My own personal Jesus

Dove eravamo rimasti?

Rebecca deciderà di tornare alla biblioteca e di scoprire se Alex è la persona a lei affine che stava cercando? Ci sarà un'introspezione della Rebecca dei "giorni nostri" che interromperà momentaneamente il flusso dei suoi ricordi (71%)

Johnny Cash e speranze

<Guarda dove vai ragazza!> la voce grave dell’uomo contro cui Rebecca si era scontrata suonò forte ed improvvisa, come un’esplosione nella sua testa, interrompendo il flusso dei suoi ricordi di gioventù, si sentì come se fosse stata risvegliata da una profonda ipnosi, <Mi scusi…> si affrettò a dire, con una voce poco più forte di un sussurro, guardò per un attimo il volto dell’uomo: pallido con un vago accenno di stempiatura, indossava un paio di occhiali da vista con montatura rettangolare, guardando più in basso notò un abito elegante, poteva essere un uomo d’affari, o un pover’uomo che aveva tirato fuori il vestito buono per presentarsi bene ad un colloquio di lavoro, con la speranza di venire assunto, questo Rebecca non poteva saperlo né le interessava, a dire il vero, ma aveva l’abitudine di osservare le persone tra la folla provando ad immaginare la loro storia, l’aveva sempre fatto, tuttavia, proseguendo, questa volta più lentamente, facendo ben attenzione a non scontrarsi con nessun’altro, il volto pallido e stempiato dell’uomo era ormai diventato sfocato nella sua memoria e pian piano sparì, ridiventando un’ombra, proprio come le altre centinaia di facce che la circondavano, perché quello non era uno dei giorni in cui imbastiva le possibili vite altrui, era il giorno in cui ricordava la propria.

“Ragazza…mh – pensò, ancora una volta un sorrisetto finì per increspare le sue labbra – c’è davvero chi parla così? Pensavo che “ragazzo”, “ragazza”, “campione” e “amico” fossero intercalari riservati ai doppiaggi poco verosimili dei film americani”

Gli schiamazzi e il rumore del traffico cominciavano a provocarle un fastidioso mal di testa, aveva sempre odiato camminare tra così tante persone, preferiva osservarle da lontano, in ogni caso decise di tirare fuori l’iPod per potersi estraniare da tutti quei rumori. Appena dopo aver premuto “play” una chitarra classica cominciò a riprodurre una melodia ritmata e la voce grave di Johnny Cash risuonò nella sua testa, con le labbra finì per mimare la parole della canzone “…One sunny mornin’ we’ll rise I know and I’ll meet you further on up the road…”, quando sentiva una canzone che le piaceva doveva per forza cantarla, o almeno accennare qualche parola, era più forte di lei, e quella canzone l’amava, l’amava terribilmente. 

Ora che aveva ritrovato l’equilibrio ed il sound country di “Futher on up the road” aveva coperto tutti i rumori della città poteva tornare a concentrarsi sul suo passato, anche se, stranamente, in quel momento pareva che il suo inconscio volesse tutt’altro, infatti non vide alcuna immagine della sua giovinezza materializzarsi davanti ai suoi occhi, continuava a vedere i fantasmi sfocati che aveva sempre visto dacché si era messa in marcia per quella via trafficata, allora non poté fare altro che continuare a camminare e chiedersi se ne valesse la pena, ma certo che ne valeva la pena, aveva fatto così tanta strada dopo tutto, e le mancava così poco, “forse – disse tra se e se – l’unica cosa che davvero mi manca è il coraggio”.

Il coraggio, quello Rebecca non l’aveva mai avuto in verità, se davvero fosse finita a ripercorrere con la memoria gran parte della sua vita, ne era certa, non avrebbe trovato neanche un’occasione in cui avesse dato prova di coraggio, il coraggio di fare una scelta e portarla a termine, il coraggio di difendere la propria posizione, aveva sempre preferito seguire la maggioranza, non aveva mai portato a termine un progetto, ma questa volta sapeva che sarebbe stato diverso, c’era in ballo la sua vita, o almeno questo era quello che sperava, per altro odiava l’autocommiserazione, sebbene sapesse di essere una persona mediocre non poteva evitare di avere, al contempo, un irrefrenabile anelito alla grandezza, una forza che l’aveva sempre spinta ad elevarsi al di sopra di quella sua presunta mediocrità, ma la sua codardia, fino ad allora, l’aveva sempre fermata.

