Dove eravamo rimasti?
La verità tra le quattro mura
Ripercorro quegli anni e mi domando quanto la tua presenza abbia influito sul percorso della mia vita, su quello che sono diventato, su quello che potevo essere.
L’infanzia passò tutto sommato tranquilla: Ci preparammo per gli esami della quinta classe, tu avevi imparato ad accontentare il maestro, lasciandolo spesso a bocca aperta, ma non per questo ti disprezzava meno.
Ricordo i compiti di algebra, risolti alla perfezione, non un segno rosso sul foglio maniacalmente liscio e lindo. Ricordo anche come mi indicavi le risposte alle domande di storia: sapevi ogni singola frase a che pagina corrispondesse, ma continuavi a fare scena muta. Non eri bravo con le parole, soprattutto quelle parlate. Ormai avevo imparato a comprenderti anche se tacevi, ma non il maestro, che continuava a far finta che fossi stupido, continuava a considerarti una nullità, perché non seguivi le sue regole. Durante gli elaborati di lingua italiana te ne stavi a naso per aria a fissare il soffitto o a seguire con lo sguardo le mosche che volavano, non una riga compariva su quello spazio destinato a rimanere bianco. Ricordo soprattutto lo zero, rosso e sottolineato più volte che ti riportava dopo qualche giorno, con una smorfia di disgusto e rassegnazione. Ricordo anche i pianti di tua madre, quando veniva a portare le uova o le verdure dell’orto e provava a chiedere come andavi. Col tempo passava sempre più di rado, un po’ per la malattia, un po’ perché credo fosse stufa di giustificare i tuoi comportamenti.
Il tempo passò lesto, sempre al solito modo: a difenderci, tu da Carrisi e gli altri, io dai miei stessi pensieri egoisti, che mi spingevano ad andare a giocare a pallone invece che star lì con te a mangiar ciliegie acerbe, abbarbicati sui rami più alti del vecchio alberone, ai margini del cortile.
Più crescevo e più era difficile per me spiegarmi quanto fosse fantastica la tua mente e quanto fossi prezioso tu, alle scuole medie, che tu non riuscisti a frequentare, c’era da impegnarsi tanto con lo studio, c’era lo sport e il lavoro alla bottega di Rigolino, avevo meno tempo e tu sembravi sempre più goffo e chiuso. Ancor di più la situazione si complicò quando mio padre annunciò che avrei frequentato il liceo. Non avevo più tempo per nulla, studiavo come un pazzo e oltre alla bottega andavo da mio zio Bruno ad imparare il mestiere di avvocato, quello che mio padre aveva in serbo per me. M’incantavano sempre i meccanismi che aggiustavi, le cose che costruivi, gli esperimenti che facevi, ma avevo molto meno tempo per darti retta e a dirla tutta, m’infastidivano sempre più i commenti degli altri.
Le cose andarono abbastanza bene finché le tue stranezze erano in qualche modo tenute a freno, protette dal nostro mondo, ma poi il tuo mondo cominciò a incrinarsi, pian piano, a mano a mano che tua madre, che lo teneva in piedi, si spegneva lasciandoti al tuo destino.
Mi resi conto del peggioramento, suo e tuo, un pomeriggio che passai da te dopo il lavoro.
Entrai senza bussare, la porta aperta come sempre, all’interno buio e puzzo di chiuso e di piatti sporchi. Mi sembrò strano, perché tua madre teneva molto alla pulizia e la casa profumava sempre di limone, aceto e biscotti appena sfornati.
Tu eri lì al buio, a dondolare avanti e indietro, sembravi di nuovo quel bimbetto spaurito dei primi giorni di scuola. Davanti a te il piatto del pranzo, ma erano le quattro del pomeriggio. Mi avvicinai lentamente, frenato da una strana inquietudine, poi mi precipitai da te:
“Cristo Luca! Che cazzo hai fatto!” gridai afferrando uno strofinaccio per fermare l’emorragia.
“La c-carne” ti giustificasti, pallido in volto, gli occhi cerchiati, chissà da quanto eri lì.
“Dov’è tua madre?” chiesi guardando la carne carbonizzata nel piatto.
“Letto” rispondesti dondolando sempre più forte.
Mi alzai a controllare, tua madre giaceva nel letto disfatto, le lenzuola aggrovigliate e il volto madido di sudore, mi avvicinai, scottava tremendamente. Un attimo dopo ero al telefono col dottor Decarlis, che si precipitò.
Tu scalciavi come un forsennato, lo mordesti più volte ringhiando e sbavando, ero stupito dalla tua reazione feroce e mi sentii in colpa per non essermi accorto prima del peggioramento.
Alla fine riuscì a somministrarti un sedativo e metterti i punti, poi si dedicò a tua madre, mentre io ripulivo la cucina dal tuo sangue e tu mi fissavi impassibile.
“Non ha parenti che possono aiutarlo?” mi chiese poi il dottore tornando in cucina.
“Non lo so, non credo”
“Bisogna trovare qualcuno perché la madre non ne avrà per molto”
“Ma come, non è la sua solita influenza? È molto delicata, si ammala spesso”
“No, non è influenza, non lo è ora e non lo era allora, cerca i parenti”
Ti fissai sbigottito, d’improvviso l’idea di perderti mi terrorizzava, tu lì inconsapevole e perso nel tuo mondo, senza possibilità di difenderti dagli altri e da te stesso.
Ma quattordici anni erano troppo pochi perché avessi davvero il potere di fare qualcosa.
La madre di Luca non ha scampo. Ora che ne sarà di lui?
- sarà dato in affidamento ma.... (55%)
- sarà affidato ad un parente che.... (40%)
- lo metteranno in orfanotrofio dove... (5%)

14/12/2014 at 23:23
Ho pianto nel finale *^*
è decisamente il più bel racconto che ho letto sul sito *^*
15/12/2014 at 17:26
che complimentone! mille grazie Uga, ne sono onorata!
09/12/2014 at 19:00
E’ stata un sorpresa scoprire che tutto quello raccontato da Salvatore in realtà era Pietro a leggerlo. Bravissