Lo strano caso delle formiche ottimiste

Dove eravamo rimasti?

Il racconto è giunto all'epilogo, Fabio cercherà di aiutare Andrea apprestando addirittura un tentativo di evasione. Come accadrà? Attraverso una terza via (50%)

La fuga verso la libertà

L’animo di Fabio si agitò, si capovolse piroettando su se stesso, come una bomboletta spray prima dell’uso, ma Fabio ne avrebbe fatto uso?
Febbrile, Fabio fece mille volte la spola dall’ufficio del tenente alla stanza di detenzione di Andrea, nella speranza che si materializzasse almeno una guardia, anche un usciere sarebbe andato bene, anche un guardia caccia, purché vestito da una divisa, ma nessuno apparì: vi erano solo lui e Andrea, gli altri erano scomparsi.
I minuti passavano e, mentre i passi di Fabio scavavano veri e propri solchi intorno allo stesso, Andrea restava silente, con il volto nascosto tra gli avambracci.
Ad un certo punto, Andrea sollevò il volto e poi tutto il corpo e si avvicinò lento, quasi solenne, verso Fabio che restò a guardarlo impietrito neanche Andrea fosse uno storpio nativo miracolato.
“Adesso che facciamo?” chiese neutro Andrea, fissando mite gli occhi di Fabio “Che farai?” e gli indicò i corridoi deserti della gendarmeria.
A Fabio balenò confusa e incerta non un idea, ma una oscura percezione che faticò a decifrare: cosa stava cercando di dire a se stesso?
Poi, meravigliato, disse a Andrea: “Proviamo ad uscire dal palazzo” non senza tradire una certa emozione che circolava lungo le sue vene al ritmo tachicardico del battito del cuore.
Uscirono: Fabio avanti e Andrea appresso.
La piazza era deserta, si udiva solo lo scroscio delle fontane, per il resto non vi era traccia di essere vivente.
Andrea ripeté monotono: “Adesso che facciamo? Che farai?”
Fabio si sorprese quando udì la propria riposta “Proviamo ad uscire dal paese”, il cuore a quel punto emetteva, più che battiti, dei veri propri colpi di artiglieria pesante sparati sincronicamente.
Lentamente, i due amici lasciarono alle loro spalle il paese, giunsero come ad uno spiazzo posto al margine della strada, una sorta di belvedere dove la vista dominava la vallata e si resero conto che Malheureusort era distesa in un altipiano altissimo. Fabio percepì un brivido di timore, il sole non accennava a calare.
Andrea guardò Fabio dritto negli occhi e quest’ultimo, comprendendone il pensiero, si pose sul ciglio dello spiazzo per studiare la vallata illuminata: per arrivare a valle non vi erano sentieri, ma solo un unico ininterrotto pendio scosceso, denso di pini e arbusti.
Fabio si girò verso Andrea, che attendeva paziente un qualche suo cenno e disse: “Si può fare”.
“Bene” fece Andrea, dopodiché diede un buffetto sulla nuca di Fabio e urlando si lanciò lungo la discesa di corsa. E Fabio? Fabio, incredibilmente, emise un urlo di battaglia e lo seguì nella corsa.
Corsero, caddero, si rialzarono e rotolarono ancora, sempre ridendo grassamente e ansimando soddisfatti dalla fatica. Ad un certo punto, si fermarono assicurandosi al fusto di un albero e, respirando con affanno, si guardarono: erano reciprocamente e diffusamente lacero contusi e con i vestiti strappati, come due ragazzini che tornavano da una bellicosa partita a calcio.
Scoppiarono all’unisono in una grande risata che, però, venne interrotta da una voce indistinta che proveniva dall’alto della vallata. Fabio osservò in alto e l’immagine che scorse lo fece trasalire: sua madre a cavallo, vestita da cavallerizza con un elmo in testa, urlava dallo spiazzo di prima roteando una sciabola: “Fabbiuzzu! Unni vai! Le formicole! Come le formicole noi siamo! Fabbio, acchiana – ndr “sali” in italiano -, acchiana ti dissi!”
Fabio impallidito e sconsolato si rivolse verso Andrea che gli sorrise fraterno.
“Ti ricordi come ti chiamava mia madre?”
“Certo che mi ricordo. Andrea senza barba mi chiamava”
“Forza andiamo” riprese Andrea. “Certo, andiamo” replicò Fabio.
Scesero ancora correndo e ridendo, Fabio ora distanziava di qualche metro Andrea stremato dalla fatica della prigionia.
Giunti ai bordi di un ruscello, Fabio si voltò: Andrea non c’era, né lì, né altrove il suo sguardo potesse giungere.
Andrea non c’era, eppure non gli era mai stato tanto vicino.
Fabio guadò il ruscello e non si voltò più indietro.

