Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

Da dove iniziarono i due poliziotti? Esplorando il mondo della prostituzione Sarajevese: interrogarono prostitute e protettori (45%)

[Nuvole di fumo]

«Abbiamo già controllato la nazionalità della vittima?»
«No, perché?»
«Perché mi è parso avesse un accento straniero.»
Suada Kapic si fermò a guardare il Commissario con aria perplessa: «Strano, non ho sentito la voce della morta, da sotto il lenzuolo. Sarà per via dei miei sciocchi pregiudizi razionali.»
«Non ti ho detto che mi ha abbordato?»
Era fredda la Kapic, sì, ma il suo capo sapeva stupirla: «Stai scherzando?»
«No.»
«E quando?»
«Stanotte. Al pub.»
«Devi verbalizzare una dichiarazione nel fascicolo dell’omicidio. Sei un teste, ora, e potrebbero esserci conflitti di…».
«Cazzate» la interruppe Kolarov. «Secondo me è kosovara. Fallo verificare a qualcuno, in Commissariato: comunque, bisognerà avvertire la famiglia, se ce l’ha. Nel frattempo, manda uno sobrio a interrogare tutti i presenti al Sarajevska Pivara, ché lì sì che ho un conflitto di interessi.»
«Ci andiamo subito dal protettore delle kosovare o aspettiamo che verifichino in Commissariato?»
«Sappiamo chi è?»

Suada Kapic lo sapeva. D’altronde le bastava avere a che fare una sola volta con un nome, un numero o un volto per ricordarselo. Per sempre. Memoria eidetica associata a disturbi dello spettro autistico, aveva diagnosticato molti anni prima uno psichiatra a due genitori turbati.
Ovviamente, Suada ricordava l’intero fascicolo dell’Albanese. Questo – disse – era il suo soprannome, benché non fosse affatto albanese. Bosniaco di etnia croata, in effetti. Il suo “ufficio” era una bettola malfamata non molto distante dal Pivara. Decisero di andarci subito. Lo trovarono, su indicazione del gestore, in una sorta di separé, attorniato da due ragazze altissime e biondissime in abiti lascivi.
«Voi restate in zona» disse Kolarov rivolgendosi alle due donne, che lo guardarono con espressione interrogativa mentre venivano bruscamente scostate da lui che si sedeva, senza complimenti, al tavolo dell’Albanese: «Nel senso che potete accomodarvi. Altrove, intendo. Ok? Sciò!»
«Sento puzzo di sbirri» li accolse il protettore, con un sorriso che gli deformò la faccia butterata.
«Hai visto, Kapic?» disse il Commissario rivolto alla collega: «A lui la fantasia non manca. Un tipo intuitivo, no?»
La poliziotta non raccolse il suo sarcasmo: «Ajda Kucic. E’ del tuo giro?»
«Ajda, Ajda. Fatemi pensare.» Si accese una sigaretta con uno zippo dorato, soffiando dritto in faccia alla Kapic un denso sbuffo di fumo. «Può darsi» concluse fissandola.
Il Commissario – del quale in città si diceva avesse un carattere d’acciaio ma nervi di cartapesta – non apprezzò il gesto. Afferrò l’uomo per il colletto della camicia, lo strattonò verso di sé, protendendosi a sua volta al di sopra del tavolo, e sibilò muso contro muso: «Senti, pezzo di merda, la ragazza è stata ammazzata poco fa, quindi vedi di ritrovare la memoria in fretta o ti sbatto in cella subito e ne riparliamo domattina.»
L’Albanese, di fronte a questa reazione, non perse un solo grammo del suo autocontrollo. Senza divincolarsi dalla presa, rimanendo anzi a quella distanza assai ridotta dal viso del poliziotto, bisbigliò in tono quasi sensuale: «Commissario, non val la pena di scaldarsi tanto per una puttana.»
Prima che Kolarov potesse cogliere l’ambiguità di quella frase – che poteva essere riferita alla vittima, ma anche alla poliziotta cui aveva sbuffato il fumo in viso – quest’ultima, che invece l’aveva colta subito, reputò opportuno intervenire per smorzare la tensione: «Aveva solo sedici anni, la puttana.»
«Oh, davvero? Non credo che il tuo Commissario si formalizzerà molto: è un esperto di puttane, sai? Dicono che quando era sulle colline a dare manforte al nemico fosse proprio lui a procurare delle belle…».
Non poté finire la frase. Kolarov approfittò della presa al bavero che ancora stringeva nel pugno per trascinare verso il tavolo la testa dell’Albanese, fracassandogliela insieme al boccale di birra che incontrò lungo strada.
«Ti aspetto domani in Commissariato, imbecille» si congedò il Commissario.
L’Albanese tirò su la faccia, che era ridotta a una maschera rossa gocciolante nella quale, per il formarsi di un ghigno, luccicava il bianco rosato dei denti: «Non vedo l’ora. E’ lì che si sporge denuncia, giusto?».

Sappiamo che mentre il Commissario, rialzatosi, si ripuliva la manica della camicia bagnata di birra e sangue, la sua collaboratrice avvicinò le ragazze, che avevano assistito basite alla scena e chiese loro di Ajda.
Dichiararono che fu Ajda stessa ad avvicinare l’Albanese, solo un paio di settimane prima, chiedendogli protezione. A domanda in tal senso rivolta loro, risposero che avevano avuto l’impressione che la ragazza fosse di “buona famiglia” – questa l’espressione letteralmente utilizzata – e che probabilmente non aveva alcuna pregressa esperienza di malavita e tanto meno di prostituzione. Aggiunsero – si riporta qui quello che consta essere il senso della frase poiché non siamo in grado di riprodurne il letterale tenore – che giudicarono la ragazza un’ingenua e una sciocca, alle prese con un gioco più grande di lei.

Parrebbe dunque che una famiglia ce l'avesse, la vittima. A quale delle conversazioni con i familiari di Ajda vorreste assistere?

  • Suada con la madre di Ajda in Commissariato, a rendere una testimonianza più estesa dopo lo shock. (18%)
    18
  • Max e Suada con i genitori di Ajda a casa loro, a portare la triste notizia. (51%)
    51
  • Suada Kapic con il fratello di Ajda in un luogo pubblico, un paio di giorni dopo l'omicidio. (31%)
    31
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530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

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