Dove eravamo rimasti?
Quel giorno tra tanti
La giro e la rigiro tra le mie vecchie mani curate, che la fortuna mi ha dato di poter usare in modi diversi dalla fatica fisica. La tua foto sbiadita suscita in me ricordi ed emozioni, che credevo sopite. Poteva andare diversamente? Potevo fare di più? Sono quesiti vuoti, eppure mi tormentano ancora.
Polvere e sangue compaiono davanti ai miei occhi stanchi, mentre la mia mente manda in onda, per l’ennesima volta, infiniti fotogrammi di ciò che è stato.
Uno fra tutti, chissà perché proprio quell’episodio tra i tanti, mi tormenta:
Tu disteso. Occhi fissi, gelidi, che la mia colpa percepiva accusatori, mi fissavano, mentre ti picchiavano duramente. Io lì immobile, la mia cartella di cuoio scuro stretta tra le braccia, illeso e codardo, tacevo tremando e cercando di non pisciarmi sotto.
“Ehi finocchi!” aveva gridato Carrisi.
Mi girai di scatto, gettando il mazzo di fiori che avevamo raccolto per tua madre, costretta a letto da giorni per l’aggravarsi di un’influenza.
Tu invece ti voltasti lentamente, lo sguardo puntato verso i fiori sparpagliati sulla strada di terra rossa. Ricordo che non un fiato usciva dalla tua bocca, l’espressione del tuo viso immutabile, ma ti chinasti a raschiare i fiori dal terreno.
“Dico a voi femminucce, belli i fiori!” sghignazzava e dal nulla si volatizzarono gli altri due della sua banda: Granietti il rosso e Palumbo lo spilungone. Il cuore martellava nel mio giovane, impaurito petto, mentre tu rimanevi impassibile.
“Ahaha, guarda che femminucce” disse quello alto e allampanato indicando i fiori.
“Non sono mica miei” mentii io, codardo.
“Perché te ne vai in giro con questo ritardato?” chiese Granietti. I suoi occhi piccoli, diabolici, mi scrutarono e sentii un conato di vomito salire in gola.
Carrisi, così senza alcun preavviso, sferrò un calcio sul tuo sedere facendoti cadere lungo disteso.
Poi diede a me uno spintone. Indietreggiai terrorizzato:
“Non li ho raccolti io, non li ho raccolti io, ma il ritardato!” mentii ancora, crudele, ma lui mi spinse ancora finché sentii il bordo del canaletto di scolo sui miei talloni.
Si avvicinò il rosso, mi girò e mi afferrò da dietro, immobilizzandomi.
Carrisi mi sferrò un pugno, poi un altro.
“Crepa finocchio!” ringhiava. Piangevo disperatamente e urlavo, non riuscendo a trattenermi. Poi ti vidi con la coda dell’occhio, lì immobile, i pugni serrati ai lati dei calzoncini corti, per la prima volta la fronte era corrugata in un’espressione rabbiosa. Per la prima volta compresi che tenevi a me. Sentimmo tutti un ringhio animalesco, un attimo dopo il tuo esile corpicino si avventava contro i tre, menando colpi e mordendo come un animale.
Ne approfittai per svignarmela, correndo e piangendo. Una volta lontano, mi nascosi dietro un masso sbirciando timoroso.
I tre, inizialmente presi di sorpresa, non reagirono, incassando le botte, poi si riscossero. Poco dopo eri a terra, tre contro uno, a massacrarti.
Io lì imbambolato, avrei voluto intervenire, ma non ne ebbi il coraggio. Scappai, più veloce del vento, a cercare qualcuno, qualsiasi persona potesse aiutarti. Venne Santo, il contadino, la zappa in spalla, mi seguiva borbottando:
“Che diamine succede stavolta? Sembra ti abbia morso una tarantola ragazzo, spera che sia grave davvero, o ti prendo a calci nel culo, ho da lavorare io”
Lo trascinavo singhiozzando, tirando la mano terrosa, ruvida e callosa nella mia tenera di bimbetto.
Da lontano vidi il tuo corpo disteso e la terra imbrattata, iniziai a piangere di nuovo, pienamente convinto che fossi morto.
“Ma che cazzo succede?” sbottò Santo allungando il passo.
Quando fummo abbastanza vicini, notai con sollievo che le tue gambe battevano ritmicamente il terreno, un solo occhio spalancato, l’altro gonfio e chiuso, ma erano occhi vivi.
