Frammenti di un amore alieno

Dove eravamo rimasti?

L'ultima scena della prima parte della storia si svolge In vacanza (50%)

Orbite intersecanti

“Stavo riportando la bussola al suo legittimo proprietario. Era un regalo prezioso che non avevo saputo sfruttare. Mi aveva detto che se si fosse rotta, mi avrebbe indicato la via da percorrere. Ma erano mesi che me la portavo appresso e non succedeva niente. Quando sono tornata dalla toilette, ero quasi sollevata fosse scomparsa. La trepidazione di ogni giorno puntualmente disillusa da quell’oggetto infernale. Poi c’è stata la telefonata. Ho sentito un segnale che trascendeva le tue parole. Mi sono sforzata di ascoltarti ma c’era qualcosa di più profondo nell’aria. Ho segnato il tuo nome e l’indirizzo e mi sono precipitata a cercarti. Quella notte sul tetto per la prima volta ho visto Demetra ad occhio nudo. La ragione per cui esisto ancora su questa Terra. Ma di questo non ti parlerò. Ho vanificato l’opportunità che mi è stata data e ti ho scambiato per un altro. Questi incontri combinati dal fato accadono più raramente dei miracoli. L’entusiasmo mi ha fatto bruciare le tappe e la storia dei nomi mi ha tratto in inganno. Ma mi vergogno ugualmente. Forse tu saresti disposto a perdonarmi; sono io però che non riesco a farmene una ragione. O forse ho solo una gran paura. Scusa e dimentica se puoi”.

Queste erano state le sue parole, un lungo flusso ininterrotto, un torrente in piena di lacrime e sconforto. Avevo tentato di replicare ma al suono della sua voce si era sostituito il lamento metallico del telefono. Nessuno voleva ascoltare il mio punto di vista: nè lei nè tantomeno l’apparecchio. 
Non ci capivo niente. Mi sono arreso di fronte ad una situazione incomprensibile. Cos’era quell’esplosione incontrollata di sentimenti che mi opprimeva il petto? E a quanto pare non solo a me. È successo qualcosa che trascendeva completamente la mia volontà, che neppure avevo voluto e per giunta che si era concluso in malo modo. Perché  non facevo tempo a riprendermi che qualcosa mi buttava nuovamente a terra?Perché mi toccava appurare l’innamoramento in termini negativi, quando si dice che il vero amore è il vero motivo per cui valga vivere? Questi e altri interrogativi mi divoravano quella notte sul divano dell’atelier. L’omelette era rimasta intatta sul tavolo ed era stata preventivamente riposta da Tessa in frigo per l’indomani. I miei tentativi culinari, indici di un rinnovato entusiasmo, raffreddati in un elettrodomestico senza cuore. Io ce la mettevo tutta per essere una persona migliore ma qualcosa non andava. Meglio dimenticare. Meglio dormirci sopra. 
Dormire aveva solo peggiorato le cose. Incubi con meteoriti sulla Terra e quadri da cui fuoriuscivano esseri mostruosi erano le ciliegine sulla torta di un repertorio horror inedito scaturito dal mio inconscio dopo quegli ultimi accadimenti. 
Avevo una casa in cui  non volevo tornare.  C’erano persone che preferivano non vedermi in città (Saori presumevo). Amici sui quali non volevo pesare (Tessa). L’unica risposta che trovavo era un viaggio. Immediato, neppure da discutere la meta. Ho lasciato  un messaggio scribacchiato sul tavolo e diretto all’aeroporto. Mi sono meravigliato di quanto guardare tutto quel groviglio di strade e persone dall’alto di un aereo tra le nuvole mi facesse sentire meglio.

Fermo al semaforo verde. Attento a cogliere la melodia che si sprigionava tutt’intorno. Andavano tutti di fretta quel giorno all’ora di punta. Tutti tranne me. Se si fosse materializzata una poltrona mi sarei seduto. Incantato da un suono che non avevo mai sentito prima. C’era qualcosa di triste in quel succedersi di note meccaniche. Una rassegnazione da cui ero sfuggito e che ora ritrovavo proprio lì in procinto di attraversare la strada. Ad Hong Kong anche i semafori si mettono a cantare. C’era chi mi osservava sconcertato. Un ostacolo da dribblare. Uno sprovveduto destinato ad essere inghiottito dal traffico alla tornata successiva di veicoli. Un nullafacente. Tutti avevano una ragione per affrettarsi dall’altra parte, prima che diventasse rosso. Invece io impertinente stavo a guardare il vuoto. Era il mio orecchio a lavorare in quegli istanti. Volevo memorizzare quella voce artificiale e riprodurla successivamente nella mia stanza. Cantarla ad un commesso nel negozio di musica e appropriarmi della versione originale.

Ero momentaneamente tornato in me: il suono me lo avevano strappato di mano proprio quando pensavo di poterlo masticare e riprodurre  nella mia testa.  Privato di quella melodia sprofondavo nuovamente nel grigiore di quel passaggio pedonale con gente scalpitante dietro di me.  Potevo anche rimanere fermo e osservare gli altri passare. O tornarmene indietro da dove ero venuto. Poi all’improvviso qualcuno mi ha posato la mano sulle spalle. Mi sono voltato e la mia intuizione si è rivelata fondata.

Non sono stato io a rincorrerla. Era avvenuto per caso. Al diavolo le bussole. Quando l’ ho abbracciata giuro di aver visto il cielo tingersi di colori psichedelici e in pieno giorno una stella cadente a solcarlo. Ed era solo l’inizio del nostro amore scombinato.

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25 Commenti

  • I racconti di Gabriele hanno sempre qualcosa di magico, riescono già dalle prime righe a catapultare il lettore in un mondo vicino e allo stesso tempo estremamente lontano, quasi “alieno”.
    Non vedo l’ora di leggere i capitoli successivi!

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