Welcome To The Machine

There’s No Way Out Of Here

Sveglia alle sette. Latte, biscotti e via, verso la noiosa giornata di scuola. Solito posto sull’autobus, auricolari che martellavano le orecchie con le note diHorseshoes And B52’sdegli OSI. Mike Barbieri non era il ragazzo tutto casa e scuola, ma avrebbe adempiuto al proprio dovere, come sempre.

L’autobus si fermò, qualcuno scese e qualcun altro prese i posti appena liberati. Mike riconobbe Jennifer Sylvian, una sua compagna di classe. Alta, capelli lunghi e rossi, occhi verdi come due smeraldi. E due tette da paura. Chiaramente quest’ultima constatazione è frutto esclusivo della mente di Mike.

Roger Blackfield appoggiò delicatamente la tazza del cappuccino ormai vuota, quindi guardò l’Omega al polso: le otto meno dieci. Tempo di finire il croissant ed entrare a scuola. Chissà perché ci andava, un riccone come lui non aveva certo bisogno di un’istruzione. Almeno questo era il suo pensiero…

“Aspetti! Sto arrivando!” urlò Asia Stewart mentre arrivava di corsa.

Asia era una bravissima ragazza, rimasta orfana all’età di nove anni. La vita le aveva insegnato che doveva arrangiarsi, se voleva ottenere qualcosa nella vita. Purtroppo, a volte, il precario equilibrio delle sue giornate veniva sconvolto anche da piccolezze che rischiavano di tramutarsi in problemi ben più gravi. Salutò il bidello che le aveva lasciato aperta la porta e si diresse verso la classe.

David Ferry, il primo della classe, e Sharon Sakamoto, l’esperta di computer, stavano parlottando come al solito. David era un ragazzo brillante e abbastanza popolare, amava parlare di tecnologia con l’amica. Sharon, oltre a essere un’esperta di computer (in realtà era un vero e proprio hacker) era anche abbastanza carina: capelli lunghi e neri, occhi verdi e un fisico più da modella che da tecnica di computer. Il taglio degli occhi era orientaleggiante, segno distintivo derivato dal padre, giapponese di nascita. In realtà lei provava qualcosa per David, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di confessarglielo.

A un tratto tutti i ragazzi della classe si voltarono verso la porta. E la videro, la dea in persona. Alta da sembrare infinita, occhi color della notte, lunghi capelli neri, leggermente ondulati, che quasi le carezzavano il perfetto fondoschiena fasciato da una minigonna che sembrava una seconda pelle. La camicetta di seta bianca aveva i primi due bottoni aperti, un po’per sensualità ma soprattutto perché i seni enormi erano contenuti a fatica dal reggiseno viola firmato Victoria’s Secret. Signore e signori, ecco a voi Mandy Summers.

“Ma come si pavoneggia, quella…” mormorò Richard Mercury, il genio della scuola.

Genio finché volete, ma in quanto a donne…

“Puoi biasimarla?” replicò Steven Moore.

Steven era un musicista dannatamente in gamba e non si poteva certo dire gli mancassero le donne. E aveva una cotta davvero micidiale per Mandy…

I commenti furono interrotti quando un rombo lacerò l’aria. Quasi tutti si affrettarono verso la finestra che dava sul cortile, ma ormai si conosceva l’origine del suono. La Mercedes Benz E55 AMG era ferma con il motore al minimo. Pochi istanti e Anneke Lejaune scese elegantemente dall’auto. Tailleur blu scuro, borsetta Prada e cellulare di ultima generazione. Ricca, bella e bionda: cosa le mancava?

Ore otto: la campanella richiamò tutti all’ordine, persino la scalcagnata 4A. Tutti aspettavano il professore di storia quando, a un tratto, gli altoparlanti gracchiarono.

“Tutti gli studenti sono pregati di lasciare l’aula e di recarsi nel parcheggio di fianco al campo da calcio. Disciplinati e celeri, per favore.”

Che annuncio strano: non era prevista nessuna gita e quel tono… Comunque una mattinata senza lezioni era sempre meglio di niente.

Pochi minuti dopo salirono su un vecchio pullman, senza ulteriori spiegazioni.

Era quasi mezzogiorno, il primo a risvegliarsi fu David.

“Ehi, ma dove siamo?”

Poco a poco si svegliarono tutti quanti.

“Siamo arrivati?” chiese Richard.

“Sì. Il problema è: dove siamo?” replicò Asia.

Scesero lentamente dall’autobus: attorno a loro videro soltanto un grande bosco, un paio di fontane che zampillavano a intermittenza e un vecchio capannone. Dinanzi loro una casa vecchia di decenni, forse abbandonata.

“Che facciamo?” chiese Roger.

Tutti si guardarono, ammutoliti.

“Entriamo, no?” propose Mike.

Cos’avevano da perdere?

Aprirono il pesante portone in legno, ritrovandosi in un grande salone. Al centro, un tavolo con degli zainetti color verde militare. Nessun quadro, nessuna sedia, niente televisori. Ognuno di loro si guardava attorno, non sapendo se provare paura o divertimento.

A un tratto, dietro alle loro spalle, comparve un uomo: alto, sui quaranta, capelli sale e pepe raccolti in un lungo codino. Vestito con un impeccabile completo Armani.

“Buongiorno, ragazzi, permettetemi di presentarmi: sono il signor King, ma potete chiamarmi Joe.”

I ragazzi lo guardarono, ammutoliti. Cosa diavolo stava succedendo?

“Per molti di voi, questa sarà l’ultima tappa della vostra vita. Welcome to the machine…”

Che cosa accadrà, ora?

  • Guerra! (45%)
    45
  • Scopriranno che è tutto uno scherzo (0%)
    0
  • I ragazzi si ribelleranno (55%)
    55
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76 Commenti

  • Ho appena scoperto questa storia ma sono almeno in tempo x l’ultima votazione:) all’inizio avevo pensato ad un moderno Dieci Piccoli Indiani ma direi che il paragone con hunger games è più adatto. Però il tuo racconto li batte tutti: è tremendamente terrificante. Complimenti anche per lo stile.. è difficile realizzare più scene diverse in contemporanea

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