L’eros ai tempi di Peppa Pig

Buongiorno, buongiorno, mi chiamo Giacometto!

Una luce nel buio, un raggio improvviso si posò lieve sulla pelle sua, setosa e liscia ma calda e vogliosa. Feci vagare il mio sguardo ardente sulle sue forme morbide, sul seno abbondante, sui capezzoli turgidi e poi giù, sempre più giù, fino al vaso di Pandora che conservava mille demoni, mille promesse di piacere. Il calore si impossessò del mio corpo, lo scosse con violenza. Lei, a cavalcioni sul mio desiderio duro, mi possedette fino a succhiarmi via ogni energia, ogni alito di vita. E la passione, soddisfatta, mi lasciò tramortito, sopraffatto. Ero sicuro di stare per morire di piacere.

«Giacometto» sussurrò lei, suadente. «Giacometto… »

«Sì… » ansimai, troppo stanco per dire qualcosa in più.

«Giacometto!» gracchiò ora la voce. «Giacometto, svegliati! Svegliati!»

Con uno spavento mi svegliai, balzando sul letto, il cuore che batteva a mille per la paura. Aprii gli occhi lentamente per la forte luce mattutina e mi trovai di fronte il viso incartapecorito di mia nonna.

«Giacometto, lo sai che diventerai cieco se continui così!» mi riprese lei.

Con uno scatto tirai la mano destra fuori dalle coperte, lasciando che il mio fedele compagno di avventure tornasse a rintanarsi tra le pieghe delle mutande, troppo imbarazzato per continuare a cantare vittoria.

Io invece dovetti affrontare la realtà e il grugno della vecchina che brandiva pericolosamente il bastone sul mio capo.

«Era solo un sogno… » provai a giustificarmi con mia nonna, così infuriata che avrebbe potuto staccarmi la testa a morsi. Strizzai gli occhi per assicurarmi che la vista fosse ancora intatta. Sì, ci vedevo bene. Era stato solo un sogno. Si poteva diventare ciechi sognando? Non so, mia nonna sosteneva di sì.

«Dai preti ti deve mandare tuo padre! Dai preti! Ogni mattina è la stessa storia. Alzati, che devi andare a lavorare!» strillava la vecchia, sempre con il bastone in pugno. Poi uscì dalla stanza, lasciandomi solo con la mia sfiga. Da quando mia nonna era rimasta vedova e si era trasferita a casa nostra, non avevo più libertà. Dormire con lei, che la notte si cimentava in imitazioni di biplani in decollo, e svegliarmi con le sue grida, era una tragedia.

Tirai via le coperte e osservai per qualche secondo il mio misero compagno ancora raggomitolato su se stesso. Anche quella mattina eravamo stati interrotti sul più bello. Lo accarezzai come a incoraggiarlo, ma lui, schivo, si abbandonò alla delusione.

«Fatti coraggio, Pinuccio. Prima o poi toccherà anche a noi. Un giorno, te lo giuro, la conquisteremo!» Mi alzai dal letto deciso. Sì, presto avrei fatto breccia nel suo cuore. E non solo. Andai in bagno, mi sciacquai il viso e mi guardai nello specchio. Ero bello. Bello e dannato. Il classico ragazzo che calpesta ogni cuore, quello che usa le ragazze come fazzolettini Tempo, quello a cui nessuna, ma proprio nessuna può resistere. Tranne lei, la dea della bellezza, la miaAfrodite. Così perfetta e intoccabile, bramata da tutti ma legata profondamente alla sua virtù.

«Un giorno l’avremo» ripetei deciso a Pinuccio, che ora si agitava appena nelle mutande, ricordando le fattezze della fanciulla.

Mi osservai nello specchio. Ero giovane, con la pelle liscia e la barba curata. Quel poco che avevo. A trent’anni ancora sbarbatello mi chiamavano. Soprattutto mia nonna.

I capelli neri da macho latino mi stavano attorno alla testa ritti come spuntoni. Erano un po’ ribelli e poco curati, e vabbè! Non sono mica come quei tipi che si riempiono di gel per assomigliare ai modelli di Armani. Sono bello naturalmente io. Presi gli occhialoni tondi che avevo ereditato da mio nonno per guardarmi meglio e li poggiai sul naso. Era dantesco, si diceva. E andava bene anche quello. In fondo, il mio naso era semplicemente proporzionato, pensai, ammiccando al mio fedele amico che ora stava ritto come un alzabandiera, felice per i miei complimenti e perché la mattina era sempre allegro.

«Giacometto, scendi! Il latte è pronto!» gridò mia nonna, che la mattina mi preparava la colazione, da quando mamma si era trovata un lavoro. Indossai una maglietta verde vomito e osservai l’effetto allo specchio. No, non andava bene. Ciuffetti di peli marrone uscivano fuori dal bordo, sia avanti che dietro. Indossai dunque una camicia, chiudendo bene il colletto, per coprire tutto. Sì, la camicia mi faceva sembrare anche un bisnesmen, quale ero tra l’altro. Feci una breve colazione, baciai mia nonna sulla guancia e salutai Don Michele, il parroco, che veniva ogni giorno a fare visita a mia nonna e trascorrevano ore in camera, a confessarsi, dicevano. Uscii di casa e mi diressi verso la prosperosa azienda di mio padre, la Chinacondom, dove si creavano momenti comodi per i cari amici cinesi che avevano invaso il nostro paese. E chissà, magari così si riusciva a fermare anche la loro proliferazione. Camminavo immerso nei pensieri, quando mi bloccai di colpo. Lei era lì, di fronte a me. Il cuore mi si fermò in gola.

Chi ha appena visto Giacometto?

  • La checca isterica innamorata di lui? (22%)
    22
  • La panterona ultraottantenne (33%)
    33
  • La giunonica afrodite in golfino di Peppa Pig (44%)
    44
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