Questioni di famiglia

Dove eravamo rimasti?

Tra esplosioni e possibilità: come comportarsi? La via libera: andare subito dal dottore! (100%)

Il latte dell’umana gentilezza

Tre erano le cose che colpivano della stanza.

La presenza di apparecchiature mediche: monitor, ventilatori e carrelli.

L’odore. Un mix di profumo chimico e sofferenza naturale. L’aroma di limone da candeggina di poco prezzo non riusciva a coprire il sentore del sangue, di corpi mal lavati e di pavimenti troppo vecchi per essere puliti.

I corpi dei malati. Un giovane con una vistosa medicazione all’ occhio si lamentava nel sonno. L’uomo anziano al suo fianco guardava con aria depressa la gamba ingessata.

Per Marco era un ritorno all’inferno, un ritorno alla morte della madre.

Certo, lei era stata ricoverata in una clinica di lusso, molto diversa da un piccolo ospedale del Sud. Sicuramente, l’odore era migliore: le stanze erano pulite quasi giornalmente. Probabilmente, i medici locali non valevano la metà del dottor Becchi.

Ma tutto questo non importava. Tutto riportava alla mente l’agonia di mamma Serena. Il dolore era troppo, ed il ragazzo non si vergognava di piangere: in ogni caso, non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.

“Dottore come sta? la vedo migliorata”. Lucilla, pratica non sembrava aver notato la pena dell’amico. Landruschis sorrise e, come al solito, iniziò a pulirsi gli occhiali. L’uomo era in canottiera e calzoni bianchi e, flebo nel braccio a parte, pareva ristabilito.

“ Ed io vedo voi, ragazzi. Purtroppo. Non avete nulla da da fare che parlare con un vecchio.

“Dottore”. La voce di Lucilla era tesa, quasi violenta. Il tono era così…carico…da far svegliare il malato con la medicazione all’occhio e da far girare violentemente quello con la gamba ingessata.

“Basta. Voglio sapere di mia madre”. La sua voce non era quella di una bambina, nervosa o irritata, ma quella di una donna. Una donna matura e decisa, pronta a comandare, abituata a farsi obbedire. Una voce talmente diversa da quella abituale, da bambina estroversa, ma sempre bambina, da far smettere Marco di piangere per preoccuparsi della sorellastra. “Lucilla, stai bene?”

“Si…si, grazie Marco” Il tono dominante era scomparso, per lasciar posto ad una voce ansiosa ma infantile. “Dottore, per favore. Basta bugie. Voglio sapere di mia madre”.

“Va bene”. Landruschis sembrava invecchiato di vent’anni, ma pronto ad andare fino in fondo “Marco, sii gentile e vammi a prendere un latte alla macchinetta”.

Non era bello essere messo da parte, ma per il giovane non era la prima volta. E poi, uscire dalla stanza era un modo per provare a lasciare i ricordi della madre.

La macchina del caffè era in fondo al corridoio, vicino a quella delle merendine ed allo spogliatoio del personale. Una finestra dava sul giardino esterno e due sedie, di cui una senza schienale, facevano da area relax. Almeno, così diceva un cartello sul muro.

 Per Marco, non era un brutto posto. Dopo il latte per il dottore, aveva preso dei biscotti al cioccolato e aveva guardato dalla finestra. Due piccioni,  mangiavano felici un mezzo cracker.

La loro semplice felicità gli ricordava la famiglia prima della malattia.

Una lacrima gli scese dall’occhio destro, e fu quella a riscuoterlo. “Le lacrime non servono manco per berle”. Aveva odiato il padre per molte cose, e quella frase, ripetuta durante i mesi di visite e terapie inutili, non era una delle peggiori.

In quel momento, ripensarla fu indispensabile per andare avanti e ritornare in camera. Addirittura, ad entrare  sorridendo. “Dottore, ecco il latte”.

