I segni dei Dimenticati

Dove eravamo rimasti?

I ragazzi sono salvi e di nuovo insieme, ed ora si trovano in compagnia. Cosa succederà, e come reagiranno? Qualcosa li fa sospettare, ma sembrano brave persone. Si faranno accompagnare al prossimo centro abitato cercando di lasciarli senza creare agitazioni. (56%)

Libertà“Non è stato facile per nessuno.”
“Voi almeno non eravate soli.”

Edenè e Baatar avevano circa la stessa età, ed entrambi portavano i segni di una vita dura. La ragazza e il gruppo si erano ritrovati, avevano parlato delle proprie esperienze e storie. Ma qualcosa di impalpabile e doloroso aleggiava tra loro, tenendoli a distanza.

“Una ragazzina da sola, senza nulla… Non puoi realmente capire.”
Lo guardò con intensità. “Noi siamo uguali, Khenebish. Abbiamo il coraggio di prendere ciò che ci spetta, che ci è stato negato.”
“Ci sono dei limiti, Edenè.”
“La tua amata libertà ha un prezzo. Alto. Puoi fingere, ma sai qual è il nostro posto.”

Lui non rispose. Ricordava le avventure con lei: i furti e le truffe, le fughe dalle guardie. Però c’erano anche episodi dolorosi, di violenza ricevuta e inflitta. Le sorrise, senza pensarci troppo.
“Ora mi chiamo Baatar.”

Da giorni la carovana avanzava placidamente. Saran aveva ripreso conoscenza, anche se era ancora debole. I ragazzi erano stati trovati tutti insieme, privi di sensi, in un’ansa del fiume Kerin. Nessuno di loro ricordava come si fossero salvati. Il vecchio Arif gli aveva proposto di unirsi a loro, e tutti erano molto premurosi. Potevano essere utili ed erano abituati a viaggiare, aveva detto. Non era un trattamento usuale e troppo restava inspiegato. Inoltre le loro armi non erano state ritrovate. Decisero di fingere di accettare, per dileguarsi poi appena possibile. L’occasione giunse presto.

La carovana giunse nei pressi di una città che si ergeva sul dorso di una scogliera rocciosa, scivolando quasi a picco verso il mare: era Demaz, la Conchiglia. Importante snodo commerciale, era stata costruita su dei terrazzamenti e costruzioni preesistenti, si diceva molto antichi. Ripide strade e scalinate collegavano i quartieri, giungendo fino al mare.
Nella notte i ragazzi lasciarono il campo e si intrufolarono in città. La loro prima intenzione era quella di trovare un nascondiglio. Le strade erano buie e silenti, tranne per le flebili luci e gli schiamazzi ovattati delle locande. Si stavano dirigendo verso la zona dei moli, le Terrazze Basse, quando una voce li chiamò. Edenè li aveva seguiti di nascosto, intuendo le loro intenzioni.
“Voglio venire con voi!”

I quattro erano incerti. Non potevano fidarsi del tutto, ma se fosse stata onesta? Baatar intervenne a suo favore. Voleva darle una possibilità. Maive e Sukh acconsentirono, Saran non disse nulla. Ripresero la marcia, evitando di dare ancora nell’occhio, fino a giungere in una piccola piazza. Qui gli edifici erano fatiscenti, ammassati, e rendevano i vicoli quasi opprimenti.
Si fermarono solo qualche istante, incerti sulla direzione, quando delle parole in una lingua sconosciuta risuonarono nel buio. Dal terreno emersero dei rampicanti che crebbero rapidamente, imprigionandoli in una vera e propria gabbia. Solo Baatar riuscì a reagire per tempo, gettandosi attraverso i rovi. Le spine gli lacerarono la carne, ma era fuori.
Si guardò intorno attentamente. Alcuni armati vigilavano gli accessi alla piazza, e tra le ombre emersero altre figure: un armigero dalla grossa stazza, un tipo esile colmo di strani orpelli e una figura più piccola, curva. Non lo riconobbe subito a causa delle vesti opulenti, ma era il vecchio Arif! Dietro di lui, come corvi appollaiati, due familiari figure incappucciate. E in tutto questo, Edenè era sparita. La via sbarrata, gli amici in trappola, lui da solo e disarmato. Cosa poteva fare?

Un sibilo crescente squarciò la notte.
Dopo aver tracciato un’ampia parabola nel cielo, una lama si conficcò ai piedi del ragazzo. Era bianca e flessuosa, con una strana impugnatura fatta di ossa, raffinata.
Baatar la raccolse, senza pensarci troppo.
Portò l’elsa di fronte al viso, la lama a coprire l’occhio sinistro. Il saluto della Gurikàn, l’antica arte di spada dei guerrieri nomadi. Sulla mano che impugnava l’arma splendeva lo stesso segno di Saran.

“La libertà ha un prezzo.”

C'è un barlume di speranza, ma la situazione è disperata (ancora!). Cosa può fare Baatar, come può uscirne? La coperta è corta!

  • Prende tempo e studia la situazione. Le spade non piovono dal cielo, il benefattore si farà vivo. Forse no. Ma anche gli avversari muoveranno.. (65%)
    65
  • Si avventa sui nemici! Su quale prima, però? E gli amici potrebbero essere presi come ostaggio, o feriti... (15%)
    15
  • Cerca di liberare i suoi amici. Però sono disarmati, e volgerebbe il fianco agli avversari.. (20%)
    20
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266 Commenti

    • Ti ringrazio molto, non sai quanto mi fa piacere vedere che il mio racconto è ancora letto pur essendo chiuso. E ovviamente mi fa piacere anche sapere che hai apprezzato le descrizioni, a mio avviso fondamentali soprattutto nel fantasy.. certo non è sempre facile conciliarle con il poco spazio!

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