Surviving Sarajevo

[Toccata]Il 5 aprile del 1992 – esattamente due settimane prima del mio ventesimo compleanno – sulle colline che, chiudendola in una sorta di anfiteatro, circondano Sarajevo, la mia città, fecero la loro apparizione: duecentosessanta carri armati, milleseicento cannoni, centoventi mortai, svariati missili terra-aria, e un numero imprecisato tra fucili, katjuša, kalashnikov, mitra, granate e cecchini.

In ogni momento, da una qualunque delle postazioni ove erano situate tali armi, ciascuno di questi ferri poteva far esplodere il suo piombo verso un punto qualsiasi della città. E lo esplodeva: verso passanti, bambini, abitazioni, musei, asili, ospedali, mercati, biblioteche, chiese, moschee, sinagoghe.

Tutto, da quel giorno, divenne un bersaglio.

Ogni via di uscita dalla città, così come ogni punto di accesso, vennero chiusi.

Ogni giorno, durante i quasi quattro anni di assedio, venivano uccisi – in media – nove sarajevesi tra donne, uomini, bambini, studenti.

Ti sembrano pochi, lettore? Allora prova a fare un semplice esercizio di immaginazione, questa notte, quando ti corichi: invece che contare le pecorelle, prova a pensare a nove persone, tra parenti e amici, che abitano nella tua città. Prova a visualizzare le loro facce, prova a riprodurre nella mente le loro voci e le loro risate, ripeti i loro nomi uno dopo l’altro. E poi immagina che siano morti. Di più, che siano morti ammazzati. Magari mentre attendevano a una qualunque delle attività che potevano averli occupati durante la giornata: salire sul tram, fare la spesa al mercato, recarsi al tempio. Ora metti lì, di fronte a te, in fila, quegli uno, due, tre, nove morti. Ripeti l’esercizio, ogni notte, per millequattrocentoventicinque notti.

Già, i morti. Ho imparato che fanno sempre lo stesso scherzo, i morti, tanto quelli che, dilaniati da una granata, crepano all’istante, quanto quelli che perdono la vita dopo qualche secondo falciati da una raffica di mitra: in un soffio, i loro corpi palpitanti e vitali si trasformano in manichini inerti. I loro sorrisi, spenti per sempre, le loro storie, interrotte e neglette. La città più piccola.

Eppure, questa precarietà, la consapevolezza snervante che ogni tuo passo avrebbe potuto essere l’ultimo, che dietro una finestra un luccichìo improvviso preludesse allo sparo che ti avrebbe steso riverso su una di quelle strade così tante volte calpestate, che dietro ogni angolo avrebbe potuto vagare il proiettile che ti avrebbe bucato la tempia o balzellare, con quel rumore sinistro, la granata che ti avrebbe fatto saltare in aria, beh, tutto questo ti faceva attaccare alla vita in modo prepotente, ti faceva apprezzare ogni minuto come se fosse l’ultimo. Spesso lo era.

Per questo, avresti dovuto vedere gli occhi delle sarajevesi al tempo dell’assedio. Scintillavano, letteralmente scintillavano. Perché la morte imminente nobilita, e rende irripetibile la vita.

La storia che tenterò di raccontare non intende indagare le ragioni storiche dell’assedio di Sarajevo e tanto meno della guerra civile jugoslava: non ne avrei gli strumenti. Essa è solo una testimonianza. Una testimonianza che, attraverso i fatti, proverà a dimostrare una tesi, anzi tre: che esistono guerre giuste, che la violenza non è un male in sé e che la vendetta è l’unica giustizia possibile.

Mi avvedo che non ci siamo presentati. (Sebbene in realtà, potresti aver già avuto modo di conoscermi in una incresciosa vicenda che ha lievemente intaccato, invero senza serie conseguenze, la mia storia professionale).

Ebbene, sono un sarajevese croato-bosniaco, di madre italiana.

E il mio nome è Boksic. Fabio Boksic.

