Scelte

Dove eravamo rimasti?

Silvia comprenderà a fondo che non può più fuggire? Sì, lo capirà e farà tutto quello che le dicono di fare pur di trovare pace. (50%)

Bisogna voler cambiare

Lo squillo del telefonino lo sorprese appena uscito dal casello.

“Maggio.”

“Ho trovato la targa e ho verificato il terminale.” Maggio non fece in tempo a replicare. “C’era una notifica per un accesso alla A14 in violazione. Allora ho controllato al Telepass.”

“E…?”

“Lì c’è. È appena passata; circa un’ora fa a Rimini Nord.”

Rimini Nord. Se era diretto a Bologna, probabilmente era già arrivato.

“Che auto è?”

“È una vecchia Mercedes 190.”

Chiuse la comunicazione. La Mercedes dell’amico di Aziz, certo. Se la ricordava bene. Accelerò verso la Stazione.

L’auto parcheggiò davanti alla Stazione nel posto riservato ai taxi. Un autista provò a protestare, ma si arrese davanti a quei volti inespressivi. Aziz e lo sgherro erano scesi e stavano guardando l’ingresso della Stazione. Le loro teste si muovevano a scatti in ogni direzione, cercando di distinguere un volto tra i mille presenti.

“Io cerco qui, tu vai a vedere se è arrivato il treno.”

Aziz non si fidava, e gli aveva dato il compito più semplice. Questi tossici obbediscono solo per droga. Aziz si inoltrò nel buio del giardino. Questuanti e prostitute non gli si avvicinavano. Solo uno, prima di uscire, sia accostò senza timore. Puzzava di alcool lontano un chilometro.

“Dammi un Euro o una sigaretta, amico.”

Lo scansò con una spinta, e quello urlò.

“AAHH! Come la puttana di prima!” Biascicò.

Aziz si fermò: “Quale puttana?”

Maggio arrivò alla Stazione dalla corsia preferenziale. Parcheggiò nell’area di servizio e andò subito a controllare il tabellone degli arrivi. Il treno era arrivato da quasi venti minuti. Si guardò intorno. Inutile cercare lì vicino. Tornò indietro di corsa. Venti minuti. Cinque minuti per uscire dalla Stazione, cinque per pensare cosa fare, altri cinque per vagare prima di prendere una direzione. Incinta, stanca, affamata, sbandata. Doveva essere ancora lì intorno. Passando, vide un gruppo di tassisti parlare vicino a una vecchia Mercedes. Uno di loro gli si avvicinò, il braccio e l’indice alzati.

Quando ebbi finito di parlare, Marco e Gionata si guardarono l’un l’altro senza commentare, ma i loro occhi dicevano tutto. Povera ragazza. Quante ne ha passate. Non voglio essere compatita! Voglio solo vivere in pace. È mia la colpa se mi ritrovo così, nessuno mi ha costretta. Questi hanno sempre la mania di comprendere tutto. Fatemi il piacere. Ma non avevo voglia di polemizzare.

“Ora ti accompagnamo in un posto dove puoi cenare e riposare fino a domani, poi vedremo.”

Uscii dalla roulotte, ero la terza della fila. Sentii un urlo, alzai lo sguardo. Era la tatuata. Vidi Aziz passarle davanti e venire verso di me, la lama spianata. Volevo urlare anch’io, ma rimasi impietrita. Si fermò. Alla mia sinistra, a un metro da me, vidi sbucare la canna nera di una pistola in una mano salda, poi il braccio, poi la camicia celeste di Maggio. Avanzava verso quel maledetto. Vidi la mano di Aziz aprirsi a ventaglio, il coltello cadere privo di minaccia, gli occhi e la bocca spalancarsi. Indietreggiò due o tre passi, poi si fermò e alzò le mani.

Quando il piantone sentì il campanello suonare, lasciò la pratica sulla scrivania e andò a aprire. La ragazza biondina era smagrita, il volto emaciato. L’africano in sua compagnia sembrava appena uscito di galera.

La ragazza consegnò un foglio. L’altro disse: “Dobbiamo rilasciare il domicilio per la firma.”

Il piantone lo prese e lo lesse. Alla fine sollevò lo sguardo e disse:

“Accomodatevi. Torno subito.”

Si sedettero sulle poltroncine. Lei sbirciava intorno, lo sguardo basso, e si mordicchiava il labbro. Lui era seduto immobile. Il piantone andò nell’ufficio accanto. Sentirono due voci parlottare, il rumore di una sedia che si spostava, poi passi verso di loro.

“Silvia.”

Lei girò lo sguardo verso la porta, mentre gli occhi di lui saettarono verso Maggio, la bocca serrata.

Maggio le si fece vicino. Era passato un anno, ma si accorse subito che era magra oltre il normale.

“Sto bene.” Disse lei.

Maggio si abbassò sulle ginocchia, incurante della presenza dell’altro. Glielo chiese, ma intuì la risposta prima di aver finito di parlare.

“Il bambino…”

“…il bambino non c’è… non c’è più…” Si alzò di scatto, mentre lo sguardo rimbalzava da un angolo all’altro della stanza.

Anche Aziz si alzò, le si pose di fianco, lo sguardo dritto e fiero. Sono qui, sono io il baluardo. Alzò il braccio per riprendere il foglio vistato dal tavolo del piantone. Maggio si fece indietro. Lo piegò in due parti, lo mise in tasca in mezzo a un mazzo di altri simili. Poi alzò il braccio sinistro a fare strada, mentre il destro accompagnava il movimento di lei. Lei non è mai stata tua. Hai perso. Silvia si mosse, lenta, la testa bassa.

Scesero le scale. Maggio notò Aziz ancora zoppicare. Arrivarono al cancelletto. Lui aprì. In quel momento lei si girò. Aveva gli occhi lucidi.

“Come facevo… come facevo…”

Uscirono. Aziz richiuse il cancelletto dietro di loro. Si allontanarono a piedi. Maggio li seguì con lo sguardo finché salirono sulla vecchia Mercedes.

Non si voltarono più.

Categorie

Lascia un commento

44 Commenti

  • Siamo appena arrivati nella casa protetta…e siamo a metà della storia.. fermiamoci ancora un po’….ci sarà tempo per scappare 😛

    Bel capitolo Francesco , bravo 🙂

    E’ una delle storie che seguo particolarmente volentieri questa 🙂

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi