Il mio nome è…

Dove eravamo rimasti?

Che rapporto c’è tra i due ragazzi? Lavorano insieme... e “l’idiota” non se lo ricorda (50%)

Lei è…L’appartamento di Giorgio è il doppio del mio e la doccia è provvista di ogni comfort. Siamo andati lì dopo quell’improbabile fuga. Sapere dove tenesse la chiave di riserva si è rivelato utile.
Tra sapone e shampoo, beni di prima necessità di cui ho urgente bisogno, immagino le forze dell’ordine attorno al mio vecchio palazzo, mentre intimano di uscire e consegnare la ragazza illesa. Vedo decisamente troppi film. La cosa peggiore che può accadere è un licenziamento in tronco… e forse non sarebbe una cattiva idea. Quella notte avevo superato ogni limite umanamente consentito e l’idea di rivedere Raffaella mi disgusta.
Finita la doccia, rubo dei vestiti da un armadio e ritorno in soggiorno. La t-shirt mi sta stretta e i pantaloni sono troppo corti, ma sono sempre meglio della tuta da giardiniere. Oltretutto, l’attenzione passa subito a lei, intenta a fissare la libreria.
“Si vede che non è casa tua”, dice sovrappensiero.
“Perché i modelli muoiono di fame?”
“No, intendevo per i libri, ce ne sono di intelligenti, non possono essere tuoi”, ribatte sarcastica.
“In realtà io e Giorgio frequentiamo la stessa università, non ne avevamo parlato stanotte?”
Porta l’attenzione su di me; mi squadra da capo a piedi e scoppia a ridere. Una risata talmente spontanea che le fa cambiare espressione. “Lo so, non c’era di meglio nell’armadio…”
“E così…” riprende asciugandosi una lacrima e cercando di riacquistare credibilità, “ti sei ricordato di stanotte. Potevo picchiarti più forte.”
“Se tratti tutti i ragazzi così, diventerai una zitella acida.”
“Hanno proprio ragione, i modelli sono tutti dei cretini!”
Mi getta addosso le chiavi e si dirige verso la porta con passo militare. Se potesse incenerirmi con le parole, a quest’ora sarei un marshmallow fuso sulla fiamma.
Questa volta sono io ad afferrarle un braccio. “Si può sapere perché ti arrabbi tanto? Se stanotte ti ho offeso, mi dispiace! Non ricordo tutto.”
“È vero, non ricordi nemmeno chi sono!”
La fisso sbalordito. Non riesco a collegarla a nessuno.
“Un modello stupido e vecchio!” L’urlo mi entra in testa e subito comprendo.
“La ragazzina del dentista, quella che stavo per investire!”
“Ho ventidue anni.”
“Avevi l’apparecchio sui denti…”
“Appunto, avevo. L’ho tolto.”
Il suo insulto mi era rimasto in testa per tutto il giorno e adesso lei è davanti a me, a pochi centimetri dal mio viso e, di certo, non si tratta della bambina che immaginavo. “Perché mi hai aiutato se mi trovi così stupido e vecchio?”
La ragazza scioglie la presa e riesco a notare una nuova espressione sul suo viso. I capelli le coprono parzialmente la faccia ed evita in tutti i modi il mio sguardo.
“Non è stata la prima volta che ci vedevamo, vero?”
“Sei davvero… davvero…”
È furiosa, talmente arrabbiata che non trova nemmeno un appellativo da darmi… e l’esperienza m’insegna che, quando una donna fa così, è di gran lunga meglio tagliare la corda o scusarsi. Scusarsi è sempre una buona soluzione, anche se la motivazione non è chiara.
“Mi dispiace!”
“Ti dispiace? Cosa ti dispiace esattamente?” Mossa sbagliata. La fuga è impossibile.
Scuote la testa, delusa, e cammina fino al balcone. La luce del sole le inonda il viso e i capelli scuri prendono delle tonalità dorate. Un lampo mi attraversa la testa. “Io ti ho visto prima. Questa luce…”
“Vediamo se il genio ci arriva.”
“Le foto… sei tu, vero?”
“Quali foto”, insiste sostenuta.
“Tu sei la stagista in studio!” Non sembra lei, non è così in studio. Porta i capelli legati, un cappellino in testa e degli occhialoni. Eppure non mi posso sbagliare.
“Bingo!” aggiunge sprezzante.
Mi sento un idiota totale e lei, come se potesse leggerlo dal mio sguardo, sorride compiaciuta.
“Non saprei, forse potresti essere recuperabile, nonostante vecchiaia e stupidità.” Le sorrido di rimando, certo di avere uno sguardo ebete in volto. “Non mi hai detto come ti chiami.”
“Perché dovrei iniziare io? Dillo prima tu.”
Questa ragazza mi piace, non è come per tutte le altre. “Il mio nome è…”

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