Il viaggio di Sofia

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Bentrovati cari lettori. Amici e amiche. Sono tornato con un nuovo racconto, un racconto che a lungo ero indeciso a quale categoria assegnare. Ho optato per l’avventura poiché quello che narrerò sarà un viaggio la dove il confine tra il reale e l’irreale è quasi inesistente. Un’idea venuta per caso, parlando con una cara amica e consigliera fidata. I più attenti di voi noteranno citazioni e situazioni simili – se non quasi uguali – a racconti che hanno accompagnato molti di noi. Lungi da me plagiare tali opere, il mio è solamente un omaggio. Non mi resta che augurarvi una serena e piacevole lettura.

V.Z. 

Sofia.

Sofia.

Svegliati Sofia.

Sofia.

 

Cerco di girarmi ma qualcosa mi blocca. Provo a tastarlo. Duro e peloso.

Spingo.

Grugnito.

Spingo nuovamente.

Altro grugnito.

Apro gli occhi.

Un braccio mi cinge la vita, impedendomi i movimenti. Il proprietario del braccio, un uomo dalla carnagione olivastra completamente messa a nudo, grugnisce di nuovo.

«Spostati» dico.

Quello che le mie orecchie registrano uscire dalle mie labbra è la traduzione in orchesco della parola usata.

L’uomo non accenna il minimo movimento.

Passo al piano B.

Pianto il mio gomito tra le costole di lui.

Hmpf.

Il corpo rotola supino, liberandomi.

Mi metto a sedere.

La stanza gira vorticosamente.

La osservo come da dentro una lavatrice in piena centrifuga

Quando la camera si ferma colgo l’occasione per dare un’occhiata in giro.

Alla mia sinistra su un comodino a cui mancano due dei tre cassetti c’è un posacenere stracolmo di sigarette. Del fumo sale dai resti di una Marlboro dimenticata la cui cenere ha quasi raggiunto il filtro.

Alla mia destra un armadio con le ante socchiuse. All’interno riesco a scorgere…

 

Occhi rossi.

Ti fissano.

Sofia, occhi rossi ti fissano.

Sofia sono qui per te.

 

… Sono davanti l’armadio, la mano stretta intorno allo sportello.

Come ci sono arrivata qui?

Con lo sguardo trovo i miei vestiti e – non senza difficoltà – li indosso.

Ho la testa annebbiata e le gambe molli.

Guadagno la porta.

La spalanco.

La luce mi investe.

Sputo un altro paio di vocaboli direttamente dalla lingua Uruk-hai.

Quando riacquisto la vista capisco di trovarmi in un ampio salone.

Un ampio salone pieno di gente.

Gente con la birra in mano.

Gente che limona con gente.

Gente che mangia.

Gente, gente, gente.

Li vedo muovere le labbra, parlare senza tuttavia riuscire a sentirli.

Corpi si muovono a ritmo di una musica che non sento.

Due ragazzi, appoggiati all’isola della cucina, mi guardano.

 

Eccola lì.

Si, è proprio Sofia.

Bella figa eh?!

Già, già, fortunato Riccardo che se l’è portata a letto.

 

Mi ritrovo in mezzo alla salone, le labbra di una mora appiccicate alle mie. La lingua di lei che si fa spazio, segue la linea della mia arcata superiore.

«Andiamo su amore, vuoi?».

Urla, fischi, musica assordante.

Di colpo ho riacquistato l’udito.

Rifiuto l’invito e barcollo verso l’uscita…

 

Sofia che fa fatto?

Ha mandato giù troppi cocktail.

Solo alcool?

Cocktail a base di alcool e droga.

 

… Mi trovo seduta all’aperto.

Dalla porta chiusa dietro di me arriva la musica.

Il freddo degli scalini passa attraverso i miei jeans, il perizoma e arriva sulla pelle delle natiche.

C’è vento.

Vento freddo che mi accarezza il volto, mi scompiglia i capelli, mi bacia dolcemente le labbra.

Sento sfiorarmi la spalla.

Mi volto.

Non c’è nessuno.

Quando torno a fissare la strada davanti a me, proprio al centro, c’è un uomo.

Indossa una felpa e dei pantaloni bianchi.

Nonostante il cappuccio calato sulla testa riesco a notare gli occhi rossi, iniettati di sangue.

Occhi che mi guardano.

Mi fissano.

L’uomo estrae un telefono dalla tasca anteriore dei jeans.

Sul display un orologio antico.

Un orologio antico che suona e suona e suona e suona e…

«Oimè! Oimè! Ho fatto tardi!»

Senza dire altro l’uomo si tuffa in una corsa aggraziata lungo la strada.

