Tropico Balcanico

Dove eravamo rimasti?

E' ora di tornare a casa di Ajda, e senza perdere tempo: Entrambe la cose, ma non prima di aver dato un'occhiata alle automobili di famiglia. (63%)

[Nebbie in diradamento]

Arrivarono davanti alla villetta dei Kucic che erano da poco passate le due. Il caldo era soffocante e Kolarov si sarebbe volentieri tolto la camicia che – pure generosamente aperta sul petto – era zuppa di sudore. In verità, si sarebbe tolto anche tutto il resto, come nelle estati naturiste della sua adolescenza, sull’isola di Brac: i ricordi che accompagnavano quel pensiero lo resero ancora più insofferente alla calura.
La Kapic, dal canto suo, pareva indifferente anche alla temperatura: niente, in effetti, sembrava turbare la sua impassibilità.
«Diamo un’occhiata agli pneumatici prima di entrare?» gli chiese guardando la station wagon parcheggiata nel piccolo cortile lastricato.
«Vediamo. Anche se a occhio e croce queste gomme mi sembrano più larghe di quelle della foto» rispose Kolarov piegandosi faticosamente all’altezza del telaio.
«In effetti non coincide» sentenziò in tono neutro la Kapic senza neppure chinarsi.
«Cosa non coincide?»
«Il disegno del battistrada. E’ diverso da quello sul luogo del delitto.»
«Mi stai dicendo che hai memorizzato l’impronta del battistrada nella foto e sei in grado di sovrapporla mentalmente a quella che vedi qui?»
La Kapic fece spallucce. Non rispondeva mai a quelle che considerava domande stupide: «Suoniamo?»
Questa volta aprì Klara Kucic, che li guardò dalla soglia con espressione interrogativa: «Buongiorno signora. Avremmo bisogno di fare due chiacchiere con suo figlio.»
«Non c’è. Volete accomodarvi?»
«Sì, grazie. Sa dove si trova?» chiese Kolarov dirigendosi in soggiorno.
«Temo di no.»
Quelle risposte parvero al Commissario evasive: «Mi sa dire almeno a che ora è uscito?»
La signora Kucic sospirò, indugiò brevemente con lo sguardo sulle proprie leziose pantofole rosa col tacco e infine rispose: «Manca dall’altro giorno.»
«Prego?» chiese Kolarov cercando di dominarsi.
«Quando siete venuti a… sì, insomma, dopo che avete parlato… si ricorda che andò via?»
«Sì, signora. Lo ricordiamo. Ma dopo due giorni che suo figlio è via di casa non le è sembrato che fosse il caso di avvertirci? Non l’ha più nemmeno sentito?»
La donna non rispose, gli occhi di nuovo fissi sulle ciabattine. I due poliziotti si scambiarono uno sguardo d’intesa che significava una cosa sola: bisognava al più presto ottenere un ordine di cattura del giovane.
Intervenne la Kapic: «Signora, è importante che lo troviamo. Temiamo possa fare qualche sciocchezza. Ci dice il nome di suo figlio?»
«Si chiama Enis. Ma sono sicura che non farà nessuna sciocchezza. Ha solo bisogno di restare un po’ da solo.»
«E’ uscito a piedi?»
«No, in auto.»
«Ci può dire che macchina ha?»
«Una vecchia Saxo blu.»
«Un’altra domanda, signora: ha telefonato a sua figlia la notte dell’omicidio?»
«No, non ho il cellulare. E dopo cena il telefono di casa è monopolio dei ragazzi, che se lo portano in camera e chiamano i loro amici. Quando non escono, naturalmente.»
«Dunque quella notte, il telefono lo aveva Enis?»
«Sì, penso di sì.»
«Un’ultima domanda, signora: è per caso uscita di casa, la notte dell’omicidio?»
«Io? No di certo! Alle undici era già a letto.»
«Perciò se suo figlio fosse uscito dopo quell’ora non lo avrebbe sentito, giusto?»
«Non credo proprio si sia mosso di qui» ribatté contrariata.
«Grazie signora, è tutto, per ora» concluse la Kapic.
«Solo un’ultima cosa» obiettò Kolarov: «Perché ci ha lasciato credere che Ajda fosse figlia di suo marito?»
Suada lo guardò stupita. Stupita e risentita: non aveva fatto altro che prenderla in giro per la sua intuizione e ora la usava lui stesso contro Klara Kucic?
«In che senso?» chiese la signora temporeggiando vistosamente.
«Nel senso che l’uomo di quella bella foto di famiglia sulla mensola alle mie spalle non è il padre di Ajda. Sbaglio?»
La signora rifletté brevemente, poi capì: «Ha notato le dita?»
«Già» rispose Max con affettata e insieme compiaciuta sobrietà. Suada in quel momento l’avrebbe volentieri ucciso a mani nude. In effetti sì, esisteva qualcosa che era in grado di scalfire la sua imperturbabilità: Max Kolarov.
Cercò di calmarsi rubandogli la parola: «Ajda lo sapeva?»
«Sì» rispose seccamente la madre, ripiombando subito dopo in un silenzio reticente.
«E come l’ha saputo?» insistette la Kapic, caricata dall’exploit di Kolarov.
«L’ha capito da sola. A scuola. Un paio di mesi fa. A una lezione di biologia ha scoperto che la polidattilia è una malformazione ereditaria dominante. E non ce l’ho io, né ce l’aveva suo… mio marito.»