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204 Commenti

  • Non sono sempre veloce come per l’altra storia, ma questa l’ho letta tutta d’un fiato.
    L’ho adorata, soprattutto per questo finale.
    Tu sì che assomigli a Calvino.
    Mi piace molto il cambio di registro a seconda di chi parla, le espressioni dialettali che permettono al lettore di sentirsi veramente in Sicilia e alcuni particolari qua e là che rendono una storia fantastica molto realistica.
    Non vedo l’ora che tu scriva una nuova storia, ma stavolta, voglio partecipare anche io nel scegliere come farla proseguire!
    Molto felice di averti letto ( di nuovo ), a presto!

  • Quando ho visto notifica ho tentennato: paventavo lo spezzatino.
    Non conosco le tecniche di scrittura: sono un dilettante del dilettantismo e me ne accorgo addirittura io rileggendomi (quando ripenso all’abuso degli avverbi di tempo nell’altra storia…)
    Apprezzo la delicatezza nel “hai una concezione personale dell’uso dei tempi verbali”.
    Volevo essere calviniano, è vero, per me stesso innanzitutto, ma non sempre ci sono riuscito.
    Il tuo commento mi lascia senza fiato, fossi su Twitter e su Facebook lo posterei all around come motivo di orgoglio personale. Mi limiterò a parlarne a mia moglie, ai miei fratelli e ai miei amici.
    De Chirico? Esageratamente generosa.
    Altre storie? Sto pensando ad un paio di soggetti, ma nessuno di essi, dentro di me, ha la stessa forza dei precedenti di autoaffermarsi e farsi scrivere vincendo ogni resistenza.
    Io non ho tecniche e se non vengo mosso da una forte spinta interiore, temo produrrei solo grandi “ciofeche”. A presto

  • Caro Max, stasera mi si incrociano gli occhi, ma ce l’ho fatta. L’ho letto.

    Che tu sei un “introspettivo naturale” lo si evinceva anche nei tuoi commenti in giro. Che devi essere uno che ha superato i trenta, anche. Perchè il Calvino non si imita a vent’anni. E già, lasciatelo dire. 🙂 c’era del Calvinismo in qualche sfumatura.

    Distruggerti ( come dicevamo da me) direi di no, non ce n’è bisogno, te la sei cavata bene, in verità.
    Hai una concezione personale dell’uso dei tempi verbali, questo sì. Dovrei spiegarti alcune cose, ma non ora. Sappi solo che i verbi non servono solo a decretare presente, passato e futuro, no, servono soprattutto a stabilire gli step della storia. Se si sbagliano, cambiano le successioni delle scene senza che l’autore se ne accorga. Pensa un po’.

    La tua è una storia sospesa tra cielo e terra, vero e falso, utopistico e tangibile. Come un quadro di De Chirico. E se dico questo, se dico De Chirico, ho detto abbastanza.

    In qualche modo, non so bene come, devo dire che hai conquistato la mia stima professionale. E, in conclusione, qui dentro, solo un’altra persona potrebbe dire lo stesso. ( se lo sapesse).
    Attendo la tua prossima storia. Davvero.

  • Il finale mi ha lasciato un fondo di malinconia, dopo che tutta la vicenda di Fabio mi aveva fatto sorridere, episodio dopo episodio.
    Un racconto originale, surreale, e, per come sei stato in grado di renderlo vivido, mi verrebbe da pensare anche un po’ autobiografico.
    Pur con la mia proverbiale lentezza, arrivo anch’io infine a farti i complimenti: una storia che ho letto con piacere, divertendomi ed emozionandomi (anche perché di traumatici trasferimenti da bambino ne ho vissuto qualcuno pure io).
    Bravo Max!

