These are my shoes

Dove eravamo rimasti?

Cosa troveranno Jack e Marvin nell'area del World Trade Center? Un passaggio attraverso una delle fontane (40%)

Rapito

Non so se fosse per il freddo, il silenzio religioso o per le nuvole che minacciose scattavano flash sempre più ravvicinati, ma un senso di profonda inquietudine mi attraversò per tutta la durata della visita a Ground Zero. Ero stato molte volte in quelle città verticali di acciaio, celando il disagio tra incontri diplomatici e voci di corridoio quando intorno a me percepivo l’accusa a una babele moderna, inattaccabile, inesorabile. Poi lo schianto, il crollo, il pianto, il rancore, la disperazione, la vendetta e l’incertezza crollata d’improvviso sulle generazioni future. Parcheggiata la macchina a pochi metri dalle maestose piscine del memoriale, ogni metro in quel luogo, ogni movimento coordinato di tacco-punta e il lento consumarsi delle suole, mi riportavano indietro al giorno in cui vidi per l’ultima volta Janet, la moglie di Marvin. Passammo davanti al suo nome, scavato con precisione nel metallo del bordo del memoriale e accarezzato da una rosa bianca fresca, inumidita dalla pioggia notturna. Il mio amico, improvvisamente fermo immobile di lato come un geroglifico, con la mano destra sfiorava lentamente le lettere incise dando il tempo al respiro e al cuore di ritrovare il ritmo.

– Vengo qui ogni giorno Jack da quando…

– Marvin…

– A volte mi dico che sarebbe meglio lasciarla andare ma non è possibile, non posso farlo.

– …

– Andiamo Jack, riprenderà a piovere e dobbiamo sbrigarci.

Ripresa la ricerca, mi resi conto che qualcosa non tornava perché le coordinate puntavano proprio lì, nel bel mezzo della South Tower pool. Improvvisamente ricordai un dettaglio che avevo pensato insignificante fino a quel momento: originariamente il monumento era stato concepito per essere sottoterra.

– C’è una entrata di sicurezza, ricordo di averla vista durante i lavori di costruzione, proprio sotto una enorme bandiera americana – disse Marvin, indicando un ipotetico punto sommerso e per nulla stupito della scoperta.

– Come…

– Jack, ero assegnato qui e conosco ogni centimetro di questo posto.

– Ok, da che parte?

Corremmo lungo il bordo lasciandoci alle spalle il fragore delle gocce, diretti verso il museo. Con un’agilità che non gli avrei attribuito anni prima, Marvin seguì traiettorie perfette danzando tra le ombre delle telecamere di sorveglianza. Entrammo passando da una porta di servizio; all’interno solo luci di emergenza e qualche led intermittente di schermi adibiti a raccontare la cronaca, riavvolgere il nastro, e raccontarla ancora. Scendemmo furtivamente giù per le scale e dopo un paio di rampe mi resi conto che queste si addentravano ancora per parecchi metri in profondità. Poi un corridoio e ancora altre scale quando improvvisamente la discrezione del marmo fece spazio all’echeggiare metallico di rampe di emergenza. Il suono bagnato dell’ultimo passo e l’improvvisa umidità mi fecero capire che eravamo vicini. Marvin era inarrestabile, si muoveva veloce, troppo per me che con la mia gamba dolorante facevo fatica a stargli dietro.

– Aspetta! Non riesco a…la gamba, mi fa male e…

Caddi improvvisamente nell’acqua che da semplice pozzanghera calpestata era diventata una vera e propria area sommersa, gelida e spiazzante. Riemersi quasi subito e iniziai a chiamare Marvin in preda al panico. Nessuna risposta. Ma dov’era finito? Perché non mi rispondeva? A giudicare dal tempo di caduta dovevo esser scivolato per qualche metro.

Poi finalmente una voce nel buio:

– Jack? Jack! Dove sei? Stai bene?

– Sono qui! Sto bene credo, sono scivolato…

– Alla tua sinistra Jack, c’è una scaletta, sei finito in una vasca secondaria, ti è andata bene.

Risalii in velocità, dimenticando per un attimo lo zoppicare che mi aveva portato a tuffarmi goffamente in quella tinozza di servizio. Accesi una torcia e guardai il viso di Marvin: era calmo, imperturbabile, come se non fosse successo nulla. Non era da lui, pensai. Con il volto mi fece cenno di guardare verso l’oscurità del corridoio, puntai quindi la torcia e la vidi: la porta, l’accesso alla possibile soluzione di questo mistero. Dopo qualche tentativo violento di farla ragionare, la scivolosa maniglia stagna girò: in un attimo eravamo dentro la sala, sopra di noi migliaia di litri d’acqua scorrevano con foga rappresentando la colonna sonora della nostra scoperta. Al centro della stanza, una luce solitaria illuminava un laptop posto sopra una scrivania; accanto ad essa una sedia sgualcita rossa e un caffè americano disordinatamente rovesciato sul pavimento.

– Chiunque fosse qui, non aspettava certo visite – dissi.

– Guarda Jack, guarda il computer – rispose Marvin.

