The fly.

Dove eravamo rimasti?

Perché il boss vuole il manuale? Conosce il suo potere. (57%)

Quadrato il cerchio.

La famiglia di Gianfilippo era composta da lui, sua moglie, una vecchia zia in nero e qualche cugino da parte di padre che, alle feste comandate, si faceva vivo per un panettone artigianale.
La famiglia del boss Testuggine contava più di centocinquanta componenti, divisi in gruppi di influenza che includevano settantadue disoccupati, trentacinque impiegati vari e quarantadue  madri di famiglia. Le madri erano in minoranza, ma facevano sentire la loro presenza come se fossero almeno il doppio. Restavano fuori una ventina di autotrasporti, un jet privato e un cane di nome Lenny.
Capirete quanto grande fosse la differenza fra quello che poteva perdere l’uno e quello che poteva guadagnare l’altro con in mano un manuale intriso di un potere occulto che ti permetteva di leggere nel pensiero. Il boss conosceva questo potere; il manuale era un’arma che la sua famiglia si tramandava da tempo lontanissimo e che serviva per indurre negli avversari la pazzia allo scopo di provocarne la morte. I membri della famiglia più vicini e maggiormente dotati sviluppavano una sorta di immunità che li metteva al riparo, nel caso qualcuno avesse voluto usare questa facoltà contro di loro. Il libro donava momentaneamente la capacità di leggere nel pensiero  – ma quanto duravano, queste persone? Quanto tempo trascorreva prima che si arrendessero all’evidenza e alla cruda verità, quella che stavano degenerando – si stavano disumanizzando – ad ogni pagina letta?
Giorni. Talvolta anche ore. Bastava lasciare il libro in un luogo frequentato da qualcuno che stesse loro scomodo ed era fatta, perché una sola occhiata ti vincola alle pagine fino a quando non arrivi a desiderare la morte più del potere di insidiare la psiche altrui. 

Tutte queste cose, Gianfilippo non le conosceva, ma in qualche modo capiva che c’era un collegamento fra quel libro e le morti sfrenate di quel periodo; del macabro alone che incombeva su quella zona e che era direttamente legato alla carica proveniente da quel volume – stzzz. Vedeva da lontano il contorno laddove il boss conosceva le interiora del disegno vivo che si muoveva in quella città considerata “sua“. Gli tornarono in mente le sirene di quella notte; qualcosa si ricompose, due frammenti lontanissimi si attirarono e, scontrandosi, generarono quel suono evanescente. Tornò subito il ronzio. Stzzz.

“Dammi il libro”. Gianfilippo ebbe un sussulto, poggiò la mano in tasca e percepì la sagoma dalla stoffa. “Il libro: è il prezzo”.
Voleva il libro, per le ragioni che sappiamo o per altre che ignoriamo. Ma il bibliotecario era giunto troppo lontano per lasciar finire tutto così. “Voglio sapere della sig.ra Marini”. Mario Spasiano, ancora alle loro spalle, sospirò piano, scuotendo le mani come a sciogliersi. “La signora Marini – fece il boss – ha pagato per la sua curiosità. Così come stai facendo anche tu. Adesso consegnami il libro”. Stzzz.
Era tutto un gioco, per queste persone; una gara contro se stessi nel tentativo di mostrarsi più chiaramente e altrettanto diversamente agli altri. Potevano morire tutti, ma loro sarebbero sopravvissuti, per qualche strana scelta a priori fatta da chissà chi. Costruivano la loro stessa immortalità, si cibavano della loro stessa vanità – e riuscivano sorprendentemente a cavarsela: timonieri della nave che era il destino altrui. Forse quello del boss Testuggine poggiava su quel manuale. Gianfilippo capì di essere lì per spezzare la spirale di violenza che lo faceva sentire fuori dal mondo in cui viveva. Accadde tutto in un attimo. Un’intuizione senza ombra di etica, un gesto senza intenzione preconcetta. Finalmente si ascoltò nettamente, senza bisogno di silenzi, di traumi o di frasi contenute nei libri: estrasse il libro e, facendo al boss gesto di consegnarglielo, afferrò l’accendino lasciato sul tavolo e appiccò fuoco al volume. Subito Gianfilippo si gettò a terra, in preda a lancinanti fitte al petto, sulle tempie e alle convulsioni. Stzzz.
La carta antica prende subito fuoco; gli atomi che hanno una storia alle loro spalle hanno fretta di ricominciare il loro ciclo e in fretta svaniscono nella cenere. Mentre Gianfilippo si contorceva, qualcuno degli uomini del boss cercava di spegnere l’incendio. Stzzz. 
A pedate, salvarono pochi lembi violacei. Non ci fu niente da fare per  il bibliotecario, che sembrò svanito col fumo insieme alle pagine.

