The fly.

Dove eravamo rimasti?

Chi, di preciso, non dovrebbe trovarsi nel locale? La moglie di Gianfilippo. (67%)

Falange.

Non sapeva che fare quando riconobbe sua moglie lì, lontano da casa, alle prese con una scommessa pesante, probabilmente la puntata più alta del tavolo. Al di là di quel muro, alle spalle del bancone, dietro i liquori, gruppi di persone ammassate fra il fumo e la muffa di una vecchia catapecchia illuminata, completamente invisibile dall’esterno perché integrata con la calce ed i mattoni. 

“Come si arriva di là?”, chiese al barista col verme nel naso. “Di là – dove?” – “Qui dietro, qui, dove si gioca a carte” – “Devi essere ubriaco, bello: qui ci sono so..” – “Non sono ubriaco e tu non mi stai dicendo la verità. Voglio fare una partita, lasciami entrare” – “Senti, bello, qui entra solo chi ha qualcosa da scommettere e tu, ecco, guardati: l’unica cosa che avevi era quella giacca e l’hai macchiata tutta di sangue!”. Il fondo del boccale fece un rumore sordo; Gianfilippo decise di provare comunque ad oltrepassare l’ostacolo. Al di là, sua moglie scommetteva come fossero caramelle i soldi raccolti in anni di economia, e poteva sentirla invocare il suo nome ad ogni mano persa. Come un uomo che, fra la folla, si drizza sentendo il suo nome gridato, così si comportava Gianfilippo, che nel frattempo aveva estratto il manuale di entomologia dalla tasca e l’aveva aperto nel mezzo. “Metti una mano qui e prova a capire cosa sto pensando” – “Che?” – “Mi hai sentito: appoggia qui la mano e ascolta” – “Tu sei suonato, bello” – “Voglio dimostrarti che ho qualcosa da scommettere. Avanti. Metti qui la mano”. Il barista si strofinò i polpastrelli con un panno lercio, dopodiché, con cautela, adagiò prima la punta delle dita e poi il palmo sul foglio. Non riuscì a leggere nel pensiero di Gianfilippo, ma lui avrebbe giurato di sì, perché aveva dilatato le pupille ed inorridito si era ritratto, lasciandolo passare frettolosamente. Il bibliotecario scomparve dentro una botola e rispuntò dietro la parete degli alcolici, in una saletta fetida e con due tavoli in attesa di un giocatore. Con l’abilità di un segugio, Gianfilippo trovò sua moglie, arrestandola proprio mentre stava per mettere sul piatto le chiavi di casa. “Ma, no, io, guarda..” – “Vai a casa, Maria. Vai”. Prese il suo posto, alla sedia, e si fece un paio di mani coi soldi suoi che adesso giravano liberamente sul mercato clandestino. Fece tutto molto velocemente, senza trovare alcun impedimento: evidentemente a nessuno interessava chi fosse a scommettere. Attraverso quel tavolo, l’odore passato dei soldi svaniva ed acquistava una nuova piccante sfumatura. Incastrati in logge di aria spessa e fetida, altri tre grossi uomini facevano il loro gioco. Gianfilippo adesso riusciva ad immedesimarsi con loro; era a suo agio, sapeva subito come conquistarli, quali mosse fare, come comportarsi. Solo, maledizione!, non li distingueva più: ai suoi occhi erano una triade deforme, purpurea tondeggiante come lava bollente. Chiuse gli occhi per ascoltare soltanto. Tirò su forte col naso e continuò a giocare. Ebbe persino la compiacenza di non leggere troppo nel pensiero dei suoi avversari, per non perdere il gusto del gioco. Si portò a casa solo quello che aveva perso sua moglie, tanto per non andare in rosso coi conti; ma, sapete, gli capitò una cosa che non credeva possibile: gli piaceva. Tanto. Stava provando gusto a scommettere e a giocare col suo potere. Ho già detto che più lo usava, meno percepiva i volti e le voci, anzi li vedeva trasfigurati in maschere mostruose e marcescenti; ebbene, sentite questa: sicuro di se, decise di alzarsi, di andare all’altro tavolo dove era seduto il boss e di sfidarlo a Telesina.  Non ho schiacciato nemmeno un insetto, oggi – pensava.