  • Grazie Ang,
    è stato il mio esordio e gli sono già affezionato con nostalgia.
    Credo che tu e Giovanni intendiate la stessa cosa, atteso anche il,comune significato di “liberare” tra redimere e emancipare.
    Etimologie a parte, hai ragione: è un percorso di liberazione da se stessi dalla propria storia limitante.
    Sono onorato di averti tra i miei lettori

  • avevo adocchiato questo racconto durante il concorso estivo ma dopo il primo capitolo avevo capito che non mi sarebbe bastata una lettura veloce ed ho preferito rimandare
    ci sono dei tratti di fabio che adoro, in particolare la sua espressione perennemente persa dietro a percorsi immaginari, ragionamenti a spirale e divagazioni fumose…
    giovanni lo ha definito un cammino di redenzione, ma forse è più un’emancipazione, la tardiva rottura del bozzolo di una crisalide
    da rileggere
    complimenti max!

  • Con un titolo come questo, la storia già partiva in quarta. Per essere il tuo primo racconto qui, devo dire che hai fatto centro perché hai creato una storia originale, divertente, per certi versi surreale. Io adoro le inflessioni dialettali che caratterizzano meglio i personaggi e li rendono “umani”. Alcune espressioni mi hanno colpito molto, per esempio quella iniziale “L’animo di Fabio si agitò, si capovolse piroettando su se stesso”. Penso che tu abbia delle capacità e delle potenzialità che qui abbiamo solo intuito. Anche ironiche. Sei uno da tenere d’occhio, senti, ma in confidenza, dove se ne fuì Andrea? (Perdona il mio orrendo siciliano). ciao!

  • Ciao Napo, grazie per avermi seguito fino a qui.
    In parte puoi aver ragione: ero partito con l’intenzione di essere più leggero, poi sono subentrati anche altri toni. In realtà vorrei essere più leggero principalmente per me stesso, ma si vede che ho anche spinte di tipo diverso da cui vorrei emanciparmi, da qui il racconto un po’ ondivago con lo humour che a volte scompare. Certo tieni conto che TI, seppur nel gioco, è il mio unico pubblico. Grazie ancora

  • L’ho letto e riletto, quest’ultimo episodio. Confesso che in parte mi sono avvalso della decodifica che hai inserito nella replica a Giovanni. Per conto mio, dirò solo che questo racconto d’esordio è interessante e si nota che hai voluto usare un po’ tutti i registri, metterti alla prova. All’inizio magari eri partito con un’altra idea, un racconto “da concorso”, più piacione, poi hai cominciato a scrivere per te stesso.
    L’aspetto che mi piace di più della tua scrittura è quella nota ironica, quello sguardo disincantato, il gusto – sempre ben calibrato – del paradosso.
    Resta spontaneo e disincantato, non farti prendere dal gorgo di TI, non credere ai commenti entusiastici e alle filosofie spicciole, non dimenticare chi qui si gioca e basta.

  • Caro Loc, grazie per le bellissime parole.
    Circa un sunto delle mie intenzioni, ti rinvio alla mia replica a,Giovanni.
    Volevo scrivere una fiaba, omaggiando Calvino, ma forse la Kangoscia ha avuto il sopravvento.
    Le tue parole sono benevole, non merito tanto, ci ho provato. Qualcuno mi ha letto, in pochi mi hanno seguito. Anche questo credo significhi. Ci penserò. Però, in chiusura, ho avuto un bel club – seppur sparuto – di commentatori.
    Grazie di tutto Loc
    M.

  • Bizzarro, onirico, strampalato, kafkiano, comico. Questa miscela esplosiva di ingredienti sono andati a comporre uno dei racconti più originali che ho letto su questa piattaforma. Mangione mi manca già.

    (Ma sono sicuro che non ha finito qui di popolare la tua mente fervida. O almeno lo spero tanto).

