The fly – Che cosa c’è oltre la luna.

Dove eravamo rimasti?

Cosa farà Gèp con quei due uomini? Si getterà ubriaco verso di loro in una scazzotata senza senso. (75%)

In the forest of the night.

Siamo fermi fuori lo Spoon ad aspettare che qualcuno esca. Alcune persone passano davanti al locale e sentono un gran baccano, quindi affrettano il passo. Dalla panchina che è di fronte, davanti al parco, vediamo Gèp fiondarsi fuori dalla porta principale, spintonare due o tre passanti e fuggire nel vicoletto a sinistra, scavalcando la recinzione con dei goffi movimenti delle gambe. I due uomini vestiti alla povera che avevamo visto entrare poco fa escono anch’essi; sono alla ricerca di qualcuno, forse proprio di Gèp, ma siamo troppo lontani per sentire cosa dicono. Attraversano nella nostra direzione: sulle loro facce, un’espressione di rabbia deformata da uno strano timore, lontano, nei loro occhi. In questo stato, avrebbero potuto addirittura vederci.
Seguiamo Gèp. Affannando si sia riposando su un cumulo di scatoloni da imballaggio impilati gli uni negli altri, in un vicolo della città vecchia. Il fianco gli doleva dallo sforzo, l’alcool aveva incominciato a irritare quel suo organo provato dagli effetti del nettare della solitudine, al punto che aveva dovuto fermarsi un paio di volte a rifiatare. Diradata la nebbia etilica per via dell’eccitazione, ripensò a quanto aveva fatto: si era staccato dalla sedia, aveva guardato dritto negli occhi quei due galoppini della Famiglia e aveva riso loro in faccia così forte da fare girare tutto il locale – uomini che, di solito, non ricordano nemmeno di esistere, quando si trovano là. Quando, capito l’andazzo, si erano alzati per menarlo e accartocciarlo sul marciapiede, Gèp aveva alzato le mani ed esclamato, come masticando qualcosa: “Aspettate! La sapete la differenza fra una donna e una pila?”.

“Almeno la pila ha un lato positivo!”
E si erano sparse grandi risate fra tutti i presenti. Gèp adesso sorrideva solo a ripensarci. Poi, con un cazzotto, aveva colpito uno dei due, schivato l’altro che gli si stava buttando addosso, rotto qualche bicchiere in testa al primo, sfondato una sedia sulla schiena del secondo e così via – fino a quando qualcosa che aveva le sembianze di una busta non era caduto dalle tasche di uno dei due. Preso come da un’istinto, si era precipitato fuori, per trovare un posto sicuro. Adesso maneggiava quel plico giallo, tastandolo con i polpastrelli e annusando l’interno per scoprire qualcosa. Non sembrava odorare di ammoniaca, nè di formaldeide, per cui non era stata utilizzata per trasportare droga, soldi o piccole parti del corpo. Fece scivolare la mano all’interno: al tatto, qualcosa di simile ad una pellicola fotografica. La estrasse e visionò il contenuto. Erano negativi di vecchie foto su pellicola. Controluce, due uomini e forse una donna su un divano si abbracciavano in una specie di quadretto familiare. La seconda pellicola, invece, conteneva una seconda serie di immagini, che però non erano ben riconoscibili. Una figura distesa e accovacciata, forse un uomo sdraiato, e poi una serie di volti fotografati dal basso. Quel naso, quel profilo, gli sembravano familiari. Infilò il tutto di nuovo nella busta e si allontanò, sbuffando, in direzione di casa sua, dove avrebbe riposato in poltrona dopo essersi scolato quella mezza bottiglia di rum rimasta la sera prima. Credeva di trovare dentro un po’ di soldi – o meglio ancora un po’ di droga con cui procurarsi un po’ di sballo per quel pomeriggio. Deluso, si incamminò in via delle Begonie, svoltò quattro volte a destra, si infilò in un vialetto senza insegna, caratterizzato solo da qualche villetta e qualche albero qui e là, e giunse alle scale della palazzina in cui abitava, ormai, da dodici anni. Affannando salì le poche scale, calpestò pesantemente la moquette impolverata del corridoio e infilò una mano in tasca per prendere le chiavi. Spalancando la porta, vide che aveva lasciato la finestra aperta, cosa inusuale per lui, e che qualcosa aveva fatto volare sul pavimento tutti i fogli via dalla scrivania. La poltrona era ribaltata. Il rum, orrore, impregnava il pavimento.
Si strinse le tempie, come quando voleva concentrarsi, e fece appello a tutta la sua lucidità per raccogliere le energie. Rotolò agilmente dentro, piazzandosi dietro al mobile a gambe all’aria, e lanciò un’occhiata ai lati rapidamente; poi afferrò le forbici appuntite nel portapenne della scrivania e se le mise fra il medio e l’anulare. Scrutò qualche attimo: nessuno. Aiutandosi col pugno sul pavimento si levò in piedi e si guardò nuovamente intorno; chiunque fosse entrato non c’era più. Rimase a guardare in silenzio la finestra, in piedi. Mentre congetturava, una voce dalla camera da letto urlò “Geeeèp, smettila di fare il piccolo James Bond e vieni qui!”.
Merda – mormorò Gèp tranquillamente – lo sapevo..

