Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

Il magistrato diede infine disposizione di inviare alle pattuglie di tutto il Paese e all'Interpol i dati dell'automobile. Enis Kucic: non fu trovato (49%)

[Improvvisi rovesci]

Enis Kucic era scomparso nel nulla. Lo si cercava ovunque ed erano ormai esigue le possibilità che riuscisse a espatriare senza essere identificato e fermato. Solo questione di tempo.

Max fumava affacciato alla finestra dell’ufficio, memore della doccia di schiuma l’ultima volta che aveva ignorato il divieto. Pensava al ragazzo che si nascondeva chissà dove, in preda al senso di colpa. Sbuffò il fumo quasi strozzandosi e tossì. Era un esperto di sensi di colpa: l’unica cosa che li spegneva era la vodka e la bottiglia di Smirnoff l’estintore ideale, anche di quell’emicrania che lo torturava.
Si chiese se, in coscienza, fosse certo della colpevolezza di Enis.
Pensava di sì. Ma non era sicuro. Si è mai sicuri? Avrebbe voluto chiederlo a Suada, che pareva avere una scorta di certezze incrollabili.
Proprio lei, evocata da quei pensieri, si materializzò sulla soglia: «C’è Klara Kucic di là» gli comunicò con implicito invito.

La donna sedeva composta nel suo tailleur castigato.
«Avete commesso un errore» disse loro, prima ancora che sedessero.
I poliziotti non risposero, lei proseguì. «Mio figlio non c’entra niente. Lui» calcò forte il pronome «voleva veramente bene ad Ajda.»
Suada interruppe il silenzio che si addensava: «Ci dica com’è andata, signora Kucic.»
«Sono stata io. L’ho uccisa io, mia figlia» disse con agghiacciante semplicità. «Lasciate in pace Enis!» pregò poi, con assai più calore.
Max sentì sfuggirsi di mano la pazienza: «Senta, signora, non è che lei può venire qui e raccontarci quello che le pare. Troveremo suo figlio e nessuno darà a lei una medaglia per aver provato ad andare in galera al posto suo. Pensi ad Ajda, invece.»
«E’ a lei che penso» rispose glaciale. «Accetterei di aver messo al mondo un assassino. Forse, come dice lei, proverei anche a tirarlo fuori dai guai. Ma non posso accettare di aver allevato una puttana.» Poi fissò Max dritto negli occhi: «Lo capisce?»
Max non poté sostenere più a lungo quello sguardo e lei scosse la testa bionda.
«Com’è andata l’altra notte?» ritentò la Kapic.
«All’una passata Ajda non era tornata a casa. Ormai succedeva sempre. Enis l’ha chiamata. Litigavano, lui urlava così forte che lo sentivo dal corridoio.»
«E’ così che ha saputo dove si trovava? Era lei, al pub?»
«Sì, ero io. Per fortuna mi ha seguito senza fare scenate.»
«E poi?»
«Poi in auto abbiamo cominciato a discutere e all’improvviso, a un semaforo, è scappata via.»
«L’ha seguita?»
«Sì fino a quel lurido cantiere.»
«E poi?»
«Poi le ho dato uno schiaffo e ho iniziato a strapparle di dosso quei vestiti da puttana.» Il viso della donna aveva perso ogni traccia di compostezza: «Ma sa cosa non potevo sopportare?»
I poliziotti la guardarono con espressione di attesa.
«Che non reagisse. Che mi sorridesse e continuasse a ripetermelo.» Si premette le mani sulle tempie.
«Cosa le ripeteva?»
«Che le piaceva. Farsi scopare da tutti. Io… non potevo accettarlo. La scuotevo, le urlavo addosso, la stringevo e poi… è…crollata per terra…»
Prese un lungo sospiro e accasciò la fronte sul piano del tavolo. Piangeva in silenzio.
Quando sollevò gli occhi, erano zuppi di lacrime.
«Ajda lo capiva, che non riuscivo ad amarla. Io ci ho provato, giuro. Ci ho provato.»
I poliziotti la fissavano basiti, ma lei continuò a parlare senza guardarli.
«Era l’agosto del ’96, un agosto torrido, come questo, a Peć. Enis girava nudo per casa, non aveva ancora cinque anni. Mio marito era con l’UCK da quattro mesi. Bussarono: allo spioncino vidi un soldato serbo col coltello puntato alla gola della vicina. Aprii la porta e la sgozzarono davanti ai miei occhi.»
Klara Kucic guardava nel vuoto e le sue mani tremavano.
«Mi spinsero dentro casa, caddi per terra. Erano in tre. Enis corse da me piangendo. Uno di quelli, un porco schifoso con sei dita sulla mano, lo seguì con lo sguardo; gli lessi la lussuria negli occhi.
Facemmo un patto: mi sarei fatta stuprare come e finché volevano, senza fare storie, se lasciavano stare il mio bambino. Alla fine ero mezza morta. Col mio sangue scrissero sulla parete “Questo succede a tua moglie se vai a combattere la guerra sbagliata”.»
Klara Kucic si asciugò l’ultima lacrima. Nella stanza, era piombato un silenzio di morte.
I pensieri di Max vorticavano impazziti, mischiandosi ai ricordi più tormentosi, agli incubi più insopportabili. Il caldo era soffocante, la Kucic troppo bionda. L’emicrania s’era mutata in un rimbombo che gli sconquassava il cervello. Uscì dalla stanza, vacillando verso un muro appartato: vi appoggiò la schiena e scivolò a terra piegando le ginocchia.

Suada si occupò di tutto: Klara Kucic, firmata la confessione, fu messa in stato di fermo, Enis Kucic rimase ricercato. Elementi probatori risolutori, che indicassero oltre ogni dubbio come si fossero svolti i fatti, non ne avevano.
Non appena poté tornare nel suo ufficio, dopo un’ora di infamante infermeria, Max trovò una spessa busta bianca che troneggiava al centro della scrivania. Lo udirono imprecare a considerevole distanza. Il fottutissimo DNA.

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530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

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