  • Eccomi qui! Ho letto il finale e sono spiazzato, davvero! In positivo, sia chiaro! 🙂
    Un racconto strano, che percorre l’assurdo, rimanendo, però, molto reale. Già avevo pensato, mentre leggevo gli scorsi episodi, che la tua storia mi ricordava il Processo di Kafka. Ho anche visto che locullo l’ha segnalato. Effettivamente mi hai ricordato quel bellissimo romanzo. E quest’ultimo episodio, con le sue immagini quasi poetiche (la madre a cavallo è eccezionale!) compie un percorso, o meglio una tappa. Fabio non si volta più indietro, ma cosa troverà davanti a sé?
    Max, è stato davvero un bel viaggio questo racconto! Ti rileggerò con piacere! 🙂

  • La storia, iniziata ormai qualche mese fa, mi aveva intrigato fin da subito, partendo già con un titolo eccezionale. Leggendo ho conosciuto il buon Max, ho apprezzato il suo meraviglioso uso delle espressioni dialettali, ho ammirato il modo in cui i personaggi quasi quasi parevano recitare davanti al mio sguardo. E a dirla tutta, ogni tanto mi sono anche chiesto che diavolo avessi in testa per scrivere il racconto. Perché una delle bellezze di questo esordio ( mi è parso di capire che sia così) è il perfetto incastro tra i vari episodi. Inizialmente non è chiaro,come un puzzle, ma poi ne viene fuori un fantastico mosaico. Siccome qualcuno potrebbe leggere i commenti prima del racconto, mi fermo qui e non dico nulla sul finale, sull’ottimo finale. Max, perdona la pessima battuta che sto per fare, non è che hai in mente il caso della cicala pessimista? 😉

  • Beh Max, come promesso ho recuperato il tuo racconto per primo.
    Però. Uno di quei però che si accompagnano con un cenno di assenso.
    Fino all’ultimo mi hai mantenuto nella bolla del “ma dove vuole andare a parare?”. Poi quest’ultimo capitolo, come un fulmine a ciel sereno, schiarisce e da senso a tutto ciò che hai costruito. O almeno, io il senso l’ho trovato.
    Nela letteratura, così come in tutte le altre arti, il senso lo attribuiscono gli occhi di chi legge. I miei ci hanno visto un cammino di redenzione.
    Questo viaggio l’ho inteso come una comprensione di sé stesso, un risveglio interiore e una catarsi.
    Surreale, tanto da farmi ipotizzare che il Mangione (e conseguentemente anche Fabio) in realtà abbia compiuto questo viaggio non da vivo.

    Bello Max. La morale, e le tante piccole perle che hai disseminato lungo questo selciato, hanno reso questo viaggio davvero una bella esperienza. I miei più sinceri complimenti per questo tuo esordio Max.
    Che sia il primo di una lunga serie di bei racconti questo, talento e capacità sono tue caratteristiche, quindi mi aspetto tanto da te.
    Presto recupererò anche l’altro, aspettami tra le tue pagine.

    Giò

    • Ciao Giovanni, innanzitutto grazie.
      Hai colto perfettamente lo spirito del mio accrocchio
      Ho pensato ad una late building novel cercando di scriverla con leggerezza: l’Avv. Mangione è un uomo buffo, ridicolo, ma “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui tu non sai niente”.
      E allora la telefonata diventa un’ultima chiamata della sua vita, per redimersi dalla sua storia, dalla famiglia e dalla sua palude. Infatti Fabio non voleva partire.
      Mi pare che tu abbia notato che diversamente ho appellato il protagonista Avvocato Mangione – sguardo superficiale – o Fabio – sguardo più profondo. Andrea è un alter ego (Fabio = Andrea senza barba) e nel nono capitolo cerco di renderlo palese quando il tenente in sostanza accomuna difeso e difensore.
      Poi Malheureusort: è un gioco di parole, cattiva sorte, brutto futuro e Fabio riesce a evadere. La madre e il tenente fanno parte dello stesso esercito, la colpa di Fabio/Andrea è di cercare l’indipendenza.
      Grazie per le belle parole, in questi giorni mi servono le belle parole

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