A blues for the Red Sun

Dove eravamo rimasti?

Cosa trova Kyuss tra i denti della vittima? Evidenti resti di una capsula non disciolta del tutto, contenente qualche sostanza sconosciuta. (50%)

Flashback dall’Inferno

Bekka aveva gli occhi verdi ed un sorriso pazzesco pieno di lentiggini ed un paio di fossette adorabili nelle guance. Capelli rossi e ricci, un corpo sinuoso e regale. Si muoveva con leggerezza e la sua voce era il canto di mille angeli. Che diavolo ci faceva con me era un vero mistero, ma avevo smesso di farmi domande dopo poche settimane, deciso ad assaporare ogni minuto di quei sette anni vissuti con lei.
Ci eravamo conosciuti quando ero un novellino alla DPD, mi era apparsa per puro caso in una fredda mattina d’inverno, io ero di supporto in una semplice giornata di lavoro in cui non avrei dovuto neanche aprire bocca, lei era una ragazza immagine incaricata di rendere meno boriose le mezz’ore spese dai contrinuenti nelle bureau amministrative dell’ottavo livello, il suo compito era sorridere, offrire bevande calde, fornire documentazioni e rendere tutto meno spiacevole. 
Eravamo finiti presto sotto lo stesso tetto, condividendo a manciate contenute ma significative tempo, speranze e tanto altro.
Ricordo perfettamente ancora il momento in cui mi innamorai di lei, era un raro pomeriggio di quelli in cui il fiacco sole illuminava le terrazze dei livelli medi, offrendo luce per circa un’oretta ogni tre mesi, in una porzione di tramonto caldo. I raggi di sole attraversavano la folta chioma rossa e accarezzavano gli occhi verdi di Bekka, regalandomi quella visione che immortalai con una reliquia di antica Fujiroid, una macchina fotografica istantanea di antiquariato ancora funzionante. Quell’immagine sarebbe divenuta il mio incubo ricorrente negli anni, fissato son solo nella chimica della stampa ma anche negli angoli più disperati della mia testa.
Il suo lavoro era semplice e mai pericoloso, mentre il mio mi portava spesso in mezzo alla Daegu più sinistra e problematica, dove ogni tanti fischiavano pallottole a casaccio e situazioni poco piacevoli. Inutile dire che la sua bellezza attirava le attenzioni di moltissimi uomini spesso anche facoltosi ed ogni tanto anche qualche donna, ma il livello sociale fortunatamente era sempre frequentato da individui che sapevano incassare un “No grazie” senza troppe paturnie, e col passare del tempo ne ridevamo ogni volta scommettendo addirittura sulle fantasie dei prossimi approcci. C’era tra noi un legame d’acciaio, fiducia assoluta e complicità che ci rendeva fieri l’uno dell’altra. 
Bekka non era splendida solo per me, tra i tanti ammiratori più o meno insistenti c’era questa figura autorevole che proprio non voleva saperne di accettare quel “no grazie”. 
L’aveva notata anche lui per puro caso ed era capitata sotto il suo sguardo più di una volta, ma diversamente dai tentativi di altri, questi si limitava a fissarla con un penetrante sguardo di ghiaccio senza mai aprire bocca. Quando accadeva Bekka tornava sempre a casa un po’ scossa.
– Quel tipo mi mette i brividi – diceva con espressione sofferente. Io non gli davo peso, ben sapendo che il nostro legame avrebbe potuto resistere a qualsiasi cosa. 
Una sera le capitò un lavoro al Center Teathre del quarto livello, un’occasione più unica che rara, non solo per la parte economica ma anche per la possibilità di guadagnare terreno verso l’alto. Si trattava di presenziare da hostess durante una serata di gala organizzata dal Sole Rosso, organizzazione religiosa in ascesa che anni dopo avrebbe messo radici fortissime non solo in Daegu6. Avevo seguito alcuni spezzoni sui videonetwork, sperando di poter vedere Bekka in TV e magari registrarne il ricordo, ma purtroppo non venne mai inquadrata, del resto era anche meno che una comparsa. Ad essere inquadrato più volte invece fu proprio il personaggio che aveva manifestato il suo interesse per lei, seduto nella seconda fila centrale del teatro, una posizione di rilievo e con la veste ufficiale del Sole Rosso, cosa che lo rese ancora più stronzo ai miei occhi di uomo decisamente geloso. Non avevo nulla contro quella religione all’epoca, ma i fanatici non li ho mai amati. 
Come ogni volta, al termine del suo turno di lavoro tentai di contattarla sul terminale personale, che però risultò essere spento per parecchio tempo e col passare delle ore la mia rabbia iniziò a trasformarsi in preoccupazione prima e disperazione poco dopo.
Naturalmente il terminale non si riaccese mai più e Bekka scomparì nel nulla insieme a qualsiasi prova della sua effettiva esistenza, niente nei registri, tra i documenti, e all’agenzia per cui lavorava nessuno ne sapeva niente, scomparsi anche il conto alla DBank e il contatto personale al suo terminale come se non fosse mai esistito. 
Passai presto dalla psicoterapia alla drogaterapia, affondando me stesso sempre più giù. Qualcuno arrivò addirittura a cercare di convincermi che non fosse mai esistita e che fosse frutto del mio subconscio: stronzate! Avrei potuto mostrare quella foto ma pensai che erano sparite nel nulla prove di un’intera vita, una foto sarebbe durata pochi secondi.
Bekka non c’era più, e io dovevo fare ancora le mie domande

