The fly – Che cosa c’è oltre la luna.

Dove eravamo rimasti?

E adesso, lettore? Dove ci spostiamo? Guardiamo nei ricordi di Mario Spasiano. (50%)

Accontentarsi e vivere.

Diciotto anni fa, Mario Spasiano non aveva ancora la barba e non indossava il suo soprabito scuro. Noi non lo conoscevamo, ma crediamo che non fosse stato poi così diverso dagli altri.

È cresciuto in una famiglia di sarti, ha passato l’infanzia fra la scuola e i due laboratori che i suoi avevano in città. La mattina contava sulle dita e il pomeriggio univa cenci a doppio filo per creare fantastiche e inutilizzabili vesti. Gli piaceva semplicemente stare lì e sentire l’odore buono della polvere che si accumulava fra i resti dei drappelli. Sappiamo che la sorte è stata crudele con loro, perché ad un certo punto hanno dovuto chiudere tutto e mandare tutti a casa. Mario non sa che suo padre giocava d’azzardo e che per colpa di un “investimento” andato male aveva dovuto lasciare i laboratori. Il boss Testuggine, che indirettamente aveva preso possesso di quei locali, si appropriò anche dell’arte dei coniugi Spasiano offrendo loro di lavorare per lui nelle sue fabbriche. Il giovane Mario crebbe quindi pensando a Testuggine come un benefattore; non ci volle molto, affinché cominciasse timidamente a frequentare gli altri giovani reclutati nella grande “famiglia”. Lontano dai laboratori sartoriali, sentì di appartenere di nuovo a qualcosa – e quel qualcosa era la strada, con le sue regole di gruppo, coi suoi slang, coi suoi pericoli. Sentiva che cose sarebbero potute cambiare da un momento all’altro. Finalmente gli diedero un incarico importante: fare il palo durante una consegna notturna. Disse ai suoi che usciva con alcuni amici, si nascose un fischietto nel taschino del giubbotto e si infilò il cappello a passamontagna. Gli piaceva quel rituale, lo faceva sentire utile e stranamente capace di fare tutto quello che voleva. Palpò quella sera la sottile ebrezza del potere, coi suoi confini progressivi e magicamente sempre più vicini. Non sappiamo se gli andò sempre tutto liscio, ma lui quell’ebrezza non se la scrollò più di dosso e gliel’abbiamo vista negli occhi quando sistema i pacchettini di droga nella biblioteca.

Sua zia è morta da poco. Aperta in due a crudo dall’inguine in su e senza più budella, l’ha ritrovata distesa sul tavolo della cucina, col suo cane che la fissava immobile, unico testimone di quella brutalità che spera sia in realtà solo uno scherzo. Mario lo aveva fissato a lungo, prima il suo corpo poi quello di sua zia; aveva incominciato a rassettare, anche lui come se nulla fosse, e aveva portato fuori il cane: sperava forse che essere cortese con lui l’avrebbe spinto a parlare e a rivelare quel che aveva visto? Non lo sapeva. Di ritorno dalla passeggiata col cane, aveva bussato piano alla porta della vicina e le aveva indicato il tavolo, che dal pianerottolo è visibile per metà. Mentre la polizia perquisiva l’appartamento e portava via il cadavere, i suoi pensieri cercarono di rimettersi in piedi: un omicidio, un colpevole, punto. Qualcun altro si sarebbe fermato, avrebbe gradualmente abbassato e represso il desiderio di fare qualcosa. Nulla avrebbe riportato sua zia in vita. Ma lui non era come gli altri, lui ce l’aveva il potere – e Testuggine l’avrebbe aiutato, sì che l’avrebbe fatto! Desiderava una cosa e credeva di poterla ottenere: presto, si sarebbe vendicato dell’assassino di sua zia.

Torniamo alla nostra storia. Abbiamo visto sciamare un gruppo di mosche nella saletta sul retro di un locale notturno. Da quel momento in poi, correndo su venti contrari, sono giunti sopra il palazzo in cui abita Francesco Pessinese, “ò sicc”. Si sta facendo la barba: liscia il rasoio con il polpastrello, trancia ordinatamente i peli sul mento e risciacqua. È da solo, nel suo appartamento, e si sente solo la melodia della radio che dall’altra stanza canta un jingle neomelodico. Anche lui, come la cameriera, avverte all’improvviso uno strano ronzio, ma non ci bada e continua a radersi come se niente fosse. Poi però la radio si spegne, una poltrona viene smossa e si sente qualcuno fischiettare dal salone. Francesco si ferma: la schiuma rimasta gli disegna delle grosse virgole sulle guance; pulisce il rasoio e con passo fermo si dirige verso l’altra stanza, dove trova un uomo seduto sulla sua poltrona che sorseggia del té.

