Vincent van de sterren

Come il sole all’improvviso

Parigi era quasi deserta quella notte, una notte fredda, una di quelle notti che sembrano più vaste delle altre, dove le stelle sono più in alto, dove l’aria sembra portare nel suo soffio gelido qualche cosa venuta da più lontano degli astri [1]

 

La soffice brezza solletica lievemente il grano trasformandolo in un ondeggiante mare dorato. Allargo le braccia e mi protendo per ricevere anch’io la sua carezza gentile.
È così che vedo il cielo, terso, sereno, di un blu vivace che non ha niente a che vedere con il cupo oscuro presagio di quel quadr-

 

Non sono sola.
Socchiudo gli occhi privi di ciglia contro il bagliore del sole, no, non è un miraggio, laggiù c’è davvero qualcuno e si sta avvicinando. È Vince e sulle mie labbra cerulee si allarga un sorriso, non lo aspettavo così presto…
Io sono in anticipo ma, d’altra parte, non ho mai molto da fare. Suppongo sia inevitabile quando per l’intera popolazione terrestre sei invisibile, se sei invisibile non esisti e chi non esiste raramente ha amici o impegni che richiedano il suo tempo e la sua attenzione.

 

Vince è ancora lontano ma grazie ai miei occhi acuti posso vedere che barcolla, starà male? Oggi, in effetti, nonostante l’aura gentile, fa piuttosto caldo. Eppure… qualcosa non mi convince: cammina come se non fosse abituato a deambulare in posizione eretta, su due gambe, come se il peso di madre gravità fosse per lui un onere sconosciuto. Anche a me è successo quando sono arrivata sulla Terra, non è stato facile all’inizio, io-

 

E all’improvviso capisco e so che tutto è perduto: viene per me, sta venendo a prendermi, ha scoperto il mio segreto e io non posso più scappare.
Non posso neanche difendermi, Vince è mio amico, non potrei mai fargli del male. Ma non l’ho, forse, già fatto? Se siamo arrivati a questo punto la colpa è solo mia, mia e di nessun’altro.

 

 

— DICIASSETTE MESI PRIMA —

 

«La nuit est froide»,[2] è un uomo sulla trentina, forse meno, quello che ha parlato. Mentre la luce del lampione accentua i riflessi aranciati dei suoi capelli, penso che il suo accento ha qualcosa di stano, dev’essere un forestiero. Ma è un pensiero fugace e distratto perché sono i suoi occhi a calamitare tutta la mia attenzione. Oh, quanto mi ricordano quell’immensa distesa d’acqua salata che qui chiamano mer, mare. Certo, sarà anche per le mille sfumature di blu che racchiudono ma la verità è che sono così profondi, sembra non abbiano fondo, e poi in essi si intravvede lo stesso burrascoso liquido tormento interiore dell’oceano.
Per un attimo, rischio di perdermi nella vastità di quelle iridi apparentemente fisse nelle mie, ma so che quello sguardo non può essere rivolto a me così mi volto alla ricerca del legittimo destinatario.
Solo che alle mie spalle non c’è nessuno. La strada è deserta.

 

«Mademoiselle, sono qui.» Non è possibile! Confusa comincio a setacciare la via, deve esserci qualcuno perché io-
«Mademoiselle, chi state cercando? Non c’è nessun’altro in strada. Sono forse diventato invisibile?» bofonchia lo sconosciuto – il cappello di feltro tormentato dalle dita affusolate – e nel suo tono arrochito dal freddo posso sentire un’aura di risentimento.
No, certo che non lo è, solo… solo che credevo… Maledizione, sono io quella invisibile!

 

Da tredici lune, ormai, solco il suolo di questo piccolo pianeta azzurro in una miseranda solitudine, perché gli umani sono sordi alle mie invocazioni e ciechi alla mia presenza.
Gli unici che alle volte riescono a intravvedere la mia figura, gli unici che sembrano poter udire le mie parole, sono i bambini, ma perlopiù si spaventano e fuggono piangendo. Certo, non tutti sono così pavidi e per un po’ alcuni ometti coraggiosi e qualche indomita signorina mi hanno tenuto compagnia, però… presto o tardi qualcuno si imbatteva nelle nostre conversazione e… gli adulti si arrabbiano così tanto quando vedono i loro piccoli parlare da soli!
Non c’è voluto molto prima che decidessi di mantenere le distanze anche dai cuccioli d’uomo, non riuscivo più a sopportare il costo di quei pochi momenti di gaia socialità, era colpa mia e mia soltanto se i bambini venivano maltrattati, sgridati, rimproverati o addirittura additati come pazzi.

 

Con un sorriso tra il triste e l’irritato lo sconosciuto si arrende e mi volta le spalle, proseguendo per la sua strada, verso casa, avrà una famiglia ad aspettarlo?
Io resto qui, immobile, senza riuscire a staccare gli occhi di dosso al primo uomo che ha realmente posato il suo sguardo su di me.
Piccole punture gelate sulla pelle del mio viso affilato. Soffici fiocchi biancastri – forse un po’ troppo bagnati – danzano eterei nell’aria della sera e come un manto d’ovattato silenzio tutto ricoprono. Nevica…
Osservo una, due stelle di ghiaccio liquefarsi sul palmo della mia mano, perfino loro hanno chi gli tiene compagnia…

 

«Monsieur!»

 

 ________

Note al testo:

[1] GUY DE MAUPASSANT, Bel-Ami.
[2] La notte è fredda.

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205 Commenti

    • Eh, non lo metto in dubbio ^^
      Finisce così? Vorrei avere una risposta semplice e concisa a questa domanda, ma così non è. Avrebbe dovuto finire così? Probabilmente no. La storia di Adihal continua? Certo! Dopotutto è la natura delle storie, della vita. Continuerà qui e ora su TI? No. [E probabilmente è meglio così, preferisco che rimanga non scritta piuttosto che ucciderla di singhiozzi]. Sorry

  • Io esco fuori dal coro: scelgo Dyncoff e non scrivo neanche ciao 😀

    Mi ero persa tante pagine, ma ho recuperato e devo rinnovarti i miei complimenti perché, anche nella prosa, sei davvero brava 🙂 E la trama è particolare, prende molto, sorgono diverse domande e sono ora curiosa di leggere le risposte 🙂

    A presto!

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