Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

Cosa accadde al Commissario Kolarov: Incontrò sul ponte Goat una donna che conosceva bene e alla quale non poteva negare la sua attenzione. (58%)

[Alta pressione]

Solo quando vide la snella sagoma femminile profilarsi nel buio di fronte a sé il commissario Kolarov si rese conto di essersi lasciato la città alle spalle.
In quella notte torrida, da uno qualsiasi degli altri ponti sulla Miljacka il panorama delle luci scintillanti e tremule nell’atmosfera rarefatta, sarebbe stato magnifico. Dall’antico ponte ottomano della Capra, invece, lo sguardo si perdeva nel nulla e strade e palazzi erano quasi invisibili, inghiottiti dalle curve delle colline.
Meglio. Perché lui quel gigantesco cantiere affollato di fantasmi lo odiava ferocemente. Eppure si sentiva egli stesso uno spettro, un’ombra inquieta ostaggio della città. Non riusciva a immaginarsi in nessun altro luogo al mondo.
«Come mi hai trovato?» chiese alla donna che aveva riconosciuto molto prima che la notte gli avesse coincesso di distinguere i suoi lineamenti.
«Ti facevo più fantasioso, Kolarov» rispose togliendosi lo zaino dalle spalle e iniziando a frugarci dentro.
La luce fioca faceva emergere dal buio i tratti regolari di un viso femminile giovane e volitivo, ma gli occhi scuri e seri contraddicevano in parte quell’impressione di giovinezza.
«Che c’è?» biascicò infastidito, spegnendo la sigaretta sulla balaustra di pietra.
«C’è che mentre ti sbronzavi, hanno ammazzato una ragazzina a Grbavica» rispose lei asciutta.
Una ragazzina. Un’altra.
C’era un limite? C’era un numero di morti oltre il quale si colmava il bicchiere e una sola persona in più non era accettabile? Forse no. Forse Sarajevo poteva accogliere sotto la sua terra innumerevoli morti ammazzati. Forse anche la coscienza alla fine avrebbe accettato l’evidenza matematica che si trattava solo di un’unità in più in un numero con cinque cifre. Insignificante.
Entrambi seguirono con lo sguardo la traiettoria del mozzicone, che sparì, inghiottitoto dalle acque nere, dopo una parabola perfetta. Poi Max si decise a prendere ciò che lei aveva estratto dallo zaino: una camicia, un pacchetto di fazzoletti umidificati e una confezione di caramelle al mentolo.
«Puzzi da far schifo. E lì c’è già il circo al gran completo, non ci puoi andare conciato così.»
Aveva ragione. Il sottufficiale Suada Kapic, fredda come un assioma, aveva quasi sempre ragione e Max tollerava che si intromettesse nella sua vita privata perché era l’unica che lo facesse in un modo che non lo disturbava: non aveva quell’aria di compatimento che gli riversava addosso sua madre, né l’espressione di pretenziosa esasperazione che immancabilmente appariva, presto o tardi, negli occhi delle donne che frequentava.
Appallottolò la camicia sporca, si deterse sommariamente e indossò quella pulita. Il guizzare di addominali e dorsali che queste operazioni determinarono non provocò nella sua collega nessuno di quei segni inequivocabili di apprezzamento a cui il gentil sesso lo aveva abituato. Anzi, apparentemente disinteressata, stornò lo sguardo.
Per questo era così facile essere amici, pensò: Suada doveva essere lesbica. In effetti, un gran peccato.

E’ certo che il commissario Kolarov non amasse il quartiere Grbavica, ancora largamente deturpato dai segni della guerra. Sappiamo che passando in auto di fronte ad un palazzo basso e fatiscente, chiuse gli occhi e li strizzò forte, comprimendosi le tempie con le mani aperte. Vent’anni prima, durante l’assedio, quel quartiere avevano preso a chiamarlo Hiroshima: un nome che gli era rimasto addosso come le granate nelle pareti delle case. Anch’esse, erano ancora lì.
Sappiamo che quando arrivò sul luogo del delitto, il circo – vale a dire la scientifica, il medico legale e il pubblico ministero – era già entrato in scena.
Il cadavere giaceva afflosciato in un angolo, ma gli bastò uno sguardo per riconoscere l’abito di paillettes e le scarpe trasparenti che aveva visto riflessi nello specchio ove era incollata la locandina, mentre la bionda del pub si allontanava dopo averlo abbordato. Quasi si adirò con sé stesso per non averle letto in viso il marchio della morte imminente. Poi rammentò che, in viso, non l’aveva nemmeno guardata. Lo fece in quel momento: pur pesantemente imbellettata, la vittima non riusciva a dissimulare i suoi sedici, massimo diciassette anni. I segni tumefatti sul collo cereo parlavano chiaro su quale fosse stata la causa della morte. Gli abiti erano strappati ma la biancheria intima sembrava intatta.
«Ajda Kucic» disse Suada a Max sottovoce, dopo essersi aggirata intorno ai colleghi qualche minuto.
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo, ma non sorpreso.
«E’ sulla tessera dell’autobus che quel coglione sta calpestando» disse Suada fissando un grasso agente della scientifica, che sudava copiosamente infagottato nella tuta da lavoro.
«Chi l’ha trovata?»
«Telefonata anonima.»
Possiamo supporre, senza temere di allontanarci troppo dal vero, che il Commissario Kolarov pensò in quel momento che una puttana minorenne uccisa da un maniaco e trovata da un cacasotto in una notte afosa non era esattamente quello che aveva in mente come alternativa alle vacanze.

Da dove iniziarono i due poliziotti?

  • Tornando al Sarajevska Pivara, ché magari ci sarebbe scappato il bicchiere della staffa (31%)
    31
  • Esplorando il mondo della prostituzione Sarajevese: interrogarono prostitute e protettori (45%)
    45
  • Esplorando la vita privata di Ajda: interrogarono i familiari (24%)
    24
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530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

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