“Ah. Sei tu. Non ti ho sentito arrivare..”.

Quest'uomo è penetrato di soppiatto in casa di Franscesco ò sicc'. Ma chi è?

  • È Gianfilippo, inspiegabilmente presente. (100%)
    100
  • È il padrone di casa, che ha le chiavi dell'appartamento. (0%)
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  • È il suo amante. Francesco è omosessuale. (0%)
    0
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19 Commenti

  • Damiano spara per primo… e che il destino si compia!
    Effettivamente era una storia che forse meritava più di dieci capitoli, perché sembra davvero ricca di avvenimenti e sottotrame. Purtroppo a volte bisogna fare scelte stilistiche che troncano molte di esse, il limite dei caratteri è terribile.. lo so!

  • Ciao gianluca,

    Sono qui da poco e leggo adesso.
    Vedo che gli ultimi commenti sono di più di un mese fa quindi è probabile che questa storia sia in pausa di riflessione.
    Dico la mia, da umile lettore.
    È interessante sia l’idea che l’ambientazione, In generale trovo intrigante l’atmosfera.
    Però… Però il mio personalissimo parere è che ci sia troppa roba, e dai l’impressione che la roba che eviti di scrivere sia anche di più. Non riesco a focalizzare personaggi e situazioni, sono arrivato all’ottavo capitolo senza capire cosa sia successo esattamente. Troppe voci, troppi personaggi. Non considerarmi un presuntuoso, un rompiscatole o un attaccabrighe, se ho deciso di commentare è perché mi sembra che la storia, avrebbe del potenziale se solo pensassi anche al fatto che il lettore deve capire anche senza essere nella tua testa. Oh, poi ovviamente fai la tara del fatto che io sono un po’ tardo…. 🙂

    Ah: Gep cerca Testuggine

    • Grazie per il tuo commento. Hai ragione su moltissime cose. La verità è che non pianifico mai troppo la trama dei racconti su questa piattaforma, per avere più libertà – a discapito, spesso, della chiarezza.
      C’è tanto che non ho modo di dire e questo interessa e confonde allo stesso tempo.
      Dopo un mese ho avuto tempo e voglia di scrivere.
      La settimana prossima finisco. Questo racconto è stato un bell’esperimento. Grazie ancora per l’interessamento!

  • Ciao! Arrivata un pelo in ritardo, ma pur sempre qui e mi fermo di sicuro :).
    Le scelte erano tutte interessanti (perché tu hai una notevole capacità di trasformismo di oggetti, personaggi e situazioni) ma ho votato per un altro omicidio. Vedremo chi sarà lo sfortunato.
    Ho letto, come sai, i capitoli tutti insieme e in questo caso (non mi succede mai) ho provato un certo gusto nel farlo perché si recepisce meglio la tua capacità di raccontare. Sei davvero bravo e usi una tecnica interessante, che è quella del narratore onnisciente. Chi racconta, tu, o chi per te, sa più di quel che racconta al lettore e credo non sia facile gestire una voce narrante del genere. Io sono abituata al narratore che racconta una storia di cui non sa già la fine. Forse in questo caso la fine non la sai neanche tu, ma ci fai capire di nascondere diversi segreti su questi personaggi così particolari.
    Hai davvero una scrittura interessante e la maneggi molto bene. Ti seguo, neanche a dirlo 🙂

  • Mi sono accorto in ritardo del ritorno di questo scrittore e di questa storia… e già mi piace! Lì, esattamente dove ci eravamo lasciati, sei tornato per dirci quelle cose che sono rimaste in sospeso. Mi piace molto questa prima persona plurale, è sicuramente un modo diverso di generare il punto di vista… rinnovo i miei complimenti.
    E scelgo di seguire lo sciame… per vedere dove va. E cosa fa!

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