affacciavano su quel lato. Le piaceva pensare di infrangere le pareti d’intimità che racchiudono la vita domestica. Così ora, immagina una donna in accappatoio bianco che si spazzola i capelli bagnati davanti allo specchio, mentre il suo uomo legge le ultime notizie su un giornale fresco di stampa.

La solitudine è una specie di cancro. Annidato da qualche parte, estirpato per finta, pronto ad attaccare. L’ha sempre sentita tutta. Nella gola, nello stomaco. Come un’invasione.

-Camera 136, 137. Arrivata-

Inserisce la chiave nella serratura, quella gira male. Allora tira verso di sé la porta dal pomello e riesce a dare l’ultimo scatto.
La stanza è immersa nella penombra. Tutto è esattamente come lo ricordava. Lo specchio basso appeso su un tavolino di ferro. Sul tavolino uno svuota tasche di vetro trasparente. Accanto alla finestra l’armadio con un anta aperta. All’interno si vedono le sue giacche e i vestiti a tinta unita. Sibille richiude la porta d’ingresso alle sue spalle, poi lascia le chiavi nel recipiente di vetro e si volta verso il letto.

-Vieni qui-

La voce di James le procura come un cortocircuito. Qualcosa da qualche parte nel suo petto, si ferma. Lei osserva la sagoma distesa sul letto. Riconosce una posizione vista mille volte. Poi guarda il copriletto sotto a quel corpo disteso. Un lenzuolo di cotone con fiori rosa su uno sfondo giallo. Le sembra squallido.

-Vieni qui-

Sibille si avvicina verso la parte libera del letto. Si siede e si sfila le scarpe lasciandole scomposte sulla moquette morbida. Si distende accanto a James. Per qualche minuto resta immobile ad ascoltare cosa hanno da dirsi due respiri lontani da troppo tempo. Poi James le prende la mano e lei lo lascia fare.

Sibille si proietta fuori dalla stanza e fa il giochino di prima. Immagina la sua camera da fuori, vede un uomo e una donna distesi sul letto, con le gambe leggermente divaricate, che si tengono per mano. Quei due le sembrano un po’ ridicoli e ne sorride.

-Anche noi siamo stati felici-, la mano di James stringe un po’ più forte quella di lei.
-Raccontamelo-
-Ti ricordi quella volta al mare? Abbiamo arrotolato i pantaloni fino ai polpacci e sfidavamo le onde, succhiando un ghiacciolo al limone che scolava da tutte le parti-
-Si-
-Ci siamo guardati in faccia e abbiamo riso per il velo appiccicoso che ci impediva quasi di ridere-

Gli occhi puntati sul soffitto seguono con perizia il contorno di ogni singolo perimetro che la luce filtrante disegna. Alcune bande chiare e scure si alternano fino a piegarsi negli angoli. Sibille si sente protetta da quei fasci di luce, vorrebbe vederli staccarsi dal soffitto e ricoprirla. Dalle caviglie fino al mento.

-Sapevo che saresti venuto a prendermi-
-Sibille, è morto un ragazzo-
Silenzio.
-Perché non sei scappata?-
-L’ho fatto. Perché non mi hai rincorso?-
Silenzio.

Sibille torna ad ascoltare i due respiri distinti che si allacciano sospesi sulle loro teste. Li osserva fare quello che vorrebbe fare lei. Abbracciarsi. Incastrarsi. Confondersi. Poi, sente James lasciargli la mano e lo vede mettersi seduto sul bordo del letto. Osserva la sua schiena quadrata, la camicia sgualcita non le impedisce di riconoscerne le curve.
James si alza e fa il giro andando dalla sua parte. La aiuta a mettersi seduta, raccoglie le scarpe e la aiuta a infilarle. Con dolcezza. Sfiora la caviglia destra della donna, solo con due dita. Poi alza lo sguardo e lo pianta nei suoi occhi neri, senza fine.

-Dobbiamo andare-

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