Che fine ha fatto Bekka?

  • Bekka non è effettivamente mai esistita (0%)
    0
  • Bekka è morta, vittima di un capriccio sessuale e fatta sparire (0%)
    0
  • Bekka è ancora viva, prigioniera da qualche parte (100%)
    100
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31 Commenti

  • Noooo, incredibile! Questo racconto è stato scritto dopo 13 anni dall’inizio della storia!
    Piacere di leggere il tuo lavoro, sono un chimico e la fantascienza mi intriga, al momento mi sono incastrato nel Cyberpunk.
    Ho votato per il continuo, è viva.

    Ho guardato il tuo stile fra passato e presente, Al momento il tuo stile è scorrevole e fortemente in prima persona, con un taglio confessionale che rende immediata l’immedesimazione nel protagonista. La narrazione alterna ricordi romantici e dettagli di worldbuilding cyberpunk senza perdere il filo emotivo. Il finale imprime una svolta inquietante, trasformando una storia d’amore in un mistero dal sapore distopico e psicologico.

    Il primo brano è più intimo e malinconico: ti soffermi sui ricordi, sui sentimenti e sulla figura di Bekka, lasciando che il worldbuilding faccia da sfondo alla vicenda. Il ritmo è lento e contemplativo, costruito sulla nostalgia e sul mistero della scomparsa.

    Il secondo, invece, è molto più cinematografico e sensoriale. L’incipit con la goccia cattura subito l’attenzione, la narrazione procede a scatti, con frasi brevi alternate a periodi più lunghi, e trasmette il disorientamento fisico del protagonista. Il lettore viene immerso immediatamente nell’azione anziché nei ricordi.
    Ci vedo un miglioramento di stile.

    A rileggerci!

  • Ciao Tgpits, non so quanti dei tuoi vecchi lettori sono ancora vivi. Io nel 2013 non sapevo nemmeno dell’esistenza di theincipit. Certo un ritmo così, ehm, comodo rischia di scoraggiarli i lettori. Io però sono uno che non si scoraggia facilmente e ho deciso di leggerti e di provare a seguirti. Solo promettimi di provare ad accelerare un po’ (un ritmo giusto, a mio parere, è un episodio ogni 7/10 giorni).
    In merito al racconto ti dico subito che è scritto bene (il che vuol dire che si può fare meglio).
    Lavorare in riduzione aiuterebbe tanto a mio modo di vedere. Trovo che lo stile e la scelta della narrazione in prima siano funzionali all’atmosfera hard-boiled del 3000 che ti eri ripromesso, presumo, di creare.
    Per mio gusto personale non amo molto l’andare oltre la quarta, nemmeno quando il genere lo giustifica.
    Ma è più un problema mio.
    Più che Asimov a me è venuto da pensare a un mix Willeford/Dick.
    Però la penna nel taschino nel 3000 anche no, dai…
    Non so se hai letto qualcosa sul sito di recente, però quello davvero bravo nel genere qui su theincipit è un certo Jaw.
    Non ha racconti in corso al momento ma recuperare qualcosa di suo e, magari approfittarne per elemosinargli un parere, non sarebbe una cattiva idea.
    Io scrivo gialli e ho un racconto in corso.
    Se ti va di passare sei il benvenuto.

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