Il sangue colava dal naso e dalla bocca, lividi ed escoriazioni ricoprivano tutto il tuo corpo, i vestiti laceri, inzuppati di sangue.
Puntasti lo sguardo su di me, mi si fermò il cuore per la vergogna e il dispiacere, poi il tuo volto si illuminò di un sorriso:
“Fiori. P-portiamo a mamma?”
Sorrisi di rimando tra le lacrime, mentre una grossa finestra di denti mancanti era comparsa sulla tua bocca.
“Forza ragazzo alzati” disse il signor Santo tirandoti su con inaspettata dolcezza.
“Che ti è successo?”
“Caduto” hai risposto e ti ammirai anche per questo: io avrei spifferato tutto, lagnandomi e mostrando la crudeltà dei tre teppistelli, tu invece non facevi la spia, mai, te la cavavi da solo, a modo tuo, quasi sempre incassando e alzando le spallucce magre. È pur vero che non amavi parlare e questo aiuta molto se si vuole tenere la bocca sigillata.
Da quel giorno la nostra amicizia è cambiata, prima eri tu, il mio schiavetto fastidioso, l’amico da nascondere in pubblico, di cui vergognarsi, il debole e strano Luca, che mi piaceva ma non volevo ammetterlo neanche a me stesso. Ora eri Luca, il mio amico e basta.
quale evento interverrà a sconvolgere gli equilibri che porteranno al 'fatto' vero e proprio?
- L'ingresso di Salvatore nel mondo del lavoro.. e degli adulti (26%)
- La malattia della madre di Luca e un grosso cambiamento nella sua vita (43%)
- L'arrivo di un nuovo personaggio che s'insinuerà tra i due (30%)

14/12/2014 at 23:23
Ho pianto nel finale *^*
è decisamente il più bel racconto che ho letto sul sito *^*
15/12/2014 at 17:26
che complimentone! mille grazie Uga, ne sono onorata!
09/12/2014 at 19:00
E’ stata un sorpresa scoprire che tutto quello raccontato da Salvatore in realtà era Pietro a leggerlo. Bravissima! Per il modo in cui hai saputo riannodare i fili in questo episodio finale. E per il modo in cui hai saputo raccontare i vari sentimenti che hanno attraversato i tuoi personaggi.
15/12/2014 at 17:28
ohhh, finalmente qualcuno se ne è accorto! ihhihihi grazie mille Danica! 🙂
09/12/2014 at 16:40
Bellissimo, Francesca. Commovente, autentico e davvero bello! Una storia preziosa. Unica cosa che posso dire è che mi sarebbe piaciuto sentire la voce di Salvatore anche 18 anni dopo, fino alla fine. Ma anche così hai saputo sorprendere! 🙂
15/12/2014 at 17:29
sì, ero indecisa in effetti, ma ho voluto dare parola a colui che direttamente ha pagato le conseguenze di tutta la faccenda 😉
08/12/2014 at 16:25
Finale bellissimo e toccante 🙂 touchè: tutte le mie previsioni sono andate a farsi friggere. Complimenti Francesca, ma non correre troppo. Sei già al lavoro con un’altra storia?! Ma come fai? Non pregusti neanche un po’ questo finale…
08/12/2014 at 19:07
hai ragione,corro troppo, ma sono impulsiva, soprattutto nello scrivere, mi sono svegliata con quell’altra idea che aveva popolato il mio sonno e l’ho buttata giù, complice il giorno di festa e il lunedì di riposo non previsto 🙂 felice che il finale ti sia piaciuto 🙂
08/12/2014 at 13:43
Ricordi quando ti scrissi sul decimo episodio di Bivio, una storia che avevo seguito con estremo interesse, che non mi avevi convinta? Avevi scritto tre finali, lo trovavo dispersivo. Stavolta sono qui per complimentarmi con te. La storia non ha mai perso colpo, è rimasta coerente, ha trasmesso emozioni contrastanti senza mai stancare: dalla rabbia, alla tristezza, dal sentimento di rivalsa alla tenerezza. E la tua chiusa, stavolta, è credibile, struggente, equilibrata. Ma da te me lo aspetto. Bellissimo racconto.
Al prossimo. Ti aspetto.
08/12/2014 at 13:49
grazie, non sai quanto mi faccia piacere questo tuo commento, perché col mio solito problema di ‘taglia e cuci’ per rientrare nei 5000 caratteri e lo sbalzo necessario e dato dalla parità dai 18 ai 50 anni, avevo paura di non esser riuscita a chiudere in bellezza. Grazie ancora per avermi seguito fin qui 🙂