Una storia “possibile”

Dove eravamo rimasti?

Qual'è il segreto con cui il direttore, ometto malvagio, tiene Lena, la ballerina, prigioniera in questa Parigi di inizio novecento? Il direttore detiene le chiavi che permetterebbero a Lena di tornare al tempo presente, il tempo di Michele. Trattiene Lena per tenerla a sé (60%)

Nel buio dietro le quinte

Quando era bambino c’erano luoghi che gli mettevano paura. Soprattutto i luoghi di cui non aveva alcuna misura, come i ristoranti, i bar, la sala del cinema del paese, luoghi in cui i suoi genitori non andavano, e che lo facevano sentire a disagio. Una volta lo avevano portato ad un cineforum; ricordava ancora con angoscia il momento in cui il relatore interrogava i presenti. Avanzando tra i tavolini dell’immenso salone vuoto del Moulin, nella penombra dei pochi lumi accesi, Michele prova la stessa sensazione di allora, l’impressione di trovarsi fuori posto.

“No, non può essere”. Michele si ferma. Certi pensieri, pur non avendo un’origine precisa, arrivano al petto diritti e precisi come la lama di un coltello. “Quell’uomo ha mentito”. Chiaro. Nitido. Adesso l’atteggiamento dell’ometto calvo gli appare rivelatore, avrebbe dovuto capirlo subito, se fosse stato sincero il direttore si sarebbe soffermato alla domanda di Michele, avrebbe riflettuto per cercare di ricordare se fra le tante ballerine del Moulin vi fosse una certa Lena. Invece, egli ha subito negato di conoscerla, ne ha negato l’esistenza. E poi, quello sguardo tagliente, lo sguardo del male.

Al balenare del pensiero subito Michele si volge, e torna sui suoi passi, aprendosi il cammino fra i tendaggi decorati, palme e tende beduine fra le dune, lo sfondo delle odalische danzanti, per ficcarsi nel buio dietro le quinte alla ricerca dell’ometto in gilet. Quando entra nella grande stanza dei costumi, Michele si rende conto di essere arrivato al capolinea. E’ una stanza dalle pareti altissime, bianche, percorse in cima da una finta trabeazione in gesso, corollario alla profondità celeste del grande soffitto concavo, una stanza in apparenza quadrata, che pure gli appare aperta sull’abisso, come la scatola di cartone che la maestra gli aveva chiesto di trasformare in una camera oscura, per cui aveva dovuto rimuoverne il fondo, ponendo al suo posto uno schermo opaco. Tutte le cose del mondo entravano in quella camera oscura, emergendo in negativo sullo schermo opaco. Tutt’attorno alla stanza, panche ricolme di vestiti da ballerina, gonne e pettorine di raso e tulle buttate alla rinfusa. Potrebbe essere il vestibolo dell’ Operà de Paris.

Affondata sopra uno di questi cumuli c’è Lena, vestita anch’ella in tutù e calzamaglia. Il capo reclinato sul petto, Michele non può vederne il viso. Ma sa che è lei. Lo sa da sempre. Al centro della stanza, l’ometto, largo di pancia, e corto di gambe, se ne sta in piedi, alzando e abbassando i talloni in un moto perpetuo; volto in direzione di Lena, egli non pare guardarla. Come se i bulbi oculari non fossero dotati di una propria mobilità, il suo testino calvo e senza collo dirige lo sguardo da qualche parte oltre i mucchi di vestiti, giù attraverso la lastra opaca del pavimento.

Michele vorrebbe frantumare la camera oscura in cui si trova. Ma non può muoversi. Egli è della stessa sostanza delle immagini proiettate sulla lastra.

– Cosa significa tutto questo?

– Vai via di qua -. Lena lo chiede con tutta la forza che ha. Eppure c’è nella sua voce anche l’immensa pena, e l’immenso terrore, per la condizione di se stessa, di fronte all’ometto malvagio. Ma c’è anche la rassegnazione per una condizione cui non può fuggire. Per un qualche motivo che Michele non conosce.

Michele non può accettare che proprio lei voglia proteggere un mondo che nemmeno le appartiene: – No, io non me ne vado.

“Già una volta”, egli pensa, “sono scappato. E ho perso tutto. Ma ero giovane, pensavo di avere innanzi a me un tempo infinito, mille e una porte si sarebbero aperte.

Ho capito solo molto più tardi che la mia vita in realtà è stata un lungo buco nero in cui sono precipitato, come fossi la biglia che se infili la moneta scende in un soffio nel condotto a cilindro, fino alle mani del bimbo che la raccoglie.

Eppure ora, ora che ho messo alle spalle la gioventù, proprio ora il destino ha voluto aprirmi quest’ultima porta, sul treno diretto per Mantova, come dentro ad una spirale del tempo mi ha riportato a quel varco, a quella possibilità di amare Nicòl che io stesso rifiutai, fuggendo. Raccontandomi per anni una bella favola. Una bugia che ho vissuto fino ad oggi, trascinando Elena con me. Non lo meritava. Questo ho fatto io, per la mia paura di vivere.”

