Anime in affitto

Dove eravamo rimasti?

Come reagisce Matteo? Fa finta di non notarlo, esce dalla stanza portando la scatola con se, per poi raggiungere un'altra finestra. Deve scoprire di più. (50%)

Prima che il cane abbai tre volte

Via dei gigli era una stradina interna che serviva un gruppo modesto di abitazioni. Vista dall’alto, sembrava un uncino. Aveva una coppia di lampioni che ne illuminava l’ingresso incerto, ma mentre il primo era semicoperto dalle fronde troppo cresciute di un albero nel giardino del signor Ronchi, l’altro era stato danneggiato da un gruppo di bulli capeggiati dal figlio della signora Randazzi. Il risultato era che le poche macchine che parcheggiavano ai lati della strada finivano sempre per avere qualche nuovo bozzo. Le cose di certo non miglioravano, una volta passata la curva a destra: il solo lampione a illuminare l’area era, senza mezzi termini, insufficiente. Il parco lì vicino, un ridicolo pezzo di terra verde strappato ad un proprietario insofferente e riqualificato con la stessa cura che si usa con una scarpa vecchia, era immerso quasi del tutto nel buio. Fosse stata la via di una qualche grande città avrebbe avuto una fauna del tutto particolare, ma la verità era che Via dei Gigli era di fatto anonima, e abitata da persone anonime. C’erano quattro palazzine tutte uguali, che ospitavano sei famiglie l’una, stipate in appartamenti organizzati con la fredda logica di un ragioniere. Tra queste, solo una aveva accesso alla strada principale e contemporaneamente all’uncino tramite un corridoio che ne tagliava la base: ad un’estremità, il portone principale accoglieva i condomini provenienti da Via Chieri e li accompagnava alle scale per gli appartamenti sotto lo sguardo attento della signora Gianti; a tutti poi era concesso di continuare per l’ingresso sul retro, che dava su un piccolo giardinetto di proprietà del palazzo, curato con mano inesperta dalla stessa Gianti, delimitato per due lati da una siepe e da un lato dall’alto steccato in legno del signor Manfredi e del suo cane, Basco, un terrier di taglia media nero come la pece e nevrotico quanto il suo padrone. C’erano anche piccole casette con un modesto giardino a ingrossare la quantità di civici nella via, ma la loro presenza era un errore grossolano e non voluto, e negli anni solo due di queste erano rimaste abitate.

La finestra dalla quale Matteo cercava di osservare la situazione era due piani sopra la porta sul retro che dava su quell’insulso pezzo di terra che la signora Gianti si ostinava a curare. Da quella posizione poteva tenere d’occhio quell’uomo addossato alla muretta di una delle case sfitte, dall’altra parte della via. Fumava una sigaretta, e non fosse per il rosso acceso della brace e una timida lama di luce che lo tagliava all’altezza dell’addome, non si sarebbe mai accorto di lui. Rimaneva fermo, e l’unica cosa che si muoveva era il suo braccio. Nella camera di Matteo la bajour era ancora accesa, ma nella stanza dove si trovava era immerso nel buio, con la scatola tra le mani. Guardò tentennante quell’involucro rigido, e per un attimo gli sembrò un peso insostenibile. Tutto per questo? Pensò. Impossibile, aveva fatto le cose per bene. Trasalì quando sentì il rumore alle sue spalle, si voltò di scatto e vide Anna che l’osservava interdetta.

“Che stai facendo?” lei gli chiese. Lui diede un’altra occhiata alla strada, inutilmente, poi affrontò la figliastra. Basco, al piano terra, abbaiò energicamente.

“Vattene a dormire” le disse sbottando, chiaramente nervoso.

“Ma vaffanculo, sono solo le dieci” rispose lei, allungando la mano verso l’interruttore. Matteo cercò di fermarla, ma fu inutile: la luce vanificò la sua posizione di vantaggio. Si lasciò scappare un’imprecazione a denti stretti.

“Anna, vattene a letto, non te lo ripeterò un’altra volta.” La ragazza aveva capito dal tono che tirava una brutta aria. Rincarò la dose con un “sono a tanto così dall’incazzarmi di brutto.”, aspettò che lei fosse andata via e mise la scatola dentro una credenza: era il momento di cambiare strategia. Agguantò il giubbotto, le chiavi, e uscì di casa.

Era passata ormai mezz’ora da quando Matteo era uscito, ma Anna non aveva la minima intenzione di mettersi a dormire. Il campanello risuonò nel corridoio. La ragazza si diresse alla porta con una certa insofferenza, guardò nello spioncino, poi aprì.

Rimasero a guardarsi per qualche secondo, come se entrambi stessero decidendo il da farsi, poi lei si girò e si diresse alla sua stanza in fondo al corridoio. “Accomodati un attimo, prendo il cappotto e andiamo” gli disse. Al piano terra Basco ne approfittò per ricordare la sua presenza.

Matteo aprì la porta del suo appartamento con mano tremante. Chiuse dietro di se non appena entrato, poi gettò la chiave sulla credenza lì vicino e si diresse in bagno. Ci mise ben venti minuti a lavar via il sangue dalla mano destra, ma si sorprese a pensare che dopotutto non era la prima volta. Quando ebbe finito, notò la porta aperta nella stanza di Anna, e vi si avvicinò per dare un occhio. Con suo rammarico, era vuota. Anna non era in casa.

Anche Basco fece notare il suo disappunto.

Con chi è uscita Anna?

  • Amanda, la fioraia che vive nello stesso stabile, e da cui lavora ogni tanto part-time. (56%)
    56
  • Giorgio, un ragazzo più grande di lei con cui esce ogni tanto. (33%)
    33
  • Tancredi, il suo insegnante di italiano. (11%)
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