Spalancai la bocca incredulo: davanti a noi, sullo schermo, era incastrata una cartolina sulla quale era stata riportata una sequenza alfanumerica.

– Non riesco a capire, sembra una sorta di codice…

– Cosa c’è scritto Jack? – incalzò impaziente Marvin

– C7H16FO2P … oh ca..

– E che diavolo significa?

– E’ Soman, Marvin. Gas Nervino

– …Perdonami Jack.

Fu allora che ricevetti un forte colpo, sbattei la testa sulla scrivania e persi conoscenza.

Dove si ritroverà Jack al suo risveglio?

  • Su un elicottero sorvolando Lower Manhattan (67%)
    67
  • In un ascensore della Freedom Tower (0%)
    0
  • Nella stanza segreta al centro della South Tower pool (33%)
    33
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116 Commenti

  • Mi unisco al coro di complimenti, davvero meritati.
    mi è parso un pò scollato tra il 5 e il 6 episodio… forse per poca concentrazione.
    Il settimo m invece ricalca benissimo il ritmo dei primi capitoli.
    Un racconto incalzante e appassionante.
    Merito dell’autore.
    “Stranizza” tutto questo intervallo tempo… però vedo che è possibile riprenderlo anche a distanza di 4 anni.
    Davvero complimenti.
    Voto per indagare sulle torture.

    • Grazie Alex 🙂 si in effetti nei capitoli 5-6 avevo da una parte voglia di variare il ritmo e dall’altra di raccontare dei personaggi che mi incuriosivano…probabilmente lo stile è migliorabile 😀
      Sono stato assente tanto tempo perché impegnato in altro ma mai ho dimenticato il punto in cui avevo lasciato questo racconto, riprenderlo è stato piuttosto naturale!
      a presto!

  • Beh l’ultima volta ero a New York (cosa che aveva dato una sfumatura molto speciale alla lettura). Stavolta sono a Boston. Destinato a leggere i tuoi racconti sotto l’effetto del jet lag. Speriamo di non dover aspettare il prossimo viaggio per un nuovo capitolo 😉
    Sono dannatamente curioso di vedere come finisce!

  • Bentornato. Avevo perso ogni speranza di rileggerti. Sai che sono un estimatore del tuo stile di scrittura. Hai fatto male ad assentari per tanto tempo: ti trovo un po’ arrugginito. Quindi ora rimettiti in carreggiata, riprendi il ritmo.
    Morgue.

  • Scrivi benissimo.
    Notevoli i primi 2 episodi: sognanti e tensivi nel contempo.
    L’idea delle scarpe come strumento per conoscere le persone la troviamo anche nel protagonista di “Bianca”‘ di Nanni Moretti, ma qui diventa quasi un’ossessione come quella per i profumi di Grenouille de Il Profumo di Suskind.
    E il mistero aleggia….
    Ti seguo

  • Bruno, ti rendi conto che ormai sto aspettando la mail che mi annuncia un nuovo episodio come un bambino aspetta finalmente la paghetta mensile per spenderla in gelato? E l’effetto è lo stesso: provi un piacere immenso ma finisce subito 🙂
    Mi sono divorato questo episodio in un attimo, e sono andato a dormire pensando a cosa potevo fare per farti andare in ferie e finire il racconto prima possibile 😛
    Poi vabbeh, l’ambientazione a New York è proprio un colpo al cuore eh.. Cmq bello, mi piace un sacco lo stile.

  • Un giallo con la G maiuscola!
    mi piace il ritmo che dai alla storia e il modo in cui descrivi le scene.
    Ma pensa un po’ dai primi capitoli avevo immaginato che il protagonista fosse un ragazzo invece è un uomo e addirittura un detective!
    Direi che ora dovrebbe chiamare un vecchio collega

  • non ci posso credere!!!!
    sai che ho scritto un messaggio su twitter chiedendo il titolo della tua storia? non avevo erroneamente cliccato segui e ho cercato dappertutto (di più su avventura chissà perché pensavo fosse inserita in quel genere) ma non l’ho trovata. Avevo letto solo l’incipit e mi era piaciuto un sacco rimanendomi impresso.
    Oggi apro e la trovo per prima tra quelle pubblicateeeee! vado a divorare i capitoli persi, intanto ho cliccato subito su segui!!!!
    evviva!!!!

  • ahah adesso non riuscirò a staccarmi da questo racconto finché non è finito. fico, aggiungiamo un’altra bella cosa alla lunga lista dei tuoi talenti! mi piace un sacco come scrivi.
    e cmq, una persona scomparsa anni prima mi cozza con la domanda della poliziotta: se fosse scomparsa, la poliziotta (forse) non avrebbe fatto quella domanda in quel modo 🙂

  • Bentornato.
    Confermo: mi piace come scrivi. Mi piace così tanto che non capisco perché sciupi il piacere della lettura con alcuni vizi (o vezzi) incomprensibili:
    – i due puntini al posto dei tre (già odio l’abuso dei punti sospensivi, figuriamoci le variazioni sul tema);
    – se proprio vuoi usare i caporali, usa quelli giusti « » e non <>;
    – “nulla che centrasse con la trasandatezza”, vista la presenza del “con”, direi che è un “c’entrasse” (centrare ed entrarci vengono spesso confusi).
    Se un autore non mi piace più di tanto e/o sono convinto che non abbia un potenziale da esprimere, non mi incaponisco con questi dettagli. Ma se uno sa scrivere e deve solo migliorare la forma (che mai come in questo caso è anche sostanza), allora m’incazzo davvero. Ho tralasciato altri refusi, per non infierire.
    Magnate dell’industria petrolchimica (e ho i miei buoni motivi).

