L’ospedale abbandonato

Dove eravamo rimasti?

Qualcosa si è risvegliato nell'ospedale, cosa succederà ai nostri amici? (potete dire la vostra) Raggiungiamo Alice (47%)

Senso di vuotoL’urlo di Sam riecheggiò in tutto l’edificio. Era a terra, infreddolita, tremante, ma completamente vestita; solo le scarpe erano slacciate. Accanto a lei la videocamera, ancora in funzione, riprendeva la vuota e buia sala operatoria.

“Questo posto non è poi così male” pensò Alice, sedendosi sul primo gradino dell’imponente scalinata. La torcia era ormai scarica, ma il cellulare forniva abbastanza luce per guardarsi in torno.
Quella zona dell’ospedale, per lei, era ancora inesplorata. Sembrava meno pulita della precedente e presentava tutti i segni di un allagamento.
“Si sta così bene in silenzio, senza nessuno che dipenda da te o ti faccia domande stupide”, rifletté sospirando, quando d’improvviso, un tintinnio metallico alle sue spalle la fece scattare in piedi. Sembrava proprio che un piccolo oggetto fosse caduto per le scale, rimbalzando sui gradini, fino a raggiungerla.
Nei minuti successivi Alice aveva fatto le scale tre volte, ma di oggetti che potessero aver prodotto quel rumore, nemmeno l’ombra. C’era solo qualche calcinaccio, qualche grosso insetto morto, ormai rinsecchito e una bomboletta spray abbandonata dai visitatori precedenti.
Si era quasi stufata quando una nuova folata di vento, colpendola in pieno volto, la fece indietreggiare.
«Da dove arriva l’aria? Non ci sono finestre qui!» disse infastidita, mentre il tacco della sua scarpa urtava un qualcosa di duro e tintinnate.
«Bingo!» esclamò, liberando da una fessura una chiave arrugginita.
“Questa dev’essere proprio vecchia” pensò.
«La cosa si fa interessante, ora non mi resta altro da fare che trovare la serratura giusta», aggiunse, ricominciando a salire i gradini.
Dopo poco però, si rese conto che la scala era più alta e ripida di quando aveva iniziato la salita, i gradini sembravano moltiplicarsi e il primo piano era sempre più distante.
«Ma che diavolo succede?» disse, appoggiandosi al muro per riprendere fiato.
«Quante scale ho fatto?» si chiese affacciandosi al mancorrente, ma guardando di sotto non poteva credere ai suoi occhi. Le rampe di scale erano tante, troppe, tutte uguali.
«Com’è possibile? Come mai non riesco a vedere la fine? Dov’è finito il piano terra?» iniziò a domandarsi con voce tremante, mentre l’eco delle sue parole rimbombava nella tromba delle scale.
Ogni secondo l’eco era sempre più potente e le esclamazioni continuavano a moltiplicarsi, con suoni sempre più striduli e inquietanti. Sembrava un’inquietante cantilena, non sembrava più la sia voce, ma quella di qualcuno che la prendeva in giro imitandola.
«Adesso, basta!» urlò Alice iniziando a correre, ma la corsa sfrenata finì, come il suo fiato, dopo pochi minuti.
“Non è possibile, mi sembra di non essermi mossa affatto!” pensò guardandosi nuovamente attorno.
Si sentiva smarrita e sola, sensazioni a cui era abituata ormai da molti anni.
“Non adesso ti prego, non adesso” iniziò a ripetersi, mentre la gola iniziava a chiudersi e l’aria a mancare. “Un altro attacco no, non ho la bomboletta!” realizzò lei provando a fare dei respiri profondi.
La mente vagava e lei era sempre più triste e più rancorosa “Questa è tutta colpa loro, non gli bastavo io? Da quando è arrivato lui è andato tutto a rotoli! Non mi hanno nemmeno chiamata oggi, non sanno dove sono e non gli interessa! Bene, nemmeno a me interessa più niente di loro”.
«Andate al diavolo, a casa non ci torno» disse accasciandosi contro il muro, mentre una lacrima le solcava il viso.
«CRACK!» uno scricchiolio fortissimo proprio dietro la sua schiena la riportò alla realtà e prima che potesse accorgersene cadde all’indietro.
Il muro aveva rivelato una stanza segreta.
Li, il tempo sembrava essersi fermato. Nulla dava l’idea di trovarsi in un ospedale, con quella carta da parati damascata sui toni del rosso, la grossa scrivania in legno d’acero, i grandi bauli portaoggetti e il sontuoso letto a baldacchino al centro della stanza. Alice era stupita ma almeno ora, riusciva nuovamente a respirare.