Riporta il fascicolo Kucic che l’istanza del Commissario, redatta quel pomeriggio stesso da Kapic, volta a ottenere mandato di cattura e di arresto di Enis Kucic, fu accolta dal magistrato. Nella motivazione del provvedimento si può leggere che costituirono chiari indizi di colpevolezza, idonei a sostenere la legittimità dell’arresto, la compatibilità tra il disegno dei battistrada riportato nei rilievi della scientifica e quello in uso nelle auto della marca e del modello di proprietà dell’indiziato, la telefonata che fece alla vittima prima del delitto e la sua stessa fuga successiva.

Il magistrato diede infine disposizione di inviare alle pattuglie di tutto il Paese e all'Interpol i dati dell'automobile. Enis Kucic:

  • non fu trovato (49%)
    49
  • fu trovato mentre cercava di lasciare il Paese, in direzione sud, al confine con il Montenegro (31%)
    31
  • fu trovato mentre tentava il suicidio nella stessa Sarajevo (21%)
    21
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

530 Commenti

  • Ciao Locullo. Il racconto c’è e questo va bene.
    Ma nella narrazione vi sono da correggere varie cose. Troppa narrazione generica. Tempi verbali inutili e verbi sbagliati. Avverbi che non servono. Narrazione non esatta. E altro.
    Qualche esempio. La goccia di sudore iniziale non si sa da che punto preciso si forma. Non si sa su quale lato del viso scende. La goccia non “percorre” il viso, ma “scende” sul viso. Poi “la sentí distintamente” è inutile, basta “la sentí”.
    Nel resto del racconto vi sono altri errori di narrazione che devono essere corretti per rendere più piacevole la lettura. Avverbi che non servono, troppa verbosità e troppa narrazione generica e non specifica, errore questo molto pesante.
    Voglio dire che puoi dare di meglio, e rendere la tua narrazione corretta e piacevole.
    Ti saluto.

    • Che bello avere qualcuno che sollecita la storia a continuare e i suoi personaggi a ridestarsi, per il solo piacere di farlo!

      (In realtà sono occupato a congedare la versione finalmente definitiva di Surviving Sarajevo: mi spiaceva abbandonare il buon Fabio Boksic in una storia che gli stava ancora un po’ strettina. Quanto a Max, a Sarajevo si dice giaccia riverso al bancone del Pivara, il suo tesserino da poliziotto ben saldo sotto il bicchiere di vodka: confido che presto la Kapic, reduce dalle vacanze all’isola di Brac, vada a recuperarlo).

  • Letta solo ora la conclusione. Tornata oggi da un’esperienza da dimenticare. Spero di poterti leggere ancora. Non so se serva dire che il finale mi è piaciuto moltissimo e che il tuo stile mi convince sempre, sì, potrebbe essere superfluo dirlo. Soprattutto considerando che appena ho acceso il computer dopo una settimana la tua storia è la prima cosa che ho letto. Non svanire. Grazie per avermi regalato una storia stimolante da ricordare.