Né l’uomo né la ragazza gli prestavano attenzione. Lui le aveva passato un foglio di carta e lei lo aveva accettato. Poche parole, tese: “Vai a questo indirizzo. Lui ti spiegherà”. “Sicuro, andiamo subito”.

A Marco  era sembrato un rito: mancava da anni dalla Chiesa, ma lo scambio gli ricordava le messe di Don Roberto. La stessa solennità, la stessa concentrazione, la stessa sensazione di energia raccolta.

“Ehi ragazzi, cosa fate qua, uscite subito! Non è orario di visita”.

Due infermiere erano entrate, e fissavano decise il gruppo. A parlare era stata la prima, una bionda dai capelli ossigenati e dall’uniforme lisa; per rafforzare il concetto, indicava con un dito secco, puntato in avanti come un coltello.

La seconda, una cicciona dalla faccia rossa ed i capelli neri corti, sembrava essersi pietrificata. Poi, con un tremolio generale, si era inginocchiata davanti a Lucilla. “Mia signora…tu sei qui? Ordina ed io obbedirò”.

Ognuno reagì a modo suo. Il dottor Landruschis aveva l’espressione di un condannato a morte che vede rifiutato l’ultimo appello. Lucilla presentava un volto spaccato a metà, l’incertezza di una bambina assieme alla decisione cinica di una persona anziana.

L’istinto parlava raramente a Marco, ma quando lo faceva il giovane lo assecondava. In quel momento, l’istinto diceva (no, ordinava) di correre fuori, e Marco lo fece, spintonando l’infermiera grassa e chiudendosi la porta alle spalle. Le scale per l’uscita era erano davanti a lui, ancora pochi passi e…

“Tu sei Marco, si? Vieni con me, se ti vuoi salvare la pelle”. La voce era rude e maschia, come la stretta sulla spalla.

Un altro momento difficile: cosa fare?

  • L’istinto di Marco ha ragione: è bene fidarsi dell’uomo che lo ha afferrato (0%)
    0
  • Il comportamento dell’infermiera grassa è troppo strano: meglio approfondire (100%)
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  • Basta indugi: all’indirizzo indicato dal dottore (0%)
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19 Commenti

  1. A livello letterario scrivi davvero bene, non c’è che dire. Ho divorato l’incipit e questi primi 6 capitoli alla velocità della luce. Hai uno stile scorrevole e incalzante e dei personaggi ben fatti, anche se appena tratteggiati. Mi ha stupita poi la naturalezza con cui in pochi paragrafi hai raccontato il passato del protagonista all’inizio, ci vuole maestria per farlo così bene.
    La scrittura presenta qualche problema a livello grammaticale e ci sono troppe “d” eufoniche, ma questo non mi ha fermata dal seguirti, perché la trama è interessante. Ti inviterei solo a rileggere con attenzione prima di pubblicare, per evitare refusi e vere e proprie mancanze all’interno delle frasi, che spesso si interrompono all’improvviso o hanno le parole mozzate, rendendo difficile la comprensione.
    Vedo che il racconto è vecchio di cinque anni, forse non hai intenzione di portarlo a termine, ma io voto lo stesso: “via libera”.

    • Valentina, ti ringrazio per i complimenti e (sopratutto) per le correzioni. Da oggi, cercherò di rileggere meglio.
      Grazie anche per il discorso sulle “d”: da solo, non l’avrei mai notato.
      Per quanto riguarda la continuazione della storia ho deciso di portarla a termine. Anzi, conto di offrire un nuovo episodio entro la fine di questa settimana.

  2. ehilà ho votato per : entrano senza permesso!
    Bell’inizio ti seguo,
    Vieni a trovarmi!
    So che il genere nel quale ho inserito il romanzo è un pò particolare, ma sto cercando di creare una trama che richiami anche l’ horror, (perché mi piace) e creare così un mix! se ti va dimmi cosa ne pensi e se ti piace l’idea.
    Grazie

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