Cose che a volte capitano

Dove eravamo rimasti?

Signore e signori, stavolta abbiamo scherzato ma la fine di tutto è... Ci sarà un ultimo colpo di scena? riguarderà chi? Nonna Maria, ancora lei (53%)

Ogni cosa finisceIl padre e la madre di Sasà avevano deciso di regalarsi un viaggio in occasione del loro anniversario di matrimonio. L’ultimo sabato di novembre, di pomeriggio, Sasà si ritrovò insieme ai genitori nell’agenzia di viaggi di piazza delle Medaglie d’oro. Al ragazzo era stata offerta l’opzione di partecipare al viaggio se la meta prescelta fosse stata di suo gradimento.
La signora dell’agenzia era molto gentile e aveva messo sulla scrivania decine di dépliant. Sasà non partecipava alla discussione, pensava ad altro, a nulla di particolare ma, comunque, ad altro. All’improvviso sentì quel maledetto ‘clac’. Il varco nella sua mente si era aperto e quel pensiero non suo stava scacciando ogni altro pensiero.
Stavolta l’interferenza era fortissima, di origine indistinta eppure insopportabile. Si guardò intorno come a cercarne la causa. Aveva l’aria di chi si fosse appena reso conto di avere perso qualcosa d’importante e stesse disperatamente cercandola. Fuori era già buio. La piazza era animata come ogni sabato pomeriggio. Non stava accadendo niente, lì. Poi, all’improvviso, capì.
«Dobbiamo correre a casa» gridò.
«Non cominciare a dare di matto» gli disse di rimando il padre, a bassa voce.
«Ti dico che dobbiamo andare a casa» gridò Sasà più forte.
«Se hai tanta fretta, vacci da solo»
L’urlo di Sasà fu animalesco. Con uno scatto improvviso, con un braccio spazzò via dalla scrivania i dépliant, facendoli volare tutt’intorno, tra la sorpresa dei presenti.
«Scusatemi» disse il padre, calandosi a raccogliere le carte «Ho un figlio pazzo da legare».

Nonna Maria era riversa sul pavimento della cucina. Cadendo aveva battuto la tempia sull’angolo del piano in marmo del tavolo. Un rivolo di sangue ancora fresco stava allungandosi sul pavimento. L’ambulanza arrivò in dieci minuti.
«Menomale che siete rientrati» disse il dottore «Avete fatto appena in tempo».

Nonna Maria soffriva di osteoporosi e di diabete. Il femore sinistro si era fratturato, provocando la caduta. La ferita lacerocontusa alla tempia si rivelò, per fortuna, meno grave del previsto. Purtroppo, a seguito del trauma subentrò il coma glicemico, reversibile, a parere dei medici.
Sasà, all’uscita da scuola, andava sempre all’Ospedale Cardarelli dalla nonna. Quel giorno, lui era lì. Era appena arrivato e il padre aveva esclamato «Qui c’è pure Sasà».
In quel momento, come in risposta a quell’affermazione, nonna Maria aveva riaperto gli occhi.
«Sasà mio» aveva sussurrato e grosse lacrime le avevano solcato le guance.

Il “dono” non c’era più. Sasà non capiva come potesse essere accaduto ma era certo che non avrebbe mai più avuto quelle strane percezioni. Era come se il mondo intorno a lui fosse diventato all’improvviso più silenzioso. Si sentiva più libero, finalmente.

Il 7 dicembre, alla fine delle lezioni, Sasà chiese al professor Fornabaio se poteva dargli un passaggio in auto fino al Cardarelli. Pioveva a dirotto e non gli andava di aspettare l’autobus che, con quel tempaccio, avrebbe tardato chissà quanto. Fornabaio abitava ai Colli Aminei e doveva necessariamente passare davanti al Cardarelli per tornare a casa.
«Sali» gli disse semplicemente il professore, che era un tipo scorbutico.
Non scambiarono neanche una parola fino all’arrivo. Fornabaio, noncurante della pioggia battente, lasciò il ragazzo dal lato opposto del piazzale. Sasà tirò su il giubbotto, nel tentativo di ripararsi, mentre l’auto del professore si allontanava velocemente. Seguendola con la coda dell’occhio, attraversò la strada sovrappensiero.
L’autobus arancione della linea 109 era enorme. Almeno così sembrò a lui che, a quattordici anni, era ancora uno scricciolo. Lo vide solo all’ultimo momento, troppo tardi.