Facendo leva sui gomiti, Testuggine si fece spuntare due gambe da sotto il tavolo e si alzò. Tutti si erano fermati a guardare un essere umano che evapora, come non si vede più da quando si scioglievano le persone nell’acido.  “Quanto potere, che non sapete usare”, sussurrò il boss calciando via il mucchietto di cenere. Stzzz.

Gianfilippo è morto. Dove si sposta la scena?

  • Resta al locale di gioco clandestino (13%)
    13
  • Al commissariato di polizia. (38%)
    38
  • Alla biblioteca. (50%)
    50
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40 Commenti

  • Beh, la scena si sposta dove tutto è cominciato, ovviamente!!
    Wow, bellissimo capitolo, molto oscuro e una morte realmente orrenda… Poi una frase mi è piaciuta un sacco: “La carta antica prende subito fuoco; gli atomi che hanno una storia alle loro spalle hanno fretta di ricominciare il loro ciclo e in fretta svaniscono nella cenere.”
    Complimenti, come sempre!

  • Io invece ti faccio grossi complimenti, mi piace molto il tuo modo di dettagliare ogni scena con poche pennellate di parole. So bene (per me è un problema, spesso) che 5000 caratteri sono pochi per scendere nel dettaglio dei pensieri, del dettaglio, delle cose… Quindi bisogna arrivare al punto! E tu, finora, ci arrivi, decisamente! Complimenti!
    Voto l’indagine sulla morte della signora Marini, chi meglio di un telepate potrebbe mettere luce? 🙂

  • Mi hai contattato su twitter chiedendomi un parere su questo racconto, che ho provato a darti in privato, ma il sistema non mi ha consentito di risponderti in quella sede per mancanza di follow.

    Te lo do qui, e Рpoich̩ me lo hai chiesto Рmi sento autorizzato a darti un parere che comprenda sia i chiari che gli scuri.

    Insicuro. E’ l’aggettivo che mi viene in mente per quasi ogni aspetto del racconto.
    Per il personaggio, che oscilla fra pensieri, azioni, emozioni tutti mai sviluppati fino in fondo, mai portati a compimento.
    Per la prospettiva narrativa, che rimbalza fra il punto di vista accademico di una categoria astratta – i bibliotecari – e flussi di coscienza intimistici che si riflettono in dialoghi immaturi (non in senso letterario, ma narrativo).
    Per la trama, che sposta il punto di vista dall’interiorità del protagonista, alla collettività – la malavita, l’omicidio – al libro (che appare e scompare come nucleo d’attenzione fra un capitolo e un altro) e solo nel quarto capitolo scivola al soprannaturale con le abilità telepatiche.
    L’uso che fai del grassetto e del corsivo – gusto personale – non mi piace: sono usati come su un sussidiario delle elementari.
    Insomma, c’è del potenziale e una buona – migliorabile ma istintivamente efficace – capacità di raccontare per immagini, ma un certo bisogno di chiarirsi le idee.

    (Voto la passeggiata al parco).

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