Il freddo era sempre più pungente, quasi insopportabile, scorse una caffetteria qualche metro più avanti, così decise di entrare e di sedersi ad un tavolino, proprio di fianco alla vetrina che dava sulla strada, si tolse le cuffie ed aspettò il cameriere assaporando, nel frattempo, il tepore del locale, togliendosi la pesante sciarpa fece sì che si potessero notare le sue gote ed il suo naso leggermente arrossati.

Finalmente il cameriere arrivò così che Rebecca potesse ordinare un caffè all’americana ed una fetta di crostata di mirtilli, che le vennero portati poco dopo.

Mentre si ristorava nel locale prese a guardare fuori dalla vetrina, era felice di non essere più martoriata dal vento gelido che imperversava all’esterno, tuttavia il suo volto tradiva un’espressione di profondo sconforto.

Come proseguirà la storia?

  • Rebecca uscirà dalla caffetteria e riprenderà la strada verso la sua meta (0%)
    0
  • Rebecca approfitterà della sosta per riprendere a ricordare (40%)
    40
  • Succederà qualcosa di inaspettato all'interno della caffetteria (60%)
    60
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17 Commenti

  • Ciao, ho trovato un po’ di tempo e, come promesso, eccomi qui 🙂
    L’incipit è interessante, incuriosisce, e la protagonista non è da meno. Rebecca viene fuori pian piano, la stai caratterizzando bene, anche se ci sono alcuni particolari che, almeno per il momento, non collimano. Inoltre mi è piaciuta l’attenzione ai dettagli e la potenzialità evocativa.
    Mi permetto di segnalarti alcune cose…
    Un paio di refusi: in contro per ‘incontro’; mia…non credo manca lo spaio dopo i puntini di sospensione.
    La D eufonica normalmente non andrebbe usata davanti a un vocale diversa da quella della particella (quindi non ad offrirle / ed una vita / ed autori / ecc. ma ‘a offrire / e una vita / e autori / ecc.’), mentre tu la impieghi spessissimo.
    Qui, era più che convinta che là fuori doveva esserci, credo sia più corretto il condizionale ‘dovesse’; e probabilmente i verbi (e le reggenze) dovrebbero essere rivisti anche in questa frase ma non avrebbe disdegnato conoscere qualcuno abbastanza interessante per cui avrebbe volentieri abbandonato l’isolamento.
    Ad un tratto sentì delle voci […] jeans Dunque, una frase di dieci righe è un po’ eccessiva. Forse volevi conferire ritmo alla narrazione (stile flusso di coscienza?) ma un periodo così lungo rischia di diventare pesante e poco chiaro (e infatti contiene anche qualche imprecisione). Lo stesso discorso si potrebbe fare per alcune frasi del secondo capitolo.
    Ti sconsiglio di utilizzare i simboli maggiore e minore per racchiudere il discorso diretto, esistono molti modi corretti di rendere un dialogo ma questo non è uno di essi.
    Il pronome “sé”, se non accompagnato dal rafforzativo “stesso”, vuole sempre l’accento (quindi non disse tra se e se ma ‘disse tra sé e sé’).
    In ogni caso, ti seguo. Ho votato per l’inaspettato, sorprendimi! 😉
    Frav

    • Prima ti tutto ti ringrazio per il tuo commento dettagliato e per i consigli che mi hai dato, in quanto ai discorsi diretti hai ragione, forse avrei dovuto usare sempre le virgolette.
      Per il resto beh…la cosa dei periodi un po’ troppo lunghi ammetto che è sempre stata un mio problema, ma in questo caso è proprio per rendere una sorta di flusso di coscienza 🙂
      Comunque grazie per aver deciso di seguirmi e spero di non deludere le tue aspettative e quelle degli altri lettori 🙂

  • Spero succeda qualcosa di inaspettato all’interno della caffetteria.
    Come già ti ho detto, sembrava di correre mentre leggevo a causa dei periodi privi di punteggiatura 😉 ma l’esame di autocoscienza di Rebecca mi è piaciuto molto…ben descritto e non scontato, non è una totalmente buona o cattiva…come siamo in realtà, delle vie di mezzo tra il pregio e il difetto. Brava

  • Ho votato per l’introspezione della Rebecca attuale 🙂
    Dettagliato e molto verosimile, mi permetto solo di suggerirti periodi più brevi…un punto in più non guasterebbe 😉 altrimenti sembra di aver corso e ti viene l’affanno. Brava, tornerò a leggerti

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