Il figlio unico

Cereali per cena«Polpettone?»
«Cereali.»
«Spaghetti?»
«Cereali.»
«Pollo fritto?»
«Cereali. Voglio solo i cereali.»
«Latte freddo o caldo?»
«Solo i cereali. Ho detto. I miei Fairy’s» scandisce.
Non si dovrebbe mai dire di una sorella, ma io Abigail non l’ho mai sopportata. Quando mia madre mi disse che sarebbe arrivata, avevo diciannove anni e speravo che la sua pancia gonfia fosse per le torte che mangiava invece di modellarle in pasticceria. Non ho mai voluto una sorellina, neanche un fratellino, ora che ci penso. Credo di essere uno di quei figli unici a cui piace “vincere facile”. Questo, almeno finché “ero” un figlio unico. Invece adesso mi ritrovo a versare dei cereali in una ciotola per una bambina di otto anni, quando la madre, quella che l’ha “fortemente voluta” prepara torte sul digitale terrestre, con mio padre, per il programma televisivo “Pasta di zucchero per due”.
Abigail si è rivelata essere “davvero” la sorellina che mai avrei voluto. Viziata, vanitosa e volubile. E ho detto solo i difetti con la “V”. Ne avrei almeno un paio con ogni lettera dell’alfabeto.
Mentre lei cresceva, io terminavo i miei studi di Archeologia e facevo di tutto per andare a spazzolare reperti nei siti più reconditi. Ma la carriera dei miei genitori decollava fino al picco massimo al quale ogni chef che “non” si rispetti possa aspirare: la televisione.
Così, mentre le ore di registrazione del programma “I Love Cake Design” – diventato l’anno successivo “Pasta di zucchero per due” – si moltiplicavano, le mie di archeologo diminuivano, per lasciare il posto a quelle di baby sitter.
Se almeno Abigail avesse avuto interessi più pragmatici delle fatine, avrei potuto insegnarle qualcosa, ma a lei dei vasi antichi e delle sculture non interessava un bel niente; proprio come a me, dei magici mondi dove tutti i problemi si risolvevano con un tocco di bacchetta e una polverina scintillante, interessava una bella zero spaccato.
Da qualche mese aveva un’amica immaginaria, Lorelie la chiamava, e per me badarla era diventato più facile. Passava ore in cameretta con lei a sfogliare libri e a discutere animatamente. Mia madre si era preoccupata e mi aveva chiesto di starle dietro, provare a staccarla da quella fantasia, ma, lo ammetto, ci ho provato con molta poca convinzione.

«Abigail, gli amici immaginari non esistono»
«Lorelie dice che neanche tu esisti»
«Lorelie ha ragione».
E me ne sono andato.

Se solo Lorelie sapesse cucinare, avrei potuto raggiungere il karma degli ex figli unici: ignorare l’esistenza di un fratello minore. Ma l’amica immaginaria mangiava cereali a scrocco e usava il bagno prima di me. Non spegneva le luci quando usciva da una stanza, si svegliava per prima e andava a letto per ultima.
«Sono troppo pochi» lamenta Abigail.
«Sono finiti» rispondo seccato.
«Be’, valli a comprare» ordina lei imperiosa.
Sto per rovesciarle la ciotola in testa, ma è semivuota, non avrebbe un effetto sufficientemente comico e poi sto morendo dalla voglia di fare due passi. Lascio la scatola sul tavolo e prendo la giacca e le chiavi della macchina.
«Non vorrai mica lasciarmi qui! Da sola!» esplode lei.
«Non c’è Lorelie con te?» chiedo sarcastico e anche un po’ speranzoso.
«Sì che c’è. Ha detto che viene anche lei».
Io mi immobilizzo. Davanti a me il mogano liscio e sofisticato del portoncino d’uscita. Potrei spalancare la porta e chiuderla a chiave, ignorando quella vocina. Oppure potrei contare fino a dieci – magari fino a venti – e portarla con me.
Se fossi stato figlio unico, neanche ci sarebbe stata questa alternativa.

Magnus porterà con sè Abigail al supermercato?

  • Sì, ma senza Lorelie. (6%)
    6
  • Scappa via e la chiude dentro. (12%)
    12
  • Sì. Controvoglia. (82%)
    82
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