Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

Non l'aveva notato. Del resto era ubriaco e insonne da ventiquattro ore: converrà che si riposi un po'. Noi che facciamo? Seguiamo Kolarov a casa e... andiamo a letto con lui. (41%)

[Tornado]

«Il piede della vittima» ripeté Kolarov pensieroso, quando furono di nuovo in auto. «E cosa aveva di strano il piede della vittima?» chiese.
«Sei dita, aveva.»
Kolarov levò lo sguardo verso la collega e rimase qualche istante ad osservarne l’espressione compresa e seriosa mentre fissava la strada davanti a sé, aggrappata al volante.
Poi d’improvviso fu scosso da uno sbuffo violento, simile a un colpo di tosse trattenuto, che lo costrinse a piegarsi in due sul sedile. La Kapic, senza perdere di vista il traffico, alzò il sopracciglio, e lo sbirciò di sottecchi, temendolo in preda a un malore.
Si accorse ben presto – e non senza disappunto – che Kolarov stava in realtà trattenendo una risata. Una risata incontenibile che alla fine esplose, facendolo sussultare all’interno dell’auto come un’enorme scheggia impazzita.
La voce gli divenne stridula e il volto rubizzo mentre si sforzava di parlare: «Sapevo che eri un tantino autistica… ma non immaginavo… che ti mettessi a contare anche…»
S’interruppe inspirando in fretta col naso, disturbato dai suoi stessi accessi di risa «Le dita… dei morti!» gracidò infine in un soffio prorompendo nell’ennesima acuta sghignazzata.
La poliziottà pensò che non lo aveva mai visto ridere: «Kolarov, sei ubriaco»
Max, automaticamente, completò quella frase nella sua mente – e pure un po’ coglione.
«E devi farti qualche ora di sonno» disse invece Suada.
«Scusami, Kapic. Forse la tensione… Sai, parlare con la madre delle vittima…» bofonchiò asciugandosi le lacrime.
«Ti accompagno a casa.»

Odiava la sua casa. Odiava starci da solo. Entrò barcollando, lasciò cadere lo sguardo sulla bottiglia di Smirnoff abbandonata riversa sul tavolo e sui resti di un magro pasto consumato chissà quando. Si stese sul letto sfatto e chiuse gli occhi.
Girava tutto. Il volto della prostituta bambina, le paillettes del suo vestito, lo sguardo di sua madre e quello della propria, gli occhi cerulei dell’unica donna che avesse mai amato, è un esperto di puttane sai, la casa dove l’aveva accompagnata a prostituirsi, gli uomini della collina che l’avevano scopata, il rogo. Riaprì gli occhi di colpo in preda a un conato.
Claudicò verso il tavolo della cucina e tentò invano di spremere qualche goccia di vodka dalla bottiglia desolatamente vuota. La infranse a terra, maledicendosi. L’arsura lo opprimeva: sia in gola, sia nel corpo madido.
Si diresse verso il bagno, aprì il rubinetto dell’acqua fredda e riempì la jacuzzi circolare, si spogliò e vi si immerse. Appoggiò la nuca dolente sul bordo, rabbrividendo. Finalmente.
Temendo ciò che avrebbe visto, provò a chiudere nuovamente gli occhi. Tutto riprese a vorticare furiosamente, come fra le spire di un tornado: l’espressione seria della Kapic, la maschera insanguinata dell’Albanese, le infradito del fratello della vittima, il suo piede. Quante cazzo di dita aveva il piede del fratello? E la foto al mare? Che diamine ci aveva visto la Kapic nella foto dei genitori di Ajda?
Infine si addormentò.
Quando riaprì gli occhi era ormai pomeriggio inoltrato e l’acqua era divenuta tiepida. Dopo essersi asciugato e infilato i vestiti abbandonati sul pavimento, si diresse in commissariato.
Si accomodò dietro un vetro dove poteva sentire e vedere – senza essere visto a sua volta – la Kapic di fronte all’Albanese. Stava parlando l’uomo:
«Cosa vuoi che abbia fatto? L’ho scopata. E’ questa la prassi. Serve a capire se una viene da te perché ha intenzioni serie o se vuole solo provare il brivido del proibito.»
«Sapevi che aveva quindici anni?» chiese la poliziotta.
Rispose con un ghigno: «Non chiedo la carta d’identità alle mie protette.»
«Chiaro. Era vergine?».
L’Albanese perse per un momento la sua strafottenza: «Non capisco cosa c’entra questa domanda.»
«Non devi capire. Devi rispondere.»
«Beh, sì. Credo di sì.» Rise di una risata volgare: «Almeno a giudicare da come mi ha conciato le lenzuola.»
«Dove e con chi eri tra la mezzanotte e le due della notte scorsa?»
«Nel mio ufficio: dove mi avete trovato. Possono confermarlo almeno un paio delle mie ragazze e il proprietario del locale.»
Mentre la Kapic finiva di verbalizzare, l’uomo parlò di nuovo: «Posso sporgere la mia denuncia, ora?»
«Certo. Accomodati di là. Troverai un agente che starà a sentirti.»
«Ti indicherò a testimone, poliziotta, lo sai?»
«Certo. Ero presente, del resto.»
«E testimonierai?»
«Non posso non farlo. Dirò quello che ho visto.»
L’Albanese fece un sorrisetto compiaciuto: «Brava ragazza.»
Quando si era alzato e aveva già quasi raggiunto la porta, la Kapic alzò lo sguardo dal verbale e aggiunse: «…e ho visto questo: un magnaccia che ha tentato di aggredire un commissario di polizia, il quale nel difendersi gli ha spaccato la faccia.»
Il sorrisetto gli si spense lentamente sul volto. «Puttana. Lo dicevo che eri una puttana» sibilò continuando a voltarle le spalle.

Vi siete risparmiati la lettura del verbale dei testimoni nel pub. Ma cosa affermarono costoro:

  • che la vittima fu vista uscire dal locale in compagnia di una donna (67%)
    67
  • che la vittima fu vista uscire dal locale in compagnia di un uomo (12%)
    12
  • che la vittima fu vista uscire dal locale da sola; (21%)
    21
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530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

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