Le allegre avventure di una persona normale

Dove eravamo rimasti?

Che finale volete? Tragico e senza speranza (57%)

Una lunga attesa

La sua avventura, ormai, era giunta al termine. Aveva trovato Mario, sì, ma ciò si era rivelato quasi completamente inutile. Nonostante tutto, se ne sarebbe tornato a casa a mani vuote. Avrebbe festeggiato anche stavolta il suo compleanno da solo.

 

Quando rientrò a casa la prima cosa che notò fu che Mr. Jones era ancora sdraiato a terra.

-Non ti sei ancora alzato?- gli disse.

Dopo averlo scosso un po’ decise infine di chiamare il veterinario:

-Pronto…Salve signor veterinario…Il mio Mr. Jones è da due giorni che dorme sul tappeto e non si vuole alzare…Credo abbia qualche problema…Come? Un attimo che controllo- posò la cornetta sul mobile e si avvicinò al cane, lo tastò, lo osservò per bene, poi tornò al telefono, -Sì, è più duro del solito, e ha alcune chiazze più scure…E poi mi sembra che nel ventre si sia un po’ scucito…Cosa? È sicuro? Quindi il mio Mr. Jones non funziona più? Bisogna buttarlo e sostituirlo con uno nuovo…Ho capito, grazie-

 

Ora che non aveva nemmeno la compagnia di Mr. Jones si trovò solo come non mai. Che poteva fare ormai?

Si sedette al tavolo e attese.

C’era un silenzio assurdo che gli incombeva addosso come una ghigliottina sul collo di un condannato a morte. Pian piano iniziò a udire il ronzio discontinuo del frigorifero e il tic tac dell’orologio appeso al muro. Era un suono lento e angosciante, che procedeva inesorabile, e ogni ticchettio sembrava sempre più forte. Era atroce assistere allo spostamento della lancetta, col suo scatto meccanico seguito da quell’attimo di vuoto in cui aveva l’illusione che si fosse fermato. Era atroce dover assistere impassibile, senza poter fare nulla, mentre il tempo gli scorreva via davanti agli occhi, secondo dopo secondo, e non c’era modo di allungare una mano per trattenere anche un solo istante. Era come se, a ogni battito, qualcosa gli venisse sottratto, gli fosse strappato via da dentro l’anima.

 

Mario sarebbe venuto, gli aveva detto -glielo aveva promesso-, doveva solo aspettare. Sì, ma quanto? Quanti giri avrebbero dovuto compiere le lancette dell’orologio prima che si fossero rivisti?

Sarebbe dovuto restare seduto lì, immobile, a fissare con occhio vitreo il muro vuoto davanti a sé finché lui non fosse arrivato?

In quel momento abbassò un poco lo sguardo e si rese conto che, posata in fondo al tavolo, c’era una corda arrotolata.

Strano, prima di uscire non ricordava di averla messa lì. Forse qualcuno era entrato e l’aveva spostata. Che fosse un segno del destino?

L’aveva comprata quella mattina apposta per giocare con Mario all’impiccato. Ma finché non fosse arrivato era perfettamente inutile. O forse no?

 

Lui stava seduto coi gomiti poggiati sul tavolo e il mento fra i pugni, la schiena curva e lo sguardo fisso in avanti. Pareva un cadavere fossilizzato in quella posizione. Non c’era niente dentro o fuori di lui, in quella casa, che sembrasse ancora vivo. L’ambiente era piccolo, sporco, claustrofobico; le pareti giallognole, senza finestre, appestate da grosse macchie di umidità; il tavolo, in squallida plastica, era incrostato da così tanto che il suo spessore era aumentato di un centimetro buono.

Una bara sarebbe stata più igienica e accogliente.

Era da tanto che non tornava la mamma a fargli le pulizie. Le aveva fatte sempre lei e quindi da ciò poteva giustamente desumere che avrebbe continuato sempre a farle lei.

 

Ma intanto, Mario dov’era? Da quanto era lì ad attenderlo? Perché ogni volta andava a finire così, che all’ultimo non si presentava? Tutte le volte doveva essere lui ad andare a cercarlo, mai che Mario si facesse vedere di sua iniziativa.

