IL POSACENERE

E finalmente cadde

Era la notte di un Mercoledì di Agosto e faceva molto caldo ed io, in mutante e ciabatte, mi appropinquavo come mia consuetudine sul davanzale della finestra, al quinto piano di un vecchio palazzo nella nuova periferia di Palermo. La notte scorreva lenta lungo le strade del quartiere. Spacciatori e scansafatiche si davano da fare davanti ai portoni, sulle scale, fumando e ridendo. Il caldo di quei giorni era diventato insopportabile. Lo scirocco batteva da giorni tutta la costa e la città aleggiava su nuvole rosse di sabbia. Dal davanzale si susseguivano in tempo reale numerose situazioni. Gli improbabili parcheggi del vicino di casa. I rientri barcollanti del figlio alcolizzato dalla signora del palazzo di fronte. La finestra della mia stanza dava proprio sull’incrocio delle due vie più trafficate e da lì si snodavano i percorsi degli spacciatori e dei traffichini, intenti a nascondere, spostare merce, soldi, persone. Tutto sotto l’occhio vigile del capo quartiere, una persona molto poco raccomandabile, rispettato da tutto il quartiere. Il suo nome era Pasquale Gambino, e se i miei calcoli erano corretti doveva essere ai domiciliari, a casa sua, dopo qualche anno di carcere. Il terrazzo di casa Gambino si apriva in mezzo a due palazzi come quello di un re in mezzo alla piazza del villaggio. Da lì, circondato da piante e mobili in vimini, spesso spuntava il boss fumando un sigaro. Pensieroso guardava tutto e quando era lì fuori poggiato sulla balaustra marmorea della terrazza tutti lo salutavano, con un cenno del capo gli uomini e con espressioni più colorate le donne, e quando lui rispondeva con un minimo movimento della bocca era concesso un ricevimento. Nonostante fosse segregato in casa da mesi la sua attività non cessava ed era uno dei motivi per cui in quel periodo il quartiere era inondato da chili e chili di erba di ottima fattura. Da tempo conoscevo uno spacciatore che presidiava il portone di casa mia e la sera, tornando da lavoro, lo vedevo lì, come se mi aspettasse, mi sorrideva e mi passava i fiorellini verde chiaro con i quali mi rilassavo dopo cena, sul davanzale di casa mia. Vivevo solo con il mio cane Bernardo, un bastardino col pelo lungo e riccio che ricordava un piccolo cane di San Bernardo, molto più piccolo e con il muso più intelligente. Mentre anche quella sera mi apprestavo ad accendere la mia abituale canna, il piccolo Bernardo era accasciato a terra, con le zampe divaricate con la lingua di fuori e il muso puntato contro il ventilatore nel soggiorno. Io, nel frattempo, mi ero dileguato nella mia stanza con un sigaretta truccata in procinto di godermi quel panorama suburbano ricco di specie in via di estinzione, tra i quali, il panettiere cocainomane, la nipote del Boss che si credeva un uomo, un tirapiedi del Boss anche lui appassionato della ganja calabrese, e il figlio del Boss, Roberto Gambino. Lui era nato con la faccia del padre, e cioè una faccia poco raccomandabile, solo che sembrava ancora più cattivo e affamato di paura. I quattro erano intenti a discutere a bassa voce sotto una luce gialla di un lampione. Dal buio della mia stanza sbucavo dalle tende accendendo il mio bel cannone poco prima di andare a letto dopo una disastrosa giornata di lavoro. Ero un addetto allo sportello in un centro scommesse ed era periodo delle corse notturne dell’ippica che mi tenevano occupato e in tensione fino alle 00:00 praticamente tutti i giorni tranne il Lunedì. La tensione e l’ansia degli scommettitori è contagiosa e spesso uscivo dal vetro con la gambe e le braccia tremanti, turbato dall’impeto e della pazzia dei giocatori, persone che manifestavano forti squilibri mentali, ossessionati dalla giocata e dalla vincita. Insomma, quell’estate, dopo un mese di notturni ero allo stremo e mi capitava di assumere quantità sempre più importanti di erba per riuscire a rilassarmi e chiudere gli occhi per addormentarmi. Quel giorno, ero appena tornato a casa dopo aver fatto la solita passeggiatina con Bernardo e adesso mi godevo tranquillo e rilassato quei pochi gradi che si avvertivano in meno, nonostante lo scirocco imperterrito continuava a scaldare l’aria come un gigantesco fon. Avvicinai il mio posacenere in vetro pieno di mozziconi di canne e accesi l’ennesima bomba. Dopo qualche tiro la qualità della sostanza si fece sentire e cominciai ad accasciarmi sui gomiti osservando divertito e incuriosito il gruppetto che continua a discutere. Sarà stata l’aria calma e rilassata, sarà stato che ero talmente preso dai quattro che saltai in aria quando Bernardo spuntò da dietro abbaiando. Sobbalzai in aria, spaventato, e nel modo di girarmi toccai il posacenere poggiato sul davanzale in bilico precario. E finalmente cadde, inesorabilmente, dal quinto piano, dalla finestra di casa mia. Nel caldo torrido di un’estate in città, con l’afa che rallenta i pensieri e le reazioni. Il fracasso fu fragoroso e la mia reazione fu una bestemmia e un sorriso. Non si poteva altrimenti con quel maledetto caldo..

Dove cade il posacenere?

  • Sulla BMW bianca di Don Pasquale (83%)
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  • Sul marciapiede (17%)
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  • Accanto un signore che passava di lì (0%)
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40 Commenti

      • Ciao Giulia, vorrei che passassi a leggere la mia storia, puoi non commentarla e puoi anche non votarla. Non te lo chiedo per ottenere punti, ma solo per avere un parere visto che ami leggere… Ci sono tanti refusi iniziali e ho fatto qualche cosa che non proprio mi piace, ma necessito di una persona oltre le altre che mi parli in faccia. Le altre mie cose non tutte sono su wattpad, mi sono interessata a te, perché ho letto i tuoi commenti. Puoi scrivermi in privato luciasparagna@hotmail.com…. Se deciderai di leggermi mi farà solo che piacere qualsiasi cosa tu mi dirai o criticherai….

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