Black Hole Hunter

Dove eravamo rimasti?

E adesso? Facciamo un salto nel futuro (43%)

Prendi l’arte e mettila da parte.

Seduto per terra con la schiena poggiata al muro, Sorriso teneva ancora la pistola sulle gambe. Non quella di ordinanza, l’altra, quella col numero di serie cancellato, quella che nessuno sapeva possedesse, quella che usava solo per certi tipi di lavoro. Era ancora calda.
Non avrebbe saputo dire quanti colpi avesse esploso, di certo abbastanza perché in tempi brevi quel locale si riempisse di poliziotti, la sparatoria non poteva essere passata inosservata nonostante fosse avvenuta qualche metro sottoterra.
La mano destra continuava a tremargli e sembrava non volerne sapere di smettere. Lui la guardava e lei tremava. Forse poteva dipendere dall’ustione dovuta all’acido.
Avrebbe dovuto andarsene da lì, e avrebbe dovuto farlo in fretta, ma Sorriso era uno che le cose fatte in fretta preferiva evitarle, da sempre. Con la mano sinistra prese il pacchetto di sigarette che teneva nella tasca interna della giacca e l’accendino, sfilò coi denti una bionda e la strinse tra le labbra, se la accese, aspirando lentamente la prima boccata, gli occhi chiusi e la testa abbandonata all’indietro. Il fumo gli bruciò gola e polmoni, tossì, pensò che doveva smettere.
Quando riaprì gli occhi faticò a mettere a fuoco quel che vedeva, un po’ per il buio, un po’ per il fumo che gli danzava davanti, un po’ perché aveva sicuramente avuto momenti migliori.
La mano gli faceva male, la pelle sul dorso aveva assunto una colorazione d’un rosso intenso, qua e là stavano spuntando vescicole bianche, era tanto gonfia da sembrare la custodia dell’altra. Tenendola alta davanti al viso, Sorriso la osservava rigirandola, ipnotizzato tanto dal dolore quanto da quella parte del proprio corpo che non riconosceva più. In realtà quasi non riconosceva più nemmeno il dolore.
Finita la sigaretta, l’ispettore puntò i piedi per terra, fece forza sulle gambe e si alzò, a fatica, strisciando con la schiena sulla parete umida. Appena la testa arrivò in quota, il capogiro fu immediato, di quelli che sembrano prenderti e buttarti fuori dal mondo. Sorriso fece trascorrere qualche secondo, immobile, la mano sinistra appoggiata al muro e stretta attorno al calcio della pistola, come se fosse l’ultimo appiglio che gli restava. Quando tutto fu passato e i piedi ebbero ripreso aderenza col terreno e la realtà, l’uomo iniziò a muoversi per il locale buio, guardandosi attorno. Ancora poco, lo sapeva, e sarebbero arrivati i colleghi… a quel punto avrebbe avuto un bel po’ di cose da dover spiegare, iniziando dai due cadaveri, certo, quello che stava scavalcando e quello che se ne stava in posa plastica sul divanetto di pelle.
Avrebbe dovuto iniziare a riflettere su cosa dire, se proprio non voleva andarsene, ma in quel momento Sorriso non aveva voglia di pensare ad alcunché, metteva un piede davanti all’altro e tanto gli bastava, era la sola cosa di cui riuscisse a sentire il bisogno. Stare in movimento senza spostarsi poi più di tanto.
Il locale, chiuso da anni, non era cambiato poi granché dall’ultima volta che c’era stato. La differenza sostanziale, cadaveri a parte, era il silenzio. Il silenzio e quell’odore di pelle bruciata che sembrava seguirlo ovunque voltasse la testa.
Il tremore, ormai, non era più solo alla mano, a Sorriso sembrava avesse iniziato a risalirgli il braccio.
Si mosse da cliente abituale e, ricordando le notti passate lì, ritrovò il bancone del bar, o almeno quello che ne restava. Aprì tutti gli sportelli, tirò tutti i cassetti, spostò quel che c’era da spostare… sapeva che non avrebbe potuto trovare una sola goccia d’alcol in quel posto, non dopo tutto quel tempo, ma sapeva anche che una bella bevuta era proprio quello di cui aveva bisogno e che la speranza, lo dicono tutti, è l’ultima a morire.
Niente, nemmeno una Corona calda.
Sorriso riprese a muoversi, i passi s’erano fatti più trascinati, gli costavano più fatica, la fitta al fianco che stava cercando di ignorare ormai gli urlava nelle orecchie. Il dubbio se avesse fatto centro prima lui o prima l’altro non se l’era ancora tolto, ma di certo la sua camicia iniziava ad essere zuppa di sangue. Il suo.
Con la fronte imperlata di un sudore malato e le forze che gli venivano meno, Sorriso si trascinò fino al divanetto dove stava uno dei due cadaveri. Si lasciò cadere sull’imbottitura in pelle sintetica. Chiuse un attimo gli occhi.
Quando li riaprì, la prima cosa che vide fu il piccolo barattolo di vernice nera. Incurante ormai di quasi tutto quello che era, l’ispettore prese il pennello che stava di fianco alla tintura, ve lo immerse e disegnò un cerchio sul tavolino che aveva di fronte, poi iniziò a riempirlo, a farne un buco. Aveva solo una domanda che gli girava per la testa: che cazzo ci faceva lì Liscalzi?

Nel prossimo capitolo volete...

  • "Non me ne frega niente, voglio solo sapere che fine ha fatto il povero Liscalzi! Vivo? Morto? Appena entrato?" (36%)
    36
  • Il seguito naturale e quindi leggere le conseguenze di quel che è successo. (18%)
    18
  • La spiegazione di cosa diamine è successo nel locale. (Però dovete proprio dire "diamine", se no non vale. E la spiega può essere parziale.) (45%)
    45
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107 Commenti

  • L’apprendimento delle tecniche con l’allievo che si libera del maestro; il segno distintivo come punto necessario per un seriale, con questo consapevole di ciò; insomma… quando esce il seguito di questa storia? 😀 😀 😀

    Bella, davvero bella. L’ ho seguita volentierissimo.
    Sciapò Mario 🙂

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