Eppure era sempre lì a fargli promesse, a dirgli di aspettarlo. E lui non aveva sempre obbedito ciecamente? Che altro poteva fare? Doveva avere fede, fiducia in Mario, così gli aveva detto. Ma la sua fede non era mai venuta meno, poteva giurarlo sulla sua stessa vita! Certo, aveva avuto qualche momento di debolezza o dubbio, com’è normale che sia a volte, ma lo aveva sempre superato con rinnovata forza. Dopotutto, in questi momenti di bisogno, Mario si era mostrato sempre vicino.

Mario era stato lì, accanto a lui, quando si era svegliato all’ospedale dopo la partita all’impiccato dei suoi diciott’anni. Era stato Mario a portarlo al pronto soccorso, a salvarlo.

 

Sì, forse c’era qualcosa che poteva fare, si disse come ridestandosi all’improvviso. Un’idea geniale gli era appena balenata in mente. Forse l’attesa stava per concludersi.

Si alzò e andò a prendere la corda.

Cercò un appiglio sul soffitto per legarla. Trovò un grosso gancio metallico in camera da letto. Sembrava robusto abbastanza.

Una volta completate tutte le operazioni, salì sulla sedia e infilò la testa nel cappio.

Poi si lasciò cadere.

 

Mentre il suo corpo penzolava e la corda si faceva sempre più stretta attorno al collo, il buio che lo inghiottiva fu rischiarato dalla certezza intramontabile che Mario stava correndo da lui, Mario sarebbe arrivato, Mario stava venendo a salvarlo!

Doveva solo fidarsi e aspettare il suo amico Mario Magini.

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54 Commenti

  • Mi piacciono le situazioni che crei, come il tizio che scrive al computer spento o il gioco del vero impiccato.
    Proprio per questo, però, mi piacerebbe se sostassi di più in queste situazioni.
    Ad esempio, il tipo senza dito… Ce lo facciamo scivolare via così? Chi è, cosa gli è successo? Spero che ritorni, prima o poi. 😉
    Intanto voto per le pillole miracolose.

    • In parte hai ragione, forse concludo certe scene un po’ troppo frettolosamente, ma ci sono vari problemi e motivazioni che mi impediscono di fare altrimenti: in primo luogo, banalmente, ho paura di non riuscire ad arrivare al finale se mi fermo troppo su personaggi secondari, e d’altro canto ce ne sarebbero ancora molti che vorrei inserire -diciamo che forse sto accumulando troppe cose in poco spazio e questo ne comporta ovviamente una trattazione spesso superficiale.
      Tuttavia, a mia parziale discolpa, va detto che la storia è raccontata principalmente dal punto di vista (abbastanza particolare) del protagonista ed è incentrata su di lui: gli altri personaggi devono semplicemente rappresentare alcuni aspetti del suo mondo ed essere funzionali a lui e al suo percorso; sapere chi è quel tizio o cosa gli è successo non è importante per lui, e dunque non posso raccontarlo; inoltre, svelare le motivazioni di un’azione incomprensibile (come premere i tasti di un computer spento) o la storia di una persona “strana” non farebbe altro che renderla più “normale” e “accettabile” da noi perché capiamo qual è il suo problema e perché si comporta in un certo modo, e questo è esattamente l’opposto dell’effetto che voglio ottenere con questo racconto.
      Per farti un esempio stupido che semplifichi molto: se vedi un uomo che cammina e parla da solo, potresti pensare che sia matto; se però dopo scopri che ha un auricolare nell’orecchio e sta facendo una telefonata, ovviamente la tua opinione si ribalta e tutto rientra nella normalità. Ora, il fatto di non rivelare o conoscere quel dettaglio, crea una situazione ambigua e di dubbio che lascia aperte entrambe le soluzioni e le rende ugualmente plausibili. Si realizza una sorta di “equilibrio del dubbio” in cui il giudizio oscilla continuamente tra le due alternative senza che sia mai possibile pervenire a una verità, se non a proprio arbitrio. È questo l’effetto che cerco di ottenere.
      (come vedi si tratta anche di precise scelte stilistiche, che possono piacere o no!)
      Comunque ti ringrazio per avermi fatto riflettere sull’argomento.

  • Una vicina che formicola il cervello altrui con le sue parole stregate: meravigliosa! Non certo da incontrare (a meno che non si voglia finire strozzati da una torta malefica), però delizioso spettacolo per noi che stiamo a guardare.
    Ora, nel pacchetto, non può certo esserci qualcosa di ordinario. Voto per il pur “normalissimo” dito mozzato.
    🙂

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