Succubus

Dove eravamo rimasti?

Fatuus mi guardava con occhi furenti, desideroso di squartare la mia carne con le sue stesse mani. Mi lascerà partire, ma una volta fuori del palazzo, userà ogni espediente per impedirmi di realizzare la mia missione di diventare umana. (50%)

OSTACOLI LUNGO LA VIAFatuus continuava a fissarmi e nei suoi occhi si era scatenata una tempesta elettrica. Sentivo la sua furia e ne godetti. Tenendo la testa bassa, rimanendo inginocchiata, attesi la sua risposta.
“Rifiuto la tua richiesta.”
Sollevai di scatto la testa e lo fissai sbattendo rapidamente le palpebre.
“Ma,” balbettai. Non mi ero aspettata una risposta del genere. Nessun padrone aveva mai violato la nostra legge in quel modo spudorato. Il fatto che Fatuus si ritenesse al di sopra mi lasciò esterrefatta.
“Guardiani! Accompagnate questa succubus alla prigione.”
Le guardie scattarono sull’attenti e si portarono al mio fianco, una per lato. Chiusi gli occhi e riabbassai il capo, rassegnata. Era finita.
“Padrone, siamo autorizzati a rifiutare di obbedire all’ordine. Il nostro dovere è far rispettare la legge. Questo include accompagnarvi in prigione se non accoglierete la richiesta della sua serva. La legge vi obbliga ad accoglierla. A voi la scelta.”
Li fissai sbalordita. Quindi, era così che funzionava. I guardiani avevano la prerogativa di imprigionare il loro padrone se contravveniva alla legge. Questo tornava a mio vantaggio.
“E va bene, accolgo la tua richiesta, serva. Anche se preferirei rimandarti alla Sala delle Torture,” digrignò Fatuus. Ora il suo sguardo era di fiamme. Chinai il capo.
“Ti ringrazio di cuore, padrone,” dissi, anche se era un mio diritto. Non volevo fornirgli altre occasioni per impedirmi di andarmene.
Ora che potevo lasciare la casa del mio padrone e partire per decidere della mia vita, provavo una sensazione di sollievo mai avvertita prima in vita mia. La libertà aveva il sentore della leggerezza di una piuma.
Non c’erano molti bagagli da preparare dato che ai succubus servi non era consentito possedere oggetti personali. In camera mia, estrassi dal cassetto il mio portafortuna segreto, una pietra bianca e traslucida che avevo raccolto in riva al fiume che scorreva a pochi chilometri dal villaggio in cui viveva Connor. L’avevo assicurata con una stringa di corda. Me la misi al collo. Sentii un leggero formicolio espandersi in cerchio dal punto in cui la pietra toccava la mia pelle.
Quando misi piede fuori dal palazzo per l’ultima volta mi sentii felice.
Mi colse un dubbio. L’usanza avrebbe voluto che passassi a salutare la mia famiglia prima di partire. Tuttavia l’idea mi infastidiva. Non perché potessero evitarmi di tener fede alla decisione che avevo preso. Piuttosto temevo il loro giudizio. Decisi di fare una breve fermata a casa loro.
Bussai alla porta di casa e mio padre spalancò bruscamente la porta. Si accigliò, realizzando di avere davanti sua figlia maggiore.
“Che cosa ci fai qui?” esclamò secco.
“Buongiorno, padre,” ribattei conciliante.
“Ti sei fatta espellere?”
Sedevamo attorno al tavolo della sala da giorno e mia madre versava del liquido caldo in una tazza.
“Non si viene espulsi dal palazzo. Piuttosto si viene imprigionati o uccisi.” Il vecchio incubus borbottò qualcosa in risposta. Era sempre stato un vecchio brontolone e io non lo reggevo.
“Allora cosa ci fai qui?”
Mi schiarii la gola. “Ho deciso di diventare umana.”
Mio padre fissò il suo sguardo intenso su di me e mi trapassò con gli occhi.
“Sì, anche Fatuus mi ha guardata in quel modo,” aggiunsi sorseggiando l’infuso fumante.
“Fatuus? Da quando in qua chiami il tuo padrone per nome?”
“Da quando sono stata liberata.” Mio padre sbatté le palpebre. Nel suo particolare modo di fare significava che non credeva alle sue orecchie.
“Sì, padre. Sono stata liberata. La legge è dalla mia parte. Ho il diritto di intraprendere questo viaggio.”
Il vecchio incubus incrociò le braccia sul torace mettendo così fine a quella discussione.
Mentre mi congedavo dalla mia famiglia all’ingresso di casa, mia madre mi porse una borsa di tessuto.
“Ho messo qui dentro cose che ti serviranno di sicuro. Cibo, erbe e acqua. Prendi anche questo,” disse porgendomi un sacchetto tintinnante.
“No, madre,” obiettai.
“Prendili,” ribatté lei.
“Va bene.”
“E abbi cura di te.”

La mia prossima tappa era la capanna dello stregone. Lui avrebbe saputo darmi un indizio su dove iniziare la mia ricerca della strega che avrebbe eseguito l'incantesimo di trasformazione. Mettendo pie

  • trovai una pergamena infilzata da un pugnale piantato nel legno del tavolo da lavoro. (50%)
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  • lo trovai al tavolo da lavoro, intento a lavorare febbrilmente a qualcosa. (50%)
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  • la trovai vuota. (0%)
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