L’ospedale abbandonato

The Scariest Place on EarthSam, quattordici anni, capelli rasati da un lato, ciuffo scompigliato dall’altro e sguardo spento, aveva appena finito di scaricare sul suo smartphone una puntata di “The Scariest Place on Earth”. Il giorno prima, durante la lezione di atletica, si era nascosta in bagno a fumare, così aveva sentito alcune ragazze parlare di quello show come se fosse terrorizzante. La trama era semplice: posti infestati in cui un gruppo di persone, veniva abbandonato per una notte e costretto a confrontarsi con l’ignoto, tutto sotto l’occhio di migliaia di spettatori; insomma, una vera goduria per un’amante dell’horror come lei.

Aveva iniziato ad appassionarsi a questo genere poco tempo prima, quando aveva visto in televisione “Poltergeist” e da quel momento, l’horror era il suo pane quotidiano. I suoi genitori non erano entusiasti di questa sua passione specialmente perché il suo look si era adeguato ai suoi gusti. Temevano che, usare tutte quelle borchie e vestirsi sempre “come una strega”, come dicevano a bassa voce quando Sam non sentiva, potesse avere delle ripercussioni sulla sua vita sociale. Invitando un amico psicologo a cena, capirono il vero problema e si rincuorarono:
«Ragazzi, mi dispiace dirvelo» iniziò il professore con tono serio «vostra figlia è affetta da una “patologia” da cui non c’è scampo» fece una lunga pausa e poi aggiunse «è diventata un’adolescente, rilassatevi idioti!»

L’estate era alle porte e quel giorno Sam mise una canotta nera, dei pantaloncini di jeans e i soliti logori anfibi per uscire e raggiungere la sua amica Alice.
L’amica era una quindicenne scontrosa e poco avvezza alle relazioni sociali, bocciata a causa della condotta l’anno precedente, si era ritrovata nella classe di Sam e avevano subito legato diventando inseparabili.
La casa di Alice era la più bella e bianca della strada, con un ampio porticato e un giardino sempre curato. All’esterno era proprio uguale a quella delle pubblicità ma dentro era decisamente in disordine. Niente torte lasciate a raffreddare sulla finestra e niente cene in famiglia poiché entrambi i genitori erano avvocati, gente sempre troppo impegnata e arrabbiata per pulire, cucinare o peggio, parlare con i propri figli.

«Decisamente stupido» disse Sam dopo aver visto lo show, «non succede nulla e non fa paura nemmeno un po’» aggiunse accendendosi una sigaretta.
«Veramente una porcata» concordò Alice, «giusto quelle oche delle cheerleader potevano spaventarsi».
«Non è stato tanto male» disse Elias, il fratellino di Alice, sbucando da dietro la tenda.
«Non è possibile, ti ho detto mille volte di non starci intorno!» Lo bloccò subito Alice innervosita, «quando non c’è la baby sitter, devi stare in camera tua, se sta notte hai paura io, non vengo a consolarti!».
«Smettila di trattarmi come un bambino, ho nove anni!» rispose Elias.
«Ok, la cosa la risolviamo a modo mio», li incalzò Sam, «il ragazzino dice di essere grande? Mettiamolo alla prova» e aggiunse, «se ci racconta una storia che fa veramente paura, è dei nostri».
«Bene» disse Elias iniziando a raccontare, «avete mai sentito parlare del vecchio ospedale di Greenweek? E’ alla periferia della città ed è abbandonato. Il padre di un mio amico, che ha un’impresa di disinfestazione, ha dovuto fare un sopralluogo pochi giorni fa a causa di un’infestazione di ratti in città. Tutti pensavano, che venissero da li, ma quando sono entrati niente, anzi, tutto era molto più pulito di quanto si aspettassero».
«Basta, mi sono già annoiata» lo interruppe Alice sbuffando.
«Aspetta che il bello deve ancora venire» protestò Elias continuando con la storia, «durante la perlustrazione uno degli operai si è perso e ci hanno impiegato un’ora per ritrovarlo. Era svenuto, in un angolo e con i capelli tutti bianchi. Han detto che ha avuto un infarto. Ma io non ci credo, secondo me ha visto un fantasma!»
«Ok te lo concedo» disse Sam, «questa cosa non fa proprio paura ma è interessante. Anzi, mi è venuta proprio voglia di vedere questo posto!»

Cosa decidono di fare i ragazzi?

  • Tutti e tre decidono di andare in spedizione, proprio come i "Ghost Hunters" (73%)
    73
  • Sam va da sola a visitare l'ospedale, perché Alice non vuole portare Elias ma non può lasciarlo da solo a casa (27%)
    27
  • Tutte fandonie, cerchiamo qualcosa di meglio da fare (0%)
    0
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140 Commenti

  • ritaglio riguardo l’ ospedale ovviamente… chiuso anni fa per un’ indagine non meglio definita…qualcuno parlò all’ epoca di esperimenti atroci sui pazienti…cose disumane…

    (ottima storia…funziona…angosciante…accorcia il respiro..)

  • Ciao Federica,
    finalmente sono riuscito, come promesso, a passare a leggere il tuo racconto.
    Mi piace la cura con la quale lo hai scritto. La storia è inquietante e mi ricorda, per certi versi (non è una critica), sia “I fantasmi di Bedlam” che “1921- il mistero di Roockford” . Ci sono un paio di passaggi, in questo ultimo capitolo , nei quali ho trovato superfluo dare voce ai pensieri di Alice sotto forma di dialogo, ma è mero gusto personale.
    Insomma, ti seguo: voglio proprio vedere cosa succede.
    Ps secondo me trova i ritagli di giornale nel cassetto e parlano di misteriose scomparse legate all’ospedale.

    • Ciao Mario, grazie per essere passato. “I fantasmi di Bedlam” non lo conosco ma mi documenterò preso dato che questo genere mi piace molto 😉 Mentre “il mistero di Roockford” lo ricordo come un bel film, quindi ti ringrazio molto per il paragone!
      Sto cercando, invece di raccontare le cose con la voce del narratore, di far vedere con gli occhi dei personaggi, cosa accade ecco il perché di tanti dialoghi/pensieri di Alice… quali sono quelli che avresti tolto? Così magari ci rifletto su 😉

      • Anche io l’ho molto apprezzato, soprattutto perché fino alla fine non c’è modo di capire se sia tutto vero o no.
        La parte che trasformerei in narrazione è questa
        “Questa dev’essere proprio vecchia” pensò. «La cosa si fa interessante, ora non mi resta altro da fare che trovare la serratura giusta», aggiunse, ricominciando a salire i gradini. Dopo poco però, si rese conto che la scala era più alta e ripida di quando aveva iniziato la salita, i gradini sembravano moltiplicarsi e il primo piano era sempre più distante. «Ma che diavolo succede?» disse, appoggiandosi al muro per riprendere fiato. «Quante scale ho fatto?» si chiese affacciandosi al mancorrente, ma guardando di sotto non poteva credere ai suoi occhi. Le rampe di scale erano tante, troppe, tutte uguali. «Com’è possibile? Come mai non riesco a vedere la fine? Dov’è finito il piano terra?» iniziò a domandarsi con voce tremante, mentre l’eco delle sue parole rimbombava nella tromba delle scale.
        Però, ripeto, non è un discorso basato su una scelta stilistica: è solo una questione di gusto mio personale

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