The fly – Che cosa c’è oltre la luna.

Dove eravamo rimasti?

Lettore, introduciamo adesso: Un investigatore. (50%)

Grattare la superficie.

Si chiamava Gennaro D’Assisi, ma per tutti era Gép, un investigatore col brevetto da cabarettista.
Indossava anche stavolta la sua cravatta a pallini verdi, quella che mette al locale in cui si esibisce il venerdì sera; doveva aver passato la notte fuori: il nodo, allentato, gli scopriva i peli del petto e metteva in mostra un laccio di caucciù ormai consunto dall’acqua di mare.
Il caposezione non si scomodò dalla posizione distesa in cui era. Abbassò un pò gli occhiali sul naso. Guardandolo adesso, ci accorgiamo che non è più tanto giovane, ma un tremolio finissimo delle pupille ci dice che in lui c’è qualcosa di vivo.
Lo fece entrare e gli indicò il mobiletto degli alcolici. C’era una discreta familiarità in quel gesto, come fosse un’abitudine. Anche il modo di entrare e di camminare, prima impettito e poi rilassato dell’investigatore, ci trasmettono un senso di compostezza e di calore. Forse queste due persone si conoscono da più di quel che sappiamo. Forse, semplicemente, hanno instaurato un muto rapporto di solidarietà fra concittadini. La vita, qui, è quella che è. Ogni presenza è uguale all’altra ed ogni persona è importante.
Il nuovo arrivato si fece strada fra mucchi di scartoffie impilate, raccoglitori grigi ed elastici saltati e raggrumati, raggiungendo una vetrinetta dall’odore acre ed amarostico. 
“Non si può ragionare a stomaco vuoto, vero Gép?”
“Vero. Ma non tutto quello che si dice riempie – disse sospirando. Poi porse la boccetta – Whiskey?”
 “No, ma tu fai pure, mentre io quadro questi conti scoperti. A cosa devo l’onore?”
“Ho sentito dire che ti è morta la segretaria”.
Senza staccare gli occhi dal foglio e con un leggerissimo cambiamento del timbro vocale, fece semplicemente:
“Era vecchia”
“La vecchiaia qui non fa in tempo, ad ammazzare: nessuno lo sopporterebbe”
“No, infatti. La Famiglia le ha teso un agguato, l’altra sera, ma non so come e perché”
“Tu non hai niente in sospeso con loro?”
“Una moglie”
“Sai bene che è stato un incidente”.
Anche questa conversazione, probabilmente, era già stata affrontata, ma al caposezione piaceva sputare veleno su tutti. Ci era così abituato che ormai non si sentiva nemmeno più in colpa nel dire sempre quello che pensava. Era come se si fosse ripromesso stupidamente di non mentire mai agli altri, a nessuno –  e noi sappiamo quanto questo porti ad un solo risultato: il caposezione mentiva, mentiva continuamente. Soprattutto a se stesso.
Ricordandosi con chi stava parlando, fece:
“Sì, lo so scusa..”
“Fa’ niente. Tanto sulle mogli e sui fringuelli si può sempre scherzare”.
Quest’ultima, il caposezione non la capì bene. Alle volte, anche noi facciamo fatica a seguire il filo logico che ballonzola nella mente di Gép. Sembra che pizzichi assiduamente una corda di lana rossa, nel suo cervello, e, dal divertimento che prova nel vederla descrivere delle onde, ci ricavi un ragionamento. Una cordicella vibrò ancora e alla fine del bicchiere espirò forte ed esclamò: “Fammi vedere dove lavorava”. 

 Cambiamo scena. Adesso siamo nel sottoscala segreto dell’Old Looney, una locanda che abbiamo già visto.
Una cameriera sta raccattando dei cocci di vetro intrisi di alcool con una palettina. L’aria è stranamente afosa, pesante: si direbbe che le finestre non siano lì per una qualche funzione, che siano semplicemente disegnate.

Bzzzt.

Si avverte una strana vibrazione dai vetri; forse qualcuno ci ha sentito e vuole dimostrarci che le finestre ci sono, che possono essere rotte.
Gli auricolari della cameriera riescono a coprire il ronzio, che a poco a poco sale.

Bzzzt.

Delle mosche premono sulla vetrata. Tantissime mosche. Si ammassano, coprono i pochi raggi di sole: sembrano attirate da qualcosa in questa stanza. Camminano sulle lastre trasparenti, volteggiando e poi scontrandosi. Sfregano i loro arti unti, contorcendosi, non fermandosi neanche un attimo: non c’è soddisfazione in quello che fanno, non capiamo perché sono lì. Non troviamo alcun motivo plausibile.