  • Non credo esistano uomini di fronte ai quali Kolarov abbasserebbe lo sguardo.
    Con le donne, però, è un altro discorso.
    Alla fine, perdono tutti. Forza Commissario, ci sono altre tre stagioni per affrontare i fantasmi del passato.
    E’ un dispiacere lasciarti per un po’ di tempo; mi consola il fatto che, fino al prossimo racconto, la Kapic veglierà sulla tua voglia di metterti nei guai.

  • Cercherò di essere sintetico…
    Mi hanno entusiasmato le sequenze, i ritmi, le atmosfere… congeniali al plot e alle situazioni.
    Un po’ meno alcune scelte stilistiche e linguistiche (alcuni termini ingenui e qualche frase un po’ stucchevole..).
    Da gran divoratore di pagine, mi fa piacere dirtelo, sai catturare l’attenzione e portare avanti il lettore
    sull’onda delle parole…ma non adagiarti sugli
    allori…hihi.
    (ppeccato solo non poterti leggere

  • Arrivo un po’ in ritardo a commentare, ma tanto, ormai, non c’è più la fretta di dover votare. Che dire, locullo? E’ stato un vero e proprio piacere seguirti. Come dicono in tanti, hai davvero uno stile piacevole, scorrevole: anche se descrivi qualcosa di insignificante, sai renderlo interessante!
    Il colpo di scena finale, poi, è inaspettato, ma, al tempo stesso, molto efficace! La confessione, così cruda e disperata mi ha tenuto gli occhi incollati allo schermo. E Max, col suo mal di testa, quasi come se non potesse accettare tutto questo, è un altro particolare da non sottovalutare. Bravo, davvero. Attendo le prossime stagioni.
    Ah, il particolare del DNA, ovviamente, è un’ottima conclusione! 🙂

  • scusa ho letto solo ora la risposta al mio commento, mi perdo sempre le repliche perché non ci sono le notifiche! in ogni caso scrivo un nuovo commento così evito che anche questo rimanga indietro. Bè sicuramente è uno dei migliori, la sua storia è la più giocata, ma al di la di quello anche la trama mi piace molto.
    Certo ma, se ho chiesto anche a te, vuol dire che anche di te penso lo stesso.. non trovi?

  • Tu hai un dono,Locullo.
    Non è solo che scrivi benissimo,non è solo che hai un grande talento è che tu trascini il tuo lettore dentro la storia.Ero lì rannicchiata e non potevo farne a meno.
    Mi emoziona quello che scrivi. Mi emozionano le storie che scegli di raccontare, Amo i tuoi personaggi.
    Aspetto con impazienza le altre stagioni .
    ….vado a cliccare “segui l’autore” dagli altri racconti.

  • Lo avevo scritto che ci avrebbe stupito e non mi limito al colpo di scena. Locullo, semplicemente ti ringrazio, per questa storia e per il suo finale. Nelle pieghe del sarcasmo di Max e delle sue indagini riaffiora prepotente il dolore del passato, la ferita dell’ex Jugoslavia – dove “il retrogusto pulp” è maledettamente storia – che non si lenisce e il racconto, sapientemente scritto, assume un respiro superiore di un noir già gustoso di per sè e torna la tensione formale di Surviving Sarajevo a cui è legato sin dall’inizio. Ciao Locullo

  • Non trovo parole adeguate o migliori di quelle già espresse da Giovanni e Francesca e allo stesso tempo non vorrei essere banale, insomma oltre a dirti che questo episodio è pazzesco non so che aggiungere. Spero di rileggere presto qualcosa di tuo, in pratica dovresti evitare di addurre la scusa delle ferie 😉 a presto dunque

  • Solo tu saresti riuscito a risolvere questo intreccio in un solo capitolo da 5000 battute.
    Le tue invenzioni provocano emozioni che mi spezzano il fiato, come un pugno allo stomaco. Leggerti mi fa male.
    Credo che dovrei smettere, ma smetterò dopo questa… disse l’alcolista stappando la bottiglia.

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi