Notti di Luna

Dove eravamo rimasti?

Cinque vittime e l'assassino non accenna a fermarsi. Il prossimo è un tassista. Come lo uccide? In un bagno pubblico. (50%)

Gibbosa calante

A Francesca questi locali sono sempre piaciuti. Stretti e lunghi, magari ricavati da container o vecchie carrozze ferroviarie, da un giorno all’altro nascono in un parcheggio e pubblicizzano la miglior torta di mele della città.

Il Lone Gunman era così. L’unione di un paio di vecchie roulotte, dipinte di argento come una gigantesca pallottola, tre scalini per entrare. Dentro, a sinistra lato strada, una fila di divanetti a due posti permettevano di guardare dai vetri abbelliti con tendine a quadri bianche e rosse. Peccato che non ci fosse niente di bello da vedere in un parcheggio di una zona uffici nella periferia. La pelle dei divanetti bruna, la moquette rossa, le tende a quadri, la formica dei tavoli bianca e rigata. Sotto la finestra l’immancabile fila di scatoline e cestini con tovaglioli, ketchup, maio, sale ed il menù, con un pistolero mascherato in copertina. Ed in prima pagina “Torta di mele fatta in casa. La migliore della zona!”. Come volevasi dimostrare.

Ciliegina sulla torta la cameriera con grembiule identico alle tende, gomma in bocca e brocca del caffè in mano. Sembra un cliché da film di Tarantino.

Fine turno di notte, albeggiava, se quel pallido chiarore dietro le nuvole grigie si poteva chiamare alba. Forse si dovrebbe dire che “grigiava”. Uova strapazzate, bacon, pane bianco tostato, caffè d’ordinanza.

La cameriera gira il mug blu notte già sul tavolino e le serve una generosa razione di caffè fumante, sorride e va verso la cucina. Mentre aspetta l’ordinazione Francesca si guarda attorno. Due avventori, con la testa bassa sul piatto, sembrano appena svegli. Turno del mattino, probabilmente. Per il resto il locale è suo. Si appoggia, stanca ma senza ancora il peso del sonno sulle palpebre, allo schienale, e guarda fuori il parcheggio, il suo taxi, la “grigialba”, e non riesce a trattenere un sorriso.

Proprio mentre arriva il suo bacon ancora sfrigolante, un quarto avventore entra nel locale. E’ una donna, bella, piuttosto raffinata, in particolare per un posto come questo, con lunghi capelli color carota, dritti come spaghi, e tacchi  da 400 dollari che si sentivano già mentre saliva i gradini esterni.

Mentre Francesca attacca le uova la donna si siede al banco e con un laconico “Buongiorno” chiede un caffè, che beve velocemente quasi senza guardarsi attorno. Un salto veloce alla toilette, ed esce con il solito laconico saluto ed il ticchettio dei tacchi.

Invece a lei, fra la colazione, la contemplazione del sole e i pensieri che vanno in ogni direzione, serve ancora un buon quarto d’ora prima di alzarsi dal divanetto. Paga alla cassa lasciando cinque dollari di mancia, ma prima di uscire fa un salto in bagno. Passeranno più di venti minuti prima che la cameriera, preoccupata, trovi il corpo.

Quella era l’unica scena del crimine in cui tutti gli agenti avevano in mano un bicchiere di cartone con caffè fumante. Quando Mainardi arrivò la scientifica aveva già finito. Nonostante un bagno pubblico sarebbe normalmente stato un incubo, in quanto a tracce biologiche, il fatto che il locale avesse appena aperto, con il bagno sterilizzato di fresco, li aveva avvantaggiati, anche se dai primi rilievi non era emerso niente.

– Tracce?

– Niente, detective. Tutto pulito e sterilizzato. L’assassino è entrato dalla finestra. Nessun segno di scasso, doveva essere aperta.

– Fantastico. Quanti hanno usato il bagno?

– La cameriera dice che è andata solo una donna, mentre la vittima era già nel locale. Ma niente impronte evidenti o altro. Abbiamo un totale di una ventina di impronte parziali, ma tutte in posti fuori portata di mano, improbabile che ci sia qualcosa di utile. Niente impronte a terra. Lo curano il cesso, qui.

Mainardi entrò nel piccolo bagno. La ragazza era stesa a terra, nuda, la solita gola aperta, il lago rosso ormai rappreso sulle piccole mattonelle verdi lucide.  Attaccati allo specchio i due fogli. KKK da una parte, un articolo del Post sui play off di basket l’altro.

– Sono stati attaccati con del rossetto. Sembra lo stesso della vittima, ma non lo abbiamo trovato. Idem i vestiti. Dietro la nuca le manca la ciocca di capelli.

– Come cazzo è possibile? Niente, nemmeno un impronta, un pezzo di video, un pelo del culo di quella troia! Sappiamo che è donna, mora e non tinta. E che ha ammazzato sette, dico sette!, persone. Sette! Ho il fiato sul collo dal capo al sindaco, dagli assessori ai deputati. Cosa dobbiamo aspettare ancora?

– Capo, io sono più incazzato di lei, ma brancoliamo nel buio. Non ci sono tracce, non ci sono collegamenti, non c’è un filo logico, e mai un video, neanche preso dall’isolato accanto.

– Tra qualche giorno avremo un nuovo morto, Dio salvi tutti i KKK di Washington, che, per la cronaca, sono 842, e fra un anno ci sono le elezioni. Fate quello che vi pare, ma fatelo!

Thomas non sapeva che pesci pigliare, restio anche a cercare una scusa con il suo capo, quando Finnegan entrò senza bussare.

– Scusi capo – e guardando in faccia il suo compagno – Abbiamo un video!

KKK è la vittima predestinata. Ma adesso, con il video, scopriranno...

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