Robot

Il transistor di Dio

I tubi lumex illuminavano la stanza d’un bagliore accecante. Sul piano di lavoro bianco il chip azzurro spezzava la monotonia catturando la vista con riflessi ipnotici. Lo sviluppo ortogonale dei suoi circuiti campeggiava sullo schermo nero appeso alla parete lì accanto.

«Prova a ripetere la stringa di comando» gli chiese Aniha poggiando il dito sul monitor, in un punto dove due piste logiche confluivano in un transistor.

Bernhaby Chorioly digitò rapidamente, sulla tastiera collegata al banco, poche righe di codice.

«Ecco, lo hai visto?» esclamò entusiasta la collega, picchiando il dito sullo schermo «Lo hai visto?»

«Io… io credo di sì» balbettò lui, la voce spezzata dall’emozione.

«Come credo? Diamine Berny, ha avuto una reazione spontanea, lo vedi? La connessione si è spostata, prima era qui dove avevo il dito!»

«Sì ma… forse è meglio se lo testiamo…»

«Testiamolo allora, vado a vedere se trovo qualcosa» e senza dargli tempo di ribattere uscì dalla stanza.

Lui rimase immobile davanti al video: Aniha aveva ragione, all’interno del chip era avvenuta una reazione non programmata o, per dirla alla maniera umana, un pensiero.

Si avvicinò alla finestra, la mente sopraffatta dalle conseguenze alle quali la scoperta avrebbe condotto. Fuori nuvole grigie sovrastavano scie luminose e finestre accese. La città viveva la sua giornata senza fine mentre dietro quelle mura lui, il dottor Bernhaby Chorioly, stava per cambiare la storia della robotica e dell’umanità. Ed entrare nella leggenda.

«Eccomi» la voce di Aniha lo fece trasalire.

La professoressa accostò al banco di lavoro un piccolo automa dalla forma cilindrica.

«Non ce n’era uno antropomorfo?»

«È il primo che ho trovato, andrà benissimo.»

«Cos’è?» chiese avvicinandosi dubbioso alla macchina, mentre lei ne apriva la calotta superiore.

«L’ultimo modello delle EDU, il sette. È ancora un prototipo e il cervello non è stato programmato, l’ideale per il nostro test.»

«Mi spieghi cosa vorresti fare?» le chiese mentre inseriva con cautela il chip azzurro nello slot centrale del droide.

«Semplice, se davvero il tuo chip è in grado di sviluppare un pensiero noi gliene procureremo uno. Questo robot è come un barattolo vuoto, l’unico dato che conosce è la sua codifica di modello. Bene, invece di programmarlo ad usare quell’informazione noi gli mostreremo cosa deve farne. Se davvero è in grado di pensare ci imiterà, esattamente come farebbe un bambino.»

«Tutti voi mentalisti siete così contorti?»

«Anche di più! Ora zitto e fai come me» gli disse dopo aver acceso l’automa. Quindi si mise di fronte alla macchina, dandole il fianco sinistro. Chorioly, seguendo le sue indicazioni, la imitò e si mise in faccia alla collega.

«Buongiorno, io sono Aniha Zervich.»

Lui fece altrettanto: «Buongiorno, io sono Bernhaby Chorioly» e le strinse la mano che gli strava porgendo.

Quindi Aniha si rivolse al robot e ripeté: «Buongiorno, io sono Aniha Zervich.»

Attese alcuni secondi durante i quali alcuni led si accesero sul visore della macchina. Che però non produsse altra reazione.

Aniha zittì Chorioly mettendosi con veemenza un dito sulla bocca, poi gli fece cenno di ripetere. Nuovamente si misero l’uno di fronte all’altra e si presentarono. E ancora Anhia si girò verso l’automa: «Buongiorno, io sono Aniha Zervich.»

Nuovamente alcune luci lampeggiarono sulla fronte del robot, in un silenzio che sapeva di sentenza. Poi il visore s’illuminò completamente e la macchina allungò un braccio meccanico in direzione della professoressa: «Buon giorno. Io sono EDU7.»

Aniha strinse il gancio e sorrise al collega.

«Ce l’ho fatta» mormorò Bernhaby Chorioly mentre gli si facevano lucidi gli occhi «ho creato il transistor di Dio.»

Dove si svolgerà il prossimo capitolo?

  • Nella Torre della Scienza (43%)
    43
  • Nell'ufficio del Consigliere Ortheera Malmour (7%)
    7
  • Nei bassifondi di Dinone (50%)
    50
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242 Commenti

    • Grazie Anna Maria, davvero.
      Non sei la prima a dirmi che non ama il genere, eppure nella grande fantascienza (Asimov e Dick per citarne due) si parla molto di vita e di umanità, seppure nascosta dietro cuori di metallo o futuri alternativi.
      Troppo spesso si confonde la fantascienza dei blockbuster con quella letteraria, che sebbene abbiano le stesse radici raramente coincidono.
      Sono felice che il mio racconto ti abbia fatto guardare al genere con più “coraggio”… 😀

  • Come promesso ho letto le tue 9 puntate stasera, e nonostante ti avessi segnalato anticipatamente che non sono molto portata per la lettura di testi fantascientifici, devo dire che il tuo mi ha coinvolto molto; mi ha preso una reazione strana, tant’è che al termine del nono episodio non potevo sopportare di immaginare un addio perchè avevo già troppa ansia dolorante nel cuore dopo la lettura; non potevo nemmeno immaginare un patto, con il rischio che il patto fosse tra la dottoressa e ‘Berny’ e che il nostro eroe EDU7 fosse tradito dagli umani per degli interessi utilitaristici o per la pusillanimità di lei.
    HO amato EDU7, e voglio vederlo incontrare una persona che gli sveli chi è veramente, magari una femmina EDU7 che gli faccia scoprire che è più umano dei loschi umani che si aggirano in Dinone.
    Non voglio il finale drammatico, voglio uscire dalla melma e dal fango di questa città, verso la luce che gli umano non sanno volere nè creare. Forse può farlo solo un robot, inseguendo la purezza che (per tua volontà) manca in questo caotico mondo che hai ricreato.
    Molto molto bello questo racconto.

  • Siamo già alla fine, com’è volato!
    Ho votato per l’incontro, mandandolo in parità con il patto. Ma a dire il vero, incontri e patti mi piacciono alla stessa maniera. 🙂

    Il passaggio in cui constati che i dubbi sono dispendiosi anche per le macchine, mi è piaciuto molto. È proprio vero, ed è quasi un sollievo condividere questo destino con chi è progettato per essere (quasi) perfetto.

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