Sono anti-democratico e questa è una storia vera, dunque avrai poca facoltà di scelta. Ora, ad esempio, potrai scegliere solo cosa conoscere prima, ma parlerò comunque di tutti e tre i temi:

  • La mia città, Sarajevo (38%)
    38
  • Il mio migliore amico: un serbo-bosniaco (23%)
    23
  • La mia famiglia (40%)
    40
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575 Commenti

  • altri 2 capitoli; riflettevo con mia moglie di quanto siamo attirati dai racconti che raccontino di guerre e atrocità, noi che da 70 anni si vive fuori dalla guerra.Lei diceva giustamente che ad attirarci siano anche cinismo morbosità e cose di questo tipo. Personalmente, ingenuamente, mi attira l’idea di conoscere per prevenire; conoscere le trappole nelle quali già altri son caduti potrà mai servire ad evitarne qualcuna? Ci si prova , quotidianamente a partire dai nostri piccolissimi mondi, famiglia, amici, lavoro, sport e avanti. Grazie, ciao.

  • Ciao Locullo,
    vedo che sono un pò in ritardo sui tempi…Appena due anni dopo la tua pubblicazione.
    Ho da qualche minuto finito di leggere (tutto d’un fiato), la versione completa di Surviving Sarajevo acquistato su Amazon. Volevo ringraziarti per aver dato, attraverso il tuo racconto, un significato ancora più forte alla mia recentissima visita in Bosnia. Mi hai arricchita e, anche se ex post, hai reso la mia visita a Sarajevo e al “Tuneli” più completa, arrabbiata e consapevole di quanto già non lo fosse stata.
    Non so s leggerai mai questo commento, ma sentivo il bisogno di ringraziarti.

    • L’ho letto. Anche se purtroppo non ho più il tempo di frequentare questo bel sito, una e-mail automatica mi ha avvisato di questo tuo commento. Che mi ha fatto enormemente piacere: sono dunque io a ringraziarti, perché lo scopo di questo racconto era proprio di sensibilizzare chi avesse avuto l’avventura di leggerlo circa una guerra dimenticata – come tante altre – nell’Europa del Novecento.

      (Ora questo racconto è cresciuto ulteriormente rispetto alla versione che hai letto: un giorno forse uscirà dai cassetti. Ora invece, mi piacerebbe sentire la storia del tuo viaggio in Bosnia: se ha voglia di raccontarla mi trovi su gmail, alla voce chrisktab).

  • Questo racconto mi ha riportato indietro di molti anni. Addirittura al 1989.
    Erano i primi di settembre, e con la mia squadra di basket presi parte ad un torneo giovanile in Emilia Romagna.
    Tra i partecipanti trovava posto il Bosna Sarajevo. Mi sembra ancora di vederli: un gruppo eterogeneo di giovani dal talento cristallino, capitanati da un allenatore grande come una montagna ma dall’aria bonaria, che esibiva con orgoglio un dente spezzato, lascito di uno scontro, parecchio tempo addietro, con una leggenda vivente come Dino Meneghin.
    Arrivammo in finale. Inutile dire contro chi e quale fu il risultato; perdere, in quell’occasione, onestamente, non mi pesò. Sia perchè la superiorità della squadra avversaria era palese, sia perchè durante la settimana di durata del torneo avevamo fatto amicizia, ed essere sconfitti da un amico, in fondo, non è mai così terribile.
    Terribile fu il pensiero, però, allo scoppio della guerra, di ciò che potesse essere stato di quei ragazzi.
    Ricordo ancora che rimasi allibito nel guardare, su una rivista, la foto delle strutture devastate che pochi anni prima avevano ospitato le olimpiadi.
    Se la città è ridotta così, mi dissi, che fine hanno fatto i giovani cestisti del Bosna Sarajevo?
    Non lo saprò mai.
    Grazie locullo per il tuo contributo nel tentativo di risvegliare le coscienze sopite della cosiddetta “società civile”, che dall’assedio di Sarajevo, mi duole dirlo, non ha imparato proprio nulla.

    • Grazie a te per aver condiviso su questa pagina un aneddoto così sentito: nel leggerlo, mi sembrava quasi di averci giocato anch’io coi ragazzi del Bosna Sarajevo.