Il direttore questa volta si volge. In un momento come questo, anche la malvagità di codesto ometto orecchio-puntuto pare a Michele una gran degnazione, tanto egli è prostrato dinnanzi a Lena, gettata sul mucchio di vesti come una bambola abbandonata fra le cianfrusaglie del passato.

– Lei ora se ne andrà, e non si farà più vedere.

– Questo non è possibile -. Michele guarda Lena, ha bisogno di sapere ciò che con tutto se stesso pure teme. – Vai, Michele, te ne prego. Lui, lui ha le chiavi di questo posto. Solo lui può lasciarmi andare.

L’ometto trionfa sopra i cumuli di pizzi, nei suoi occhietti tondi e malvagi lampeggia la soddisfazione feroce di tenere in pugno la ballerina.

Michele uccide l'ometto malvagio, prendendo la chiave che apre la porta per tornare nel presente. Con chi Michele attraverserà quella porta?

  • Michele attraverserà solo quella porta. Lena, ora libera, gli dice addio, e resta con Antonio. (25%)
    25
  • Con Lena e Antonio. (75%)
    75
  • Con Lena, abbandonando Antonio. (0%)
    0
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45 Commenti

  • Grazie Fra, non mi preoccupano gli ostacoli, bensì le storie (e la scrittura) insulse. Seguendo i voti, avrei già scritto il terzo con Elena nella stanza, ma non sono soddisfatto dell’esito, lo riscriverò, non è escluso con la tua scelta, ma devo vedere soluzione più votata…
    PS. ho “sbirciato” la tua storia, mi piace come scrivi

  • dovrà essere elena a raggiungerlo nel suo mondo, ma non sarà facile
    perdonami se voglio metterti in difficoltà, stimo troppo il tuo modo di scrivere
    non posso lasciarti camminare per un sentiero senza ostacoli, sono certa che riuscirai a rendere il terzo capitolo migliore dei precedenti
    lo aspetto con ansia

  • Bé, grazie, cercherò di fare tesoro…
    In questo Episodio ci sono i semi di futuri sviluppi, quali:
    – Quali ricordi la presenza della ballerina risveglia in Michele?
    – Chi è la ballerina, per il vecchio?
    Se ne parlerà nel prossimo Episodio. Sempre che le parole sappiano lasciare spazio ai fatti, certo. Farò il possibile. Giurin giurello!

  • Stanza d’albergo, Elena è lì.

    Questo secondo capitolo è un profluvio di parole. Troppe.
    E’ un difetto che coltivo anch’io, con o senza bottiglie di rakija, quindi per favore non prenderla come una critica distruttiva.
    Sono così tanti gli aggettivi che non si nota il fatto, evidente nel primo capitolo, che sei molto bravo a “sceglierli”.
    Nè si riesce a scivolare da un’immagine all’altra con la levità che l’ambientazione richiederebbe, perchè il ritmo è spezzato dal soffermarsi su ciascuna.

    Con solo 4000 battute, non puoi permetterti indulgenze, nemmeno verso la tua stessa prosa.
    Non volermene.

  • Per il momento mi sembra in vantaggio la ballerina. L’esotico sembra prevalere sul quotidiano, nel breve. Anche se Elena…
    In ogni caso, tranquilli, si tratta solo di un “braccio”. Non abbandonerò nessuna delle due per strada. Passato e presente. Sogno e realtà. Quale realtà? Amore e illusione. Desiderio e paura. Fedeltà e azzardo. Azzardo della fedeltà. Fedeltà a cosa, a chi?
    E il vecchio la sa lunga, ragazzi!

    • Alhena, è così, mi sono visualizzato la scena, come tanti magneti che si orientano allo stesso modo. In effetti ho usato proprio la parola “polarizzare”. Qui purtroppo gioca anche la mia passione per la fisica…
      Ma credo che la poetica prevalga, “volgersi all’unisono” e “richiamo che non avrebbe potuto udire” in effetti “risuonano” fra loro

    • Grazie, il primo commento, me lo ricorderò! Per il secondo capitolo, aspetterò prima qualche ulteriore commento. Stupire è difficile, certo, anche perché non vorrei stupire con giochi d’artificio, ma dall’interno della storia e dei personaggi, per così dire. Comunque, farò il possibile per non annoiarvi !
      PS. Ho letto la tua storia. Ho lasciato un commento.

      • Felice di esser stato il primo 🙂
        Hai ragione stupire è difficile, se non impossibile, ma bisogna sempre provarci secondo me!!! E sono d’accordo sullo stupire senza fuochi d’artificio… sarebbe troppo… artificiale 🙂
        Commento visto e contro-commentato! Grazie!!

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