Grigio e completamente calvo, Giovanni Testuggine assomigliava ad un carrarmato russo. Aveva soltanto una bocca, un cono oscuro direttamente puntato su di te e potevi friggere dal timore che, prima o poi, quel cono avrebbe sputato fuoco, cancellandoti dalla faccia della terra. Nel frattempo, quel pozzo profondissimo ti svuotava, gli conferiva mille volti e mille caratteri, mille quante sono le cose che si mischiano nelle profondità vacue. Gianfilippo non potè fare a meno di fissarlo, mentre dal naso gli colava sangue. Un tizio dal volto allungato e una sigaretta in bocca era alla sua destra, lievemente distratto dalla presenza di un ometto buffo nella sua semplice ordinarietà come un bibliotecario. Pensava alla partita e ai soldi e alla droga e alla droga e poi ai soldi per la droga. Un cilindro di cenere e una goccia di sangue caddero allo stesso tempo sul tavolo, sporcandolo in modi diversi, facendo irritare il boss che esclamò: “E allora, vuoi giocare? E gioca!”. Mario Spasiano si levò il cappello e gli fece posto. Con gran sorpresa, Gianfilippo constatò che era ancora vivo, a differenza di sua zia. Si diceva il contrario. Si diceva fosse una vendetta trasversale. Si dicevano tante cose. Ma qualcuno sentiva e sapeva, anche senza poteri. La fonte era proprio lì e bisognava bere, a costo di sentirsi tremendamente vuoti.

Sfidare il boss ad una partita di carte è:

  • Intelligente. Un attacco al potere per ricevere informazioni. (20%)
    20
  • Rischioso. Se vinci troppo, ti ammazzano. (60%)
    60
  • Eccitante. Con una simile abilità, la vittoria è assicurata. (20%)
    20
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40 Commenti

  • Beh, la scena si sposta dove tutto è cominciato, ovviamente!!
    Wow, bellissimo capitolo, molto oscuro e una morte realmente orrenda… Poi una frase mi è piaciuta un sacco: “La carta antica prende subito fuoco; gli atomi che hanno una storia alle loro spalle hanno fretta di ricominciare il loro ciclo e in fretta svaniscono nella cenere.”
    Complimenti, come sempre!

  • Io invece ti faccio grossi complimenti, mi piace molto il tuo modo di dettagliare ogni scena con poche pennellate di parole. So bene (per me è un problema, spesso) che 5000 caratteri sono pochi per scendere nel dettaglio dei pensieri, del dettaglio, delle cose… Quindi bisogna arrivare al punto! E tu, finora, ci arrivi, decisamente! Complimenti!
    Voto l’indagine sulla morte della signora Marini, chi meglio di un telepate potrebbe mettere luce? 🙂

  • Mi hai contattato su twitter chiedendomi un parere su questo racconto, che ho provato a darti in privato, ma il sistema non mi ha consentito di risponderti in quella sede per mancanza di follow.

    Te lo do qui, e Рpoich̩ me lo hai chiesto Рmi sento autorizzato a darti un parere che comprenda sia i chiari che gli scuri.

    Insicuro. E’ l’aggettivo che mi viene in mente per quasi ogni aspetto del racconto.
    Per il personaggio, che oscilla fra pensieri, azioni, emozioni tutti mai sviluppati fino in fondo, mai portati a compimento.
    Per la prospettiva narrativa, che rimbalza fra il punto di vista accademico di una categoria astratta – i bibliotecari – e flussi di coscienza intimistici che si riflettono in dialoghi immaturi (non in senso letterario, ma narrativo).
    Per la trama, che sposta il punto di vista dall’interiorità del protagonista, alla collettività – la malavita, l’omicidio – al libro (che appare e scompare come nucleo d’attenzione fra un capitolo e un altro) e solo nel quarto capitolo scivola al soprannaturale con le abilità telepatiche.
    L’uso che fai del grassetto e del corsivo – gusto personale – non mi piace: sono usati come su un sussidiario delle elementari.
    Insomma, c’è del potenziale e una buona – migliorabile ma istintivamente efficace – capacità di raccontare per immagini, ma un certo bisogno di chiarirsi le idee.

    (Voto la passeggiata al parco).

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