The fly.

Dove eravamo rimasti?

Gianfilippo ha avuto un'idea. Di cosa si tratta? Indagare sulla morte della signora Marini. (60%)

• La macchina umana.

 Il capo del clan della zona lo conoscevano tutti e tutti lo salutavano cordialmente quando, la domenica mattina, passeggiava beato con la sua piccola (e non di numero) scorta. Magari il giorno prima, uno dei suoi, per sbaglio, ti aveva ammazzato la mamma o il fratello; si, vabbè, che ci vuoi fare, è il prezzo da pagare per stare tranquilli. Gianfilippo non sapeva che aspetto avesse, non aveva mai visto lui entrare in biblioteca: Mario Spasiano veniva sempre per conto suo e piazzava i “bozzoli” un po’ dove gli capitava. Faceva il lavoro che avrebbe dovuto fare lui, il boss. Entrando, il caposezione gli avrebbe di sicuro fatto la riverenza. A lui hanno ammazzato la moglie durante uno scontro a fuoco fra bande non autorizzate, quindi non c’entra niente. Gianfilippo sfoderava il solito coraggio da agnellino, quando pensava a lui, lo stesso che lo faceva sentire un leone quando ammazzava le falene in estate. Adesso, grazie a questa nuova capacità, aveva la stessa determinazione di chi non ha niente da perdere. Come al solito, si sbagliava.  

Passeggiò tutt’intorno la villa del boss, col mento all’insù, per parecchi minuti prima di essere avvicinato da due ragazzi minacciosi; riuscì ad estorcere loro una serie di informazioni, fra cui quante sigarette c’erano nel pacchetto di uno dei due, un ambo da giocare, quarantasette e ventuno, e l’indirizzo di una strada in periferia; alla fine, soddisfatto, decise di seguire questo avanzo di pista e di cercare chi poteva dargli, anche senza volerlo, una risposta sull’omicidio della sig.ra Marini.
A poco a poco si faceva sempre più evidente che, utilizzando questa abilità sovrannaturale, perdeva progressivamente la vista, ma solo dei volti, che gli apparivano adesso putrefatti, insidiati da insetti ripugnanti – e le voci, alte e dissonanti, quasi irriconoscibili. Il ronzio cominciò a premere sulla fronte, sugli occhi. Già quattro volte aveva dovuto aprire il manuale e leggere, almeno una decina di pagine, per alleviare il dolore. Alla fine di tutto questo – diceva – questo libro finisce nel fuoco. Era un bibliotecario, appassionato di antiquariato, ed è risaputo che bruciare i libri era una usanza antichissima.

Individuò il luogo con facilità, anche perché adesso riusciva, attraverso i pensieri, ad avvertire persino gli odori più intimi, il tanfo che emanano la vergogna e la codardia, il foetor che solo il peccato sapeva dare. Era un baretto modesto, silenzioso, pieno zeppo di nullatenenti scaldasedie. Gianfilippo non l’aveva mai notato, ovviamente. Nello scantinato si facevano puntate clandestine, combattimenti di cani e, soprattutto, si giocava a carte. Inesperto ed eccessivamente sicuro, fece qualche domanda al barista, diretta, del tipo sì o no, ma non cavò niente da quella testa. “Io..uh..una birra”. Era la cosa più intelligente che gli venne in mente, sedersi lì ed aspettare, fingendo di sorseggiare una chiara ai due luppoli come se niente fosse.
Adesso che aveva un po’ di tempo da dedicarsi, confessò a se stesso che non trovava affatto incredibile quello che gli stava accadendo: aveva accettato quella sua singolare condizione quasi come fosse naturale, come se ne fosse stato capace anche prima; solo, la vista, quella gli faceva qualche scherzo, ma ricorderete che tutti i bibliotecari hanno gli occhiali e in fondo, pensava, basterà aumentare la gradazione. Sfoderò ancora il manuale, tenendolo con una mano e sfogliandolo solo con l’indice. Era arrivato alla fine del capitolo quattro, quando il libro gli sfuggì di mano e Gianfilippo tentò di riafferrarlo in volo, stringendo il lembo di una pagina. Provocò uno strappo in lungo, proprio in mezzo al foglio, e se ne risentì, perchè avrebbe dovuto restituirlo integro l’indomani. Rimase per un attimo a mezz’aria e poi tornò a sedere sullo sgabello. “Signore” – “Uh?” – “Signore? Ehi?!” – “Mh, sì..cosa c’è?” – “Mi sta sporcando tutto il bancone”.
Alla vista di una gran quantità di sangue, Gianfilippo, che prima si credeva Sansone, incominciò ad affannare e a tremare, dapprima perchè non riconobbe quell’obbrobrio come suo, poi perchè notò che aveva tutti i polsini della giacca impregnati. Come se l’avessero pugnalato, sgambettò ingobbito dalla paura nei bagni sul retro, si lavò le braccia abbondantemente e rimase qualche minuto a fissarsi quei grossi tagli che erano comparsi sugli avambracci. Aveva lasciato il libro e la birra sul bancone, continuava a perdere sangue e più si tratteneva più il ronzio nella sua testa aumentava. Tornò a sedere in maniche di camicia, sbuffando ed osservato da tutti i presenti; intascò il libro e fece per terminare la sua bionda, mentre ascoltava il barista lamentarsi, in mente, chè le macchie di sangue non si levano.  Fu in quel momento che lesse, fra il magma emotivo – che ormai non era più in grado di vedere, ma soltanto di ascoltare – un pensiero familiare che non avrebbe dovuto trovarsi lì. 

