The fly.

Dove eravamo rimasti?

Sfidare il boss ad una partita di carte è: Rischioso. Se vinci troppo, ti ammazzano. (60%)

Il lungo, il corto e il mal’ incavato.

Aveva visto, in quelle ore, i visi più mostruosi mai raccontati; fetidi baccelli emanare sbobba verdastra e parlare con voci familiari, pensando brutalità dove prima sgorgavano placide parole; aveva assistito alla trasfigurazione – o alla scoperta, forse – della natura dell’uomo, che rimane bestia sotto la rigidità dell’apparenza.
Eppure il boss lo vedeva chiaramente e poteva guardarlo negli occhi e subire quel fascino terrificante di chi ha messo in ginocchio il mondo con la paura. Al tavolo, metà uomo e metà profitto, era ancora più impressionante: le palpebre, semichiuse, tradivano l’insofferenza di chi ha già visto e vede oltre. Gianfilippo non riusciva a capire perché non poteva leggergli nel pensiero, né perché fosse l’unico volto (umano) che riuscisse a percepire. Testuggine era davvero un carroarmato, apparentemente invincibile, quasi sicuramente impenetrabile.
“Siedi, che iniziamo. Il buio è fissato a ventimila” – “Euro?”. Il boss accolse la domanda retorica con un sorriso: “Hai chiesto tu di giocare” – “Io, sì, ma..” – “Ma non ce li hai, certo. Sei un poveraccio. Però andavi forte a quel tavolo, hai vinto una bella somma” – “Tutta fortuna..”. Ancora un sorrisino. Gianfilippo ebbe l’impressione di intuire qualcosa. In un certo senso, senza quella facoltà la sua mente era più libera di immaginare e si formava ogni tipo di pensiero. Era come quando si è bambini, quando si assiste per la prima volta alla formazione dei cerchi nell’acqua. “Facciamo così – fece schioccando la lingua – giochiamo; se però perdi, mi darai una cosa a cui tieni”. Non sapendo cosa dire, Gianfilippo cominciò a pensare a casa sua, alla sua collezione di baionette napoleoniche, a sua moglie: erano gli unici beni che aveva e non credeva potessero essere interessanti. Si grattò il naso e prese ad ascoltare. Il boss sapeva? Sapeva del manuale e dei suoi poteri? E sapeva che il manuale ce l’aveva lui e del perché era venuto? “Volete sempre delle risposte. Eppure avete un grande potere.. Che spreco”.
“Insomma, iniziamo o no?” – fece quel tizio dal volto lungo, che nel frattempo si era acceso un’altra sigaretta. Testuggine gli lanciò un’occhiataccia: era come se si fosse rotto qualcosa, un filo invisibile ed ipnotico che in quel momento legava Gianfilippo al boss. Questi iniziò a mischiare nervosamente le carte, dilatando le narici ad ogni sbuffo e continuando a fissare per trenta immensi secondi quel tizio vestito di viola e di nero, terrorizzato sotto l’ombra del cappello che aveva sugli occhi e che aveva calzato per evitare il contatto visivo. “Chi se ne frega, di questo qui?”. Aveva assunto anch’egli un aspetto deforme, grigiastro e consunto; Gianfilippo riusciva a sentire l’odore della sua paura e della sua vigliaccheria: era come trangugiare pappa d’avena rancida e salamoia. Ebbe un lieve conato di vomito. Testuggine distolse lo sguardo e captò questo movimento interiore. Gli parve familiare, ma non si sa bene il perchè. Fece soltanto un ampio gesto con la mano e gli indicò la sedia vuota. Mario Spasiano, nell’ombra, assisteva a questa scena brevissima ponendo un’attenzione inutile sul linguaggio non verbale: non avrebbe capito ugualmente che i due stavano già giocando e che la messa in palio era qualcosa di più del semplice denaro.