      (Se racconti così bene gli aneddoti, chissà come sei bravo a scriver racconti: in effetti, mi aveva colpito il titolo del tuo LTI, ma non l’ho ancora letto, ché sto cercando di “disintossicarmi” dalla mia dipendenza incipitara. Tuttavia, noto che stanno venendo fuori diversi giocatori interessanti, come te, boostwriter e altri: dovrò tornare a intossicarmi!)

      • Hai ragione, questo sito tende ad assorbire un po’ troppo tempo.
        Credo che prossimamente cercherò anch’io di ridurne la frequentazione, per riprendere fiato.
        Grazie ancora locullo, e a presto!

        • Ehi ehi ehi! Locullo mi ha citato! Avete visto tutti! Locullo mi ha citato! Ne ho la prova… Ahah.

          Loc… LTI merita, non perdertelo! Massi, vedi che a fare pierraggio poi il karma ti ripaga. Cmq non sapevo fossi emiliano pure tu. Grande. Io ho letto la versione integrale (su Amazon) di SS… Non conosco questa su TI, non l’ho letta, ma se ti è piaciuta questa allora vai sul super sicuro.

          Locullo, 2 cose: era ora che tornassi a capitaneggiare la classifica assoluta, diciamocelo, ci contavo proprio. Seconda cosa: hai proprio ragione, TI crea dipendenza.

          • Boost ma sei ovunque!
            Per quanto abbia un grande affetto per gli emiliani, devo confessare che eravamo ospiti al torneo di cui ho raccontato. Se i ricordi non mi ingannano (cosa che accade spesso) mi pare fossimo l’unica squadra veneta presente.

  • Un lavoro egregio.
    La copertina e il titolo mi hanno spinto ad approfondire, e anche il fatto che fosse tra le prime posizioni praticamente da sempre. Ma mai avrei pensato ad un lavoro così impegnato e ben realizzato.
    Ho letto un po’ di commenti qui sotto: mi informeró su questa versione estesa!

  • Mi hanno indicato il tuo racconto.
    L’ho letto col fiato sospeso, e in certi momenti con le lacrime agli occhi.
    Questo racconto dovrebbe essere esteso in un libro.
    Complimenti, aspetto altro tuo materiale!

  • Ciao locullo eccomi finalmente qui… ci ho messo un po’ perché nonostante tutto la lettura è molto impegnativa, e ha richiesto la giusta dose di attenzione e riflessione. Mi sembra inutile farti i complimenti, il racconto (che in fondo più che un racconto è una testimonianza storica) è eccezionale. Eccezionale come i personaggi, cioè il modo in cui hai dato loro forma. Vivi, come le loro sofferenze e come il loro coraggio. I loro pregi, le loro debolezze, i loro difetti e la loro forza. Sono tutte sensazioni estremamente tangibili nel tuo racconto, che ha soprattutto il pregio di portare alla luce il tema di un fatto che mentre accadeva (come racconta a ragione il narratore) era quasi totalmente ignorato dal resto del mondo, mentre oggi, al meglio, è appena conosciuto.
    Ho scoperto inoltre molte cose davvero geniali: sia nella struttura dei capitoli (dove riprendi i termini musicali), sia all’interno della narrazione. Bellissima la parte in cui il padre, come un testimone, viene chiamato a parlare in prima persona. Drammatica la descrizione dei cittadini che stanchi di nascondersi decidono di girare comunque per le strade, perché unica forma di difesa e protesta (trasformando i loro cecchini in “guardoni”, il loro mirino in un “buco della serratura”). Straziante la descrizione della morte di Betò (del quale mi vanto di aver intuito fin da subito la verità sul padre, ancora prima della rivelazione). Stupefacente questa verità: una madre che perde i genitori ha un nome, se perde il marito ha comunque un nome… quando perde un figlio, però, rimane comunque una “madre”. E tante, tante altre cose per le quali consiglierei a tutti, aspiranti scrittori e non, di leggere.
    In bocca al lupo ancora per il concorso (immagino quello su 20lines, colleghiamoci anche lì!), ora vado a lasciarti una piccola recensione anche su Amazon.

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