Io, senza sapere il perché, gli corro dietro.

Gli corro dietro come fosse la cosa più naturale del mondo.

Lo vedo appena in tempo imboccare un vicolo laterale.

Lo seguo, evitando di schiantarmi all’ultimo sulla campana del vetro.

Rialzo gli occhi giusto in tempo per vedere la felpa bianca sparire all’interno di un edificio.

Raggiungo la porta e mi lancio dentro anche io.

Mi trovo in un corridoio che sembra infinito.

Lo imbocco continuando a correre.

Davanti a me sento i passi dell’uomo.

Accelero.

Poi tutto a un tratto il pavimento sparisce da sotto i miei piedi.

Sparisce talmente velocemente che per un istante le mie gambe continuano a muoversi.

Mi sento cadere giù a rotoloni in una specie di precipizio che nella mia mente assomiglia moltissimo a un pozzo nero e profondo come l’abisso. 

Cosa troverà Sofia dopo la caduta?

  • L'uomo con la felpa. (18%)
    18
  • Buio. (36%)
    36
  • Luce. (45%)
    45
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62 Commenti

  1. Eccomi! Scusa il ritardo!
    In qualche maniera mi sembra che tu abbia cambiato stile. Non so, questo mi sembra più “lucido”.
    La scena in cui la matrigna indica Biancaneve come “materia prima” mi ha riportato alla mente Cloud Atlas (il romanzo, non ho mai visto il film) nella parte in cui Sonmi scopre cos’è il “sapone”. Non so se l’hai letto o meno, non dico di più per non spoilerare nulla!
    Invece non conosco “Le follie dell’Imperatore”. 🙁
    Bellissima la parte in cui chiami il nano “Frodo!”
    Complimenti davvero 🙂
    Adesso non mi resta che votare per la torre, sperando che sia quello che penso (e che non rivelerò qui!!! 😀 )

  2. Quindi Frodo era un settenano? 🙂
    Yzma ma soprattutto Kronk sono personaggi che adoro; proprio quando cominciavo a sorridere divertito mi hai rituffato nell’inquietudine a causa dell’immagine di Biancaneve che si sgretola.
    Grande Valerio (voto per il castello).

  3. Mi piace tanto come hai sovvertito il ruolo di Cappuccetto Rosso e della nonna, lasciando invece positivo quello del Cacciatore…
    Il lupo fa sempre una gran brutta fine, ahah!
    Mi piace moltissimo. Puoi sviluppare questo racconto in qualsiasi maniera, le premesse mi sembrano ottime.
    Ho votato per i due bambini, sono proprio curiosa di leggere cosa accadrà!!!

  4. Wow che storia e che viaggio! La storia è particolare, raccoglie elementi da più generi, ma è solo una mia opinione. Però, proprio per questo, mi piace molto. Ogni pezzo è sempre scorrevole, mai piatto o banale. Voto per il gatto e la volpe, perché sono curioso di leggere come li porterai in questa storia. È una bella sfida. Bravo, alla prossima 🙂

  5. Anche se in minoranza, ho votato il gatto e la volpe. Sarei stato molto curioso di vedere come li avresti resi.
    In ogni caso, ribadisco il mio grande interesse per questa storia. Strana, irriverente (l’uccisione della zanzara è un pezzo molto efficace!) e curiosa. Sembra quasi avere degli elementi horror.
    Attendo i prossimi episodi! 🙂

  6. Cazzarola Valerio, fuori da ogni schema…. Mi sentivo a un punto quasi cappuccetto rosso, poi nell’horror, poi in una poesia… Sono passata dal bianconiglio a qualcosa di misterioso che ancora non capisco…Sono ordinaria, normale, mi annoio… Sono di una sotto cultura di classe per questo certe volte carburo lenta… Dove mi porterai.???..ti ho mandato in pareggio…..

  7. Bentornato Valerio!
    Il tuo ritorno è una piacevole sorpresa. L’incipit sa molto di esperimento (boost sarà invidioso), cosa che rende la storia ancora più interessante. E poi solo aver citato gli Uruk-hai vale il prezzo del biglietto 😉
    Avanti con l’uomo con la felpa.

  8. Ho letto “Agua” e “Una notte al policlinico” e sono rimasta molto colpita dalle tue idee, buone anche per farne uno script cinema, con qualche modifica. Da oggi ti seguo in questo nuovo racconto e, a dire la verità, lo faccio con una punta d’invidia alla menta e una di soddisfazione al limone… ma mi sono capita da sola.
    Voto per la luce. Alla fine c’è sempre luce.. e non c’è nulla di mistico in questa teoria, è anzi spaventosa – ma non tutti lo capiscono – …

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