Finalmente, Gianfilippo si sedette e giocò. Per un poco riuscì ad avere il sopravvento, ma, preso di sorpresa, lo abbandonarono la spavalderia e quel poco di esperienza che aveva nel gioco d’azzardo. Quasi inevitabilmente la partita prese un risvolto negativo per lui: il suo avversario aveva la capacità, se non di predire il futuro, di piegare il destino. Non c’era niente, nel viso di Testuggine, che lasciasse trapelare quale sarebbe stata la sua prossima mossa: a palpebre calanti e col respiro gorgogliante restava una statua di sale. Gli altri due uomini uscirono subito – vennero “fatti fuori” dal boss stesso. Era una sorta di resa pianificata. Un raccogliere le forze per abbattere una costruzione. Gianfilippo perse tutte le mani seguenti e, ad un certo punto, lasciò le carte sul tavolo, spazientito. Non avrebbe ottenuto niente ed avrebbe perduto tutto.  “Sedendoti e giocando hai scommesso qualcosa, lo sai, vero?” – “Casa mia?”. Il boss chiuse gli occhi e aspettò che il bibliotecario gli facesse la domanda giusta. “D’accordo, la mia collezione di armi originali del settecento?” – “Perche dovrebbero interessarmi dei ferri arrugginiti? Io, di armi, ne ho già quante ne voglio”.
Non riusciva a capire che quello che interessava al boss non era nient’altro che  il manuale di entomologia che Gianfilippo teneva gelosamente nella tasca della giacca. 
Un brivido percorse la schiena del nostro bibliotecario. Annusò l’aria e gli parve di riuscire a sentire, adesso, persino l’odore della sua stessa paura. 

Perché il boss vuole il manuale?

  • Ha un valore affettivo. (43%)
    43
  • Conosce il suo potere. (57%)
    57
  • É un collezionista. (0%)
    0
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40 Commenti

  • Beh, la scena si sposta dove tutto è cominciato, ovviamente!!
    Wow, bellissimo capitolo, molto oscuro e una morte realmente orrenda… Poi una frase mi è piaciuta un sacco: “La carta antica prende subito fuoco; gli atomi che hanno una storia alle loro spalle hanno fretta di ricominciare il loro ciclo e in fretta svaniscono nella cenere.”
    Complimenti, come sempre!

  • Io invece ti faccio grossi complimenti, mi piace molto il tuo modo di dettagliare ogni scena con poche pennellate di parole. So bene (per me è un problema, spesso) che 5000 caratteri sono pochi per scendere nel dettaglio dei pensieri, del dettaglio, delle cose… Quindi bisogna arrivare al punto! E tu, finora, ci arrivi, decisamente! Complimenti!
    Voto l’indagine sulla morte della signora Marini, chi meglio di un telepate potrebbe mettere luce? 🙂

  • Mi hai contattato su twitter chiedendomi un parere su questo racconto, che ho provato a darti in privato, ma il sistema non mi ha consentito di risponderti in quella sede per mancanza di follow.

    Te lo do qui, e Рpoich̩ me lo hai chiesto Рmi sento autorizzato a darti un parere che comprenda sia i chiari che gli scuri.

    Insicuro. E’ l’aggettivo che mi viene in mente per quasi ogni aspetto del racconto.
    Per il personaggio, che oscilla fra pensieri, azioni, emozioni tutti mai sviluppati fino in fondo, mai portati a compimento.
    Per la prospettiva narrativa, che rimbalza fra il punto di vista accademico di una categoria astratta – i bibliotecari – e flussi di coscienza intimistici che si riflettono in dialoghi immaturi (non in senso letterario, ma narrativo).
    Per la trama, che sposta il punto di vista dall’interiorità del protagonista, alla collettività – la malavita, l’omicidio – al libro (che appare e scompare come nucleo d’attenzione fra un capitolo e un altro) e solo nel quarto capitolo scivola al soprannaturale con le abilità telepatiche.
    L’uso che fai del grassetto e del corsivo – gusto personale – non mi piace: sono usati come su un sussidiario delle elementari.
    Insomma, c’è del potenziale e una buona – migliorabile ma istintivamente efficace – capacità di raccontare per immagini, ma un certo bisogno di chiarirsi le idee.

    (Voto la passeggiata al parco).

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