Siamo ad una svolta: nella stanza ci sono degli indizi che rivelano cosa è successo nell'ospedale. (Potete decidere cosa apre la chiave ritrovata da Alice e cosa scopre la ragazza)

  • La chiave non apre nulla, servirà più avanti, ma ci sono comunque delle rivelazioni sull'ospedale ( ditemi quali) (32%)
    32
  • Apre un baule pieno di vestiti femminili e..(ditemi dentro cosa trova Alice e cosa scopre di rilevante sull'ospedale) (18%)
    18
  • Apre un cassetto della scrivania pieno di ritagli di giornale ( ditemi cosa c'è scritto di rilevante sull'ospedale) (50%)
    50
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140 Commenti

  • ritaglio riguardo l’ ospedale ovviamente… chiuso anni fa per un’ indagine non meglio definita…qualcuno parlò all’ epoca di esperimenti atroci sui pazienti…cose disumane…

    (ottima storia…funziona…angosciante…accorcia il respiro..)

  • Ciao Federica,
    finalmente sono riuscito, come promesso, a passare a leggere il tuo racconto.
    Mi piace la cura con la quale lo hai scritto. La storia è inquietante e mi ricorda, per certi versi (non è una critica), sia “I fantasmi di Bedlam” che “1921- il mistero di Roockford” . Ci sono un paio di passaggi, in questo ultimo capitolo , nei quali ho trovato superfluo dare voce ai pensieri di Alice sotto forma di dialogo, ma è mero gusto personale.
    Insomma, ti seguo: voglio proprio vedere cosa succede.
    Ps secondo me trova i ritagli di giornale nel cassetto e parlano di misteriose scomparse legate all’ospedale.

    • Ciao Mario, grazie per essere passato. “I fantasmi di Bedlam” non lo conosco ma mi documenterò preso dato che questo genere mi piace molto 😉 Mentre “il mistero di Roockford” lo ricordo come un bel film, quindi ti ringrazio molto per il paragone!
      Sto cercando, invece di raccontare le cose con la voce del narratore, di far vedere con gli occhi dei personaggi, cosa accade ecco il perché di tanti dialoghi/pensieri di Alice… quali sono quelli che avresti tolto? Così magari ci rifletto su 😉

      • Anche io l’ho molto apprezzato, soprattutto perché fino alla fine non c’è modo di capire se sia tutto vero o no.
        La parte che trasformerei in narrazione è questa
        “Questa dev’essere proprio vecchia” pensò. «La cosa si fa interessante, ora non mi resta altro da fare che trovare la serratura giusta», aggiunse, ricominciando a salire i gradini. Dopo poco però, si rese conto che la scala era più alta e ripida di quando aveva iniziato la salita, i gradini sembravano moltiplicarsi e il primo piano era sempre più distante. «Ma che diavolo succede?» disse, appoggiandosi al muro per riprendere fiato. «Quante scale ho fatto?» si chiese affacciandosi al mancorrente, ma guardando di sotto non poteva credere ai suoi occhi. Le rampe di scale erano tante, troppe, tutte uguali. «Com’è possibile? Come mai non riesco a vedere la fine? Dov’è finito il piano terra?» iniziò a domandarsi con voce tremante, mentre l’eco delle sue parole rimbombava nella tromba delle scale.
        Però, ripeto, non è un discorso basato su una scelta stilistica: è solo una questione di gusto mio personale

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