Un telefono vibra sul comodino della camera da letto di Mario Spasiano. Il rumore lo risucchia di nuovo nel nostro mondo, suo malincuore. Il suo braccio destro giace addormentato sotto la nuca di una donna, per cui deve afferrare il cellulare con la sinistra. Legge solo il destinatario. “Merda, lo sapevo..”

Lettore, cosa vuoi vedere adesso?

  • Quale sarà il prossimo omicidio del misterioso killer. (50%)
    50
  • Come continua la vicenda di Gèp. (25%)
    25
  • Come ha reagito Mario Spasiano alla notizia della morte di Francesco Pessinese. (25%)
    25
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19 Commenti

  • Damiano spara per primo… e che il destino si compia!
    Effettivamente era una storia che forse meritava più di dieci capitoli, perché sembra davvero ricca di avvenimenti e sottotrame. Purtroppo a volte bisogna fare scelte stilistiche che troncano molte di esse, il limite dei caratteri è terribile.. lo so!

  • Ciao gianluca,

    Sono qui da poco e leggo adesso.
    Vedo che gli ultimi commenti sono di più di un mese fa quindi è probabile che questa storia sia in pausa di riflessione.
    Dico la mia, da umile lettore.
    È interessante sia l’idea che l’ambientazione, In generale trovo intrigante l’atmosfera.
    Però… Però il mio personalissimo parere è che ci sia troppa roba, e dai l’impressione che la roba che eviti di scrivere sia anche di più. Non riesco a focalizzare personaggi e situazioni, sono arrivato all’ottavo capitolo senza capire cosa sia successo esattamente. Troppe voci, troppi personaggi. Non considerarmi un presuntuoso, un rompiscatole o un attaccabrighe, se ho deciso di commentare è perché mi sembra che la storia, avrebbe del potenziale se solo pensassi anche al fatto che il lettore deve capire anche senza essere nella tua testa. Oh, poi ovviamente fai la tara del fatto che io sono un po’ tardo…. 🙂

    Ah: Gep cerca Testuggine

    • Grazie per il tuo commento. Hai ragione su moltissime cose. La verità è che non pianifico mai troppo la trama dei racconti su questa piattaforma, per avere più libertà – a discapito, spesso, della chiarezza.
      C’è tanto che non ho modo di dire e questo interessa e confonde allo stesso tempo.
      Dopo un mese ho avuto tempo e voglia di scrivere.
      La settimana prossima finisco. Questo racconto è stato un bell’esperimento. Grazie ancora per l’interessamento!

  • Ciao! Arrivata un pelo in ritardo, ma pur sempre qui e mi fermo di sicuro :).
    Le scelte erano tutte interessanti (perché tu hai una notevole capacità di trasformismo di oggetti, personaggi e situazioni) ma ho votato per un altro omicidio. Vedremo chi sarà lo sfortunato.
    Ho letto, come sai, i capitoli tutti insieme e in questo caso (non mi succede mai) ho provato un certo gusto nel farlo perché si recepisce meglio la tua capacità di raccontare. Sei davvero bravo e usi una tecnica interessante, che è quella del narratore onnisciente. Chi racconta, tu, o chi per te, sa più di quel che racconta al lettore e credo non sia facile gestire una voce narrante del genere. Io sono abituata al narratore che racconta una storia di cui non sa già la fine. Forse in questo caso la fine non la sai neanche tu, ma ci fai capire di nascondere diversi segreti su questi personaggi così particolari.
    Hai davvero una scrittura interessante e la maneggi molto bene. Ti seguo, neanche a dirlo 🙂

  • Mi sono accorto in ritardo del ritorno di questo scrittore e di questa storia… e già mi piace! Lì, esattamente dove ci eravamo lasciati, sei tornato per dirci quelle cose che sono rimaste in sospeso. Mi piace molto questa prima persona plurale, è sicuramente un modo diverso di generare il punto di vista… rinnovo i miei complimenti.
    E scelgo di seguire lo sciame… per vedere dove va. E cosa fa!

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