Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

Parrebbe dunque che una famiglia ce l'avesse, la vittima. A quale delle conversazioni con i familiari di Ajda vorreste assistere? Max e Suada con i genitori di Ajda a casa loro, a portare la triste notizia. (51%)

[Tempesta perfetta]

Non erano ancora le otto del mattino e l’afa era già insopportabile; nella Volkswagen bianca di servizio – quella con il climatizzatore rotto – l’aria dell’abitacolo era rovente.
Parcheggiarono di fronte a una teoria di minuscole villette a schiera di aspetto moderno. Suada spense il motore e il commissario l’ennesima sigaretta.
«Vacci tu. Io ti raggiungo» disse Max lamentoso, strofinandosi il palmo della mano sulla fronte.
Lei lo squadrò accigliata, ma non aprì bocca e non accennò ad uscire dall’auto.
«Ho detto vacci tu, porco cane! E’ un fottutissimo ordine!» sbraitò paonazzo.
L’unica reazione di Kapic, prima di sbattere la portiera, fu una scrollata di spalle.

Kolarov impiegò quasi un minuto a cambiare idea. Un tormentoso, lungo minuto di ricordi, affilati e gelidi come un coltello puntato alla gola di sorpresa. La raggiunse mentre la porta della villetta si apriva su un ragazzo alto, di una ventina d’anni, con una tazza in mano.
L’ultima cosa di cui Max ebbe piena coscienza fu lo sguardo inquisitorio della poliziotta che, abbandonati gli occhi intelligenti del giovane, sembrava attratto dalle sue infradito.
Poi arrivò la donna. Una bella donna.
Da quel momento, un regista di cattiva scuola fece partire un lungo piano sequenza: sfocato, rallentato e con quell’audio lontanissimo e sporco dei dvd pirata registrati al cinema.
Suada muoveva le labbra, il viso composto e inespressivo, gli occhi fermi e freddi.
La tazza, con esasperante lentezza, arrivava al suolo e si infrangeva, rovesciando caffè sulle piastrelle chiare. La donna appoggiava la fronte alla schiena del figlio e, con entrambe le mani sulle sue spalle, lo scuoteva. Gridavano, forse, ma lui non riusciva a sentirli: le voci si spegnevano soffocate da una coltre invisibile di ovatta. Max si massaggiò le orecchie e si guardò intorno, torpido e smarrito.
Ora Suada seguiva la donna che, volgendo le spalle alla porta, dignitosa ma barcollante, scomparve oltre l’ingresso. Il ragazzo invece restava lì, sull’uscio, di fronte a lui, muto, i piedi sporchi di caffè e in viso la maschera salata della disperazione.
Fu quando corse via, spintonandolo, che qualcosa si sbloccò all’improvviso nel Commissario e il film terminò senza titoli di coda, lasciandolo imbambolato a fissare la strada vuota.

In un salotto ordinatissimo trovò la padrona di casa seduta sul divano e la poliziotta che si guardava intorno con aria apparentemente distratta.
Klara Kucic non era la madre alcolizzata e irresponsabile che si aspettavano. Aveva poco più di quarant’anni magnificamente portati, un buon lavoro – segretaria di un noto commercialista – una casa perfetta e un autocontrollo ammirevole, che s’incrinò visibilmente solo quando furono costretti a scendere in dettagli sulle circostanze dell’omicidio.
Che la ragazza si prostituisse, non solo la madre lo ignorava, ma la notizia disegnò sul suo viso una smorfia di orrore persino più marcata di quando aveva appreso della sua morte.
«Ajda non ha preso bene il trasferimento da Shkoder a Sarajevo» sussurrò dopo essersi soffiata il naso.
«Quando è successo?» chiese Kolarov da dietro al divano poggiandosi con gli avambracci alla spalliera.
«Due anni fa, aveva tredici anni.»
«Come mai vi siete trasferiti?» incalzò il commissario.
«Lavoro.» rispose fredda «Non è facile tirar su due figli con un solo stipendio.»
«E il padre di Ajda?» s’intromise Suada voltando verso di lei una fotografia incorniciata che aveva preso da una mensola: una coppia con un bambino piccolo su una spiaggia di ciotoli.
«Mio marito.» rispose la signora Kucic distogliendo gli occhi dalla foto, e sembrò dapprima che non volesse aggiungere altro. «Era nell’ UÇK. E’ morto nel ’97, un paio di mesi prima che nascesse Ajda.»
Guerra. Quella del Kosovo, stavolta. Altro sangue nei Balcani, che aveva cominciato a scorrere poco dopo che quello sgorgato dalle ferite di Sarajevo sembrava destinato ad asciugarsi. Nella mente di Max la Jugoslavia era un corpo di donna esanime, disteso nella vasca da bagno dell’Adriatico con i polsi malamente incisi.

Consta che nel corso dell’incontro, la signora Kucic fornì alcune ulteriori informazioni: in particolare, dichiarò che solo ultimamente la figlia si era mostrata di umore instabile e facile alla menzogna; che di carattere era sempre stata difficile e incline alla ribellione, ma non aveva mai creato veri problemi; che era brava a scuola quasi quanto il fratello, sebbene assai meno socievole e meno interessata allo studio. Che in sintesi, come madre, si era convinta che tutti quei sintomi di disagio fossero riconducibili ad una banale crisi adolescenziale.

«Che c’era di così interessante in quella foto?» chiese Kolarov alla Kapic quando furono di nuovo soli. Lei lo guardò con un sorrisetto, un particolare, detestabile accenno di ghigno che sfoggiava quando era sicura di avere colto qualcosa che a lui era completamente sfuggito. Succedeva sempre più spesso.
«Davvero non l’hai notato?»
«Cosa dovevo notare?»
«Il piede, Kolarov. Il piede della vittima.»

Non l'aveva notato. Del resto era ubriaco e insonne da ventiquattro ore: converrà che si riposi un po'. Noi che facciamo?

  • Seguiamo Suada Kapic in Commissariato e interroghiamo con lei l'Albanese. (39%)
    39
  • Seguiamo Suada Kapic in Commissariato e leggiamo insieme a lei il verbale delle dichiarazioni dei testimoni del Pivara. (20%)
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  • Seguiamo Kolarov a casa e... andiamo a letto con lui. (41%)
    41
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530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

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