Camminava in un campo di piccoli fiori gialli, immenso. C’era un silenzio irreale e una luce intensa. Poi quella luce bianchissima, in fondo, cominciò a girare come in un gorgo. Girò sempre più veloce, per un po’.

‘Clac’. Buio.

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284 Commenti

      • Non l’ho lasciato, l’ho solo sospeso. O meglio rimandato: speravo in questi giorni di concludere, ma si sono aggiunti altri impegni più urgenti; allora per il momento mi limito a recuperare i racconti che intanto sono andati avanti (e che richiedono un po’ meno tempo) 😉
        Spero che quando pubblicherò l’ultimo capitolo vorrai darmi il tuo feed back 😀

  • Di solito nelle vicende in cui il progonista riceve “il dono” alla fine, quando i fili si sono annodati, i poteri si dissolvono e chi ha vissuto questa particolare esperienza ripiomba inesorabilmente nella grigia quotidianità. Forse tu non hai voluto riportare il personaggio alla sua vita “normale” e hai preferito piuttosto porre fine alla sua esistenza… finale molto triste, ma è una delle soluzioni più plausibili, in contesti del genere. Ti aspettiamo per la prossima storia, nel frattempo spero continuerai con la tua opera censoria, che sicuramente ci renderà migliori! 😉

  • Eccoci, non mi era comparsa la notifica dell’ultimo episodio. 🙁
    Questo finale me lo immaginavo, nel senso che sotto sotto speravo finisse così: è la conclusione migliore, non triste ma poetica e delicata, come Sasà. E coi “piccoli fiori gialli” scende la lacrimuccia.

  • Complimenti davvero. Il finale più azzeccato, ma che nessuno pensava. Sei riuscito a spiazzare con la semplicità. Triste, molto triste, ma bello, molto bello.

    Non ti chiedo “a quando la prossima storia” perché mi scocciava quando tutti me lo chiedevano, nonostante io avessi detto stop per un po’. Spero che almeno in veste di lettore/commentatore resterai. Se poi ti tornerà la voglia, noi saremo contenti.

  • Tu l’hai data a bere un po’ a tutti quanti. Tu sei un professionista assoldato da theincipit per farci credere che gli ingegneri quattrocchi scrivono meglio di noi.
    Ti farà un po’ male, ma è uno dei più bei racconti che ho letto su questo sito.
    In omaggio farò di te un eroe… viste le ultime proiezioni.

    • Che onore, maestro, ricevere un simile commento da parte tua. Mi costringi così a interrompere il silenzio… Smentisco la teoria complottista (anche THe iNCIPIT non sa chi sono).
      E grazie anche agli altri commentatori. Non vi perdo di vista, sarò solo più discreto e silenzioso.

  • Mi chiedevo come avresti gestito la cesura fra le icone autobiografiche e i giochi letterari, che nel finale, doveva per forza emergere.
    Con delicatezza, con un po’ di stereotipo di luci e fiori, hai scelto la via semplice, una separazione netta. Del resto forse quel Sasà davvero non poteva sopravvivere alla fine del suo mondo “altro”.
    Il guaio con ciò che ci rende diversi (consentimi un po’ di filosofia prima del tuo pensionamento come autore 😉 ) è che, quando con fatica riusciamo a eliminarlo, di solito scopriamo che ci siamo menomati.

    Mi piace la piazza animata, con la folla frenetica eppure rallentata perchè i sensi di Sasà sono ostruiti dall’interferenza.
    Mi piace lo scorbutico Fornabaio, strumento inconsapevole del fato.
    Mi piace il gigantesco 109, che conduce nella sua mole tutta la dose di realtà che Sasà avrebbe preferito evitare.

    Bel racconto Mocher. Grazie 🙂

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