Bzzzt.

Poi diventano troppe e allora il vetro si rompe. La saletta viene investita da uno sciame rumoroso: la cameriera fa appena in tempo a togliersi le cuffie, a voltarsi, che un grido le muore in gola. Dopo aver vagato come un’unica cascata nerastra, sconvolgendo quel clima statico e taciturno, le mosche lasciano il locale, ora sgombro. 

A parte la cameriera, sembra tutto come prima. Ma noi  siamo un occhio, abbiamo la vista, e sappiamo che qualcosa non quadra. É sparita anche una sigaretta, dimenticata sul tavolo mezza incenerita: apparteneva ad un giocatore d’azzardo della famiglia Testuggine.

Gli auricolari continuano a trasmettere una vecchia melodia a vuoto. 

Bzzzt.

E adesso, lettore? Dove ci spostiamo?

  • Guardiamo nei ricordi di Mario Spasiano. (50%)
    50
  • Seguiamo lo sciame di mosche. (25%)
    25
  • Alla biblioteca, da Gèp. (25%)
    25
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19 Commenti

  • Damiano spara per primo… e che il destino si compia!
    Effettivamente era una storia che forse meritava più di dieci capitoli, perché sembra davvero ricca di avvenimenti e sottotrame. Purtroppo a volte bisogna fare scelte stilistiche che troncano molte di esse, il limite dei caratteri è terribile.. lo so!

  • Ciao gianluca,

    Sono qui da poco e leggo adesso.
    Vedo che gli ultimi commenti sono di più di un mese fa quindi è probabile che questa storia sia in pausa di riflessione.
    Dico la mia, da umile lettore.
    È interessante sia l’idea che l’ambientazione, In generale trovo intrigante l’atmosfera.
    Però… Però il mio personalissimo parere è che ci sia troppa roba, e dai l’impressione che la roba che eviti di scrivere sia anche di più. Non riesco a focalizzare personaggi e situazioni, sono arrivato all’ottavo capitolo senza capire cosa sia successo esattamente. Troppe voci, troppi personaggi. Non considerarmi un presuntuoso, un rompiscatole o un attaccabrighe, se ho deciso di commentare è perché mi sembra che la storia, avrebbe del potenziale se solo pensassi anche al fatto che il lettore deve capire anche senza essere nella tua testa. Oh, poi ovviamente fai la tara del fatto che io sono un po’ tardo…. 🙂

    Ah: Gep cerca Testuggine

    • Grazie per il tuo commento. Hai ragione su moltissime cose. La verità è che non pianifico mai troppo la trama dei racconti su questa piattaforma, per avere più libertà – a discapito, spesso, della chiarezza.
      C’è tanto che non ho modo di dire e questo interessa e confonde allo stesso tempo.
      Dopo un mese ho avuto tempo e voglia di scrivere.
      La settimana prossima finisco. Questo racconto è stato un bell’esperimento. Grazie ancora per l’interessamento!

  • Ciao! Arrivata un pelo in ritardo, ma pur sempre qui e mi fermo di sicuro :).
    Le scelte erano tutte interessanti (perché tu hai una notevole capacità di trasformismo di oggetti, personaggi e situazioni) ma ho votato per un altro omicidio. Vedremo chi sarà lo sfortunato.
    Ho letto, come sai, i capitoli tutti insieme e in questo caso (non mi succede mai) ho provato un certo gusto nel farlo perché si recepisce meglio la tua capacità di raccontare. Sei davvero bravo e usi una tecnica interessante, che è quella del narratore onnisciente. Chi racconta, tu, o chi per te, sa più di quel che racconta al lettore e credo non sia facile gestire una voce narrante del genere. Io sono abituata al narratore che racconta una storia di cui non sa già la fine. Forse in questo caso la fine non la sai neanche tu, ma ci fai capire di nascondere diversi segreti su questi personaggi così particolari.
    Hai davvero una scrittura interessante e la maneggi molto bene. Ti seguo, neanche a dirlo 🙂

  • Mi sono accorto in ritardo del ritorno di questo scrittore e di questa storia… e già mi piace! Lì, esattamente dove ci eravamo lasciati, sei tornato per dirci quelle cose che sono rimaste in sospeso. Mi piace molto questa prima persona plurale, è sicuramente un modo diverso di generare il punto di vista… rinnovo i miei complimenti.
    E scelgo di seguire lo sciame… per vedere dove va. E cosa fa!

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