  • Ho iniziato a leggere il tuo racconto perché per un progetto scolastico avevo sviluppato la stessa teoria secondo cui dalle scarpe si possa capire tutto della persona che le indossa, comunque escludendo questa piccola digressione inutile devo dire che mi piace molto il modo in cui scrivi! Attendo il terzo capitolo!
    p.s. voto per i necrologi!

  • Che racconto insolito e appassionante! Sei davvero bravo, essenziale e originale. Ottimo umorismo, grottesco al punto giusto: un detective amatoriale feticista, lo adoro!
    C’è solo una nota negativa in tutto questo: peccato che sei un ingegnere. Mi spiace molto anche per Napo, ragazzi vi sono vicino, davvero.
    Proprio l’altro giorno al torneo di beach volley triangolare architetti/geometri/ingegneri, abbiamo steso i vostri colleghi. Martedì picchiamo un po’ i geometri.
    @Napo ero sicuro ti piacesse: scrivete in modo molto simile, e tenete sospesi al punto giusto i lettore.

  • Ma mi piace! Sì, che mi piace! Sono raro agli entusiasmi (quindi, ragazzo, vedi di non farmelo passare…). Non ti avevo letto per via del tuo nickname, che trovo repellente. Poi mi sono tappato il naso e… oh oh che sorpresa. Ritmo giusto, punto di vista (o preferisci l’acronimo POV, ingegnere?) originale, sviluppo imprevedibile.
    Ho sviluppato una mia teoria (tu ne sei la conferma). Gli scrittori/ingegneri hanno caratteristiche comuni: sono analitici, consequenziali, usano un lessico essenziale, non eccedono nelle digressioni e nelle considerazioni personali, forniscono tutti gli elementi affinché il lettore si faccia una sua idea della storia, ma amano stupirli con improvvisi colpi di scena, cambi di prospettiva, in una sorta di sfida. Non sei d’accordo, collega?
    P.S.: qualche refuso c’è, ma è poca cosa. I mesi si scrivono con l’iniziale minuscola.

    • Grazie mille per il tuo commento! Felice di contribuire come elemento di argomentazione per la tesi delle caratteristiche comuni di Scrittori/ Ingegneri! Essendo però un pò neofita in questo ambiente, mi riserbo di commentare più in là, ho necessità di approfondire:)
      p.s. cercherò di non farti passare l’entusiasmo, ho in mente tante simpatiche cose per i prossimi capitoli:)

  • Direi che si parte dal ritrovamento della scarpa dato quello che hai scritto nella trama! Comunque anche io ho sempre pensato che le scarpe rivelino molto sull’essenza di una persona! 😉

  • Incipit particolarmente interessante, aspetto ora la continuazione con trepida attesa. Ho votato : cercherà di scendere tra i binari. Potrebbe essere interessato alla scarpa del ragazzo: le scarpe dicono a tutto al protagonista, e perciò potrebbe ricavarne informazioni interessanti.

  • Rimarrà immobile: non ha senso che scenda, e non vedo perché un personaggio così maniaco dovrebbe sentire il bisogno di scappare…

    Mi ero tenuto questo incipit da parte, e ora l’ho letto: bravo, hai una bella scrittura. Gli incipit vanno tenuti volontariamente brevi e semplici, e forsè è per questo che non hai ricevuto l’audience meritato.

    Che strana curiosità, questa delle scarpe! Adoro New York, ma chi non lo fa?

    • Grazie per il tuo commento, in effetti come incipit forse avrei dovuto tarare meglio la lunghezza:)
      Sai sono indeciso perché effettivamente è successo qualcosa di inusuale nel rituale di questo personaggio maniaco delle scarpe: è entrato in contatto con la persona attraverso gli occhi, questo secondo me lo destabilizza…ci sta che stia immobile anche che, in seguito allo shock, faccia qualcosa al di fuori dalla sua “routine mentale”.

      • Se è per questo, ci sta proprio tutto: dipende da come lo racconterai.
        Io ho solo indicato quella che secondo me è la più interessante: ma ovviamente, con la tua abilità sei perfettamente in grado di dimostrare che mi sbaglio. 😉

  • In primis, grazie per il tuo commento:)

    Si è vero il racconto è un pò fermo: mi piaceva l’idea di partire dal senso di quiete data dalla riflessione e dall’abitudine per poi rompere con un evento improvviso:)

    Per le scarpe sporche di rossetto, mi capitò qualche anno fa di vederle indossate a una ragazzina punk!

    ciao!

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