Chi, di preciso, non dovrebbe trovarsi nel locale?

  • La moglie di Gianfilippo. (67%)
    67
  • Il caposezione. (0%)
    0
  • La signora Marini. (33%)
    33
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40 Commenti

  • Beh, la scena si sposta dove tutto è cominciato, ovviamente!!
    Wow, bellissimo capitolo, molto oscuro e una morte realmente orrenda… Poi una frase mi è piaciuta un sacco: “La carta antica prende subito fuoco; gli atomi che hanno una storia alle loro spalle hanno fretta di ricominciare il loro ciclo e in fretta svaniscono nella cenere.”
    Complimenti, come sempre!

  • Io invece ti faccio grossi complimenti, mi piace molto il tuo modo di dettagliare ogni scena con poche pennellate di parole. So bene (per me è un problema, spesso) che 5000 caratteri sono pochi per scendere nel dettaglio dei pensieri, del dettaglio, delle cose… Quindi bisogna arrivare al punto! E tu, finora, ci arrivi, decisamente! Complimenti!
    Voto l’indagine sulla morte della signora Marini, chi meglio di un telepate potrebbe mettere luce? 🙂

  • Mi hai contattato su twitter chiedendomi un parere su questo racconto, che ho provato a darti in privato, ma il sistema non mi ha consentito di risponderti in quella sede per mancanza di follow.

    Te lo do qui, e Рpoich̩ me lo hai chiesto Рmi sento autorizzato a darti un parere che comprenda sia i chiari che gli scuri.

    Insicuro. E’ l’aggettivo che mi viene in mente per quasi ogni aspetto del racconto.
    Per il personaggio, che oscilla fra pensieri, azioni, emozioni tutti mai sviluppati fino in fondo, mai portati a compimento.
    Per la prospettiva narrativa, che rimbalza fra il punto di vista accademico di una categoria astratta – i bibliotecari – e flussi di coscienza intimistici che si riflettono in dialoghi immaturi (non in senso letterario, ma narrativo).
    Per la trama, che sposta il punto di vista dall’interiorità del protagonista, alla collettività – la malavita, l’omicidio – al libro (che appare e scompare come nucleo d’attenzione fra un capitolo e un altro) e solo nel quarto capitolo scivola al soprannaturale con le abilità telepatiche.
    L’uso che fai del grassetto e del corsivo – gusto personale – non mi piace: sono usati come su un sussidiario delle elementari.
    Insomma, c’è del potenziale e una buona – migliorabile ma istintivamente efficace – capacità di raccontare per immagini, ma un certo bisogno di chiarirsi le idee.

    (Voto la passeggiata al parco).

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