I segni dei Dimenticati

Dove eravamo rimasti?

Grande salto nel vuoto, piccolo salto nella storia. Che cosa vedremo nella prossima scena? Un polveroso mezzo in movimento. Rumore di ruote cigolanti... chissà dove sarà diretto, e chi lo guida.. (42%)

Sorrisi e sguardiUna goccia, poi un’altra. I suoni echeggiano nel buio di una grotta, illuminata da fioche luci. Sospiri, bisbigli, voci indistinte. Coltri argentate soffocano i sensi. Segni e bassorilievi ricoprono le pareti. Un enorme complesso di ingranaggi in pietra incombe sulla scena. Incastonato nelle mura, immobile ed eterno. Qualcosa cigola, anche se nulla si muove. Pietra calpestata, passi, legno che scricchiola. Le nebbia d’argento si fa luce, e la grotta svanisce.

Baatar riaprì gli occhi. Si trovava disteso dentro un carro, coperto da pesanti teli. Si muoveva. Istintivamente si controllò: aveva dei lividi, alcuni dolori, ma stava bene. Indossava vestiti asciutti, non suoi. Il salto! Trasalì ricordando l’accaduto. Tra le casse polverose scorse due figure adagiate su sacchi di tela, Sukh e Sarangerel. Erano entrambi vivi, senza ferite. Riposavano. Si soffermò al capezzale di Saran, preso da un senso di angoscia.
Era stata lei a salvarli, con quel misterioso potere. Conosceva i suoi doni, l’intuito infallibile, le visioni di passato e futuro, ma non aveva mai visto nulla del genere. Era preoccupato per lei, per lo sforzo che aveva dovuto compiere. La sua salute era stata sempre cagionevole. Era migliorata quando erano fuggiti e si erano aggregati alla compagnia itinerante. La vecchia Baya riusciva a lenire i sintomi, ma era il massimo che la sua sapienza poteva. E così la malattia tornava, debilitandola e lasciando tutti in terribile ansia.

Le accostò una mano al viso, sfiorandole la pelle candida. I lunghi capelli corvini le contornavano il viso, leggeri. Gli occhi erano chiusi, sereni. Occhi sorridenti. Baatar rise, ricordando quando gliel’aveva detto. Ripensò a quello che c’era stato, al legame che ancora li univa. Ma che ora era cambiato. Era stato giusto così, per entrambi. Senza pensare accostò il viso al suo. Rimase alcuni istanti a guardarla trasognato, avvicinandosi piano. Una risatina strozzata alle sue spalle lo gelò.

Sukh si era ripreso e sbirciava la scena da vicino. L’espressione era divertita e canzonatoria, colma di infantile crudeltà.
“Controllavo che respirasse bene!”, si giustificò facendo un piccolo balzo indietro, avvampando per l’imbarazzo. “Hai visto che ha fatto, no? Prima ci ha protetto con quella magia, poi ci ha detto di saltare…”
Sukh a quel punto lo interruppe. Indicò lei, la bocca, poi fece “no”.
“Non l’ha detto?”
Il ragazzino annuì. Portò un dito alla testa, indicandola. Baatar la guardò sorpreso. “Anche questo ora, Saran?”.

Si scosse, tornando alla realtà.
“Ora pensiamo a capire dove siamo, e che ci è successo.”
Entrambi ricordavano il salto, l’acqua del fiume, il doloroso dimenarsi per resistere alla corrente. Poi niente. Qualcuno li aveva salvati, era evidente. Ma che intenzioni avevano? E dov’era Maive?

Con circospezione scostarono i teli. Il paesaggio era montuoso, con distese di roccia chiara alternata a fitti boschi. Si trovavano ancora nella penisola del Moetan, landa di impervi altopiani. Erano nell’anello esterno, più pianeggiante, dove si concentravano le tratte e i villaggi. Oltre al loro c’erano altri due carri, e alcuni individui a cavallo li seguivano. Erano imperiali come loro, quasi tutti discendenti dei nomadi del Sidfel. Tali carovane erano comuni in questa zona. La forte influenza del vicino popolo elfico, da sempre egemonico, soffocava le possibilità di crescita, e la gente combatteva la povertà scambiando le poche risorse disponibili. Anche lo schiavismo non era raro: alcuni imperiali facevano lavorare propri simili in condizioni terribili, sfruttandoli e rivendendoli, si diceva anche ad elfi.

Il carro si fermò di colpo. Rimasero in attesa, finché non scorsero tra le stoffe una figura familiare. Era Maive, che discuteva con due persone scese da un carro. Un anziano piccolo e dall’aria mite, e una ragazza dai vistosi capelli rossi, ricci. La riconobbero: era Edenè. Era la prima volta che ritrovavano altri dell’orfanotrofio, dopo l’attacco dei cultisti.

I ragazzi sono salvi e di nuovo insieme, ed ora si trovano in compagnia. Cosa succederà, e come reagiranno?

  • Una vecchia amica ritrovata, che colpo di fortuna! Decidono di unirsi alla carovana, offrendo favori, fino a quando non avranno deciso cosa fare. (25%)
    25
  • Qualcosa li fa sospettare, ma sembrano brave persone. Si faranno accompagnare al prossimo centro abitato cercando di lasciarli senza creare agitazioni. (56%)
    56
  • Qualcosa di grave compromette la situazione. Decidono di lasciare la carovana il prima possibile, meglio se di nascosto. (19%)
    19
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266 Commenti

    • Ti ringrazio molto, non sai quanto mi fa piacere vedere che il mio racconto è ancora letto pur essendo chiuso. E ovviamente mi fa piacere anche sapere che hai apprezzato le descrizioni, a mio avviso fondamentali soprattutto nel fantasy.. certo non è sempre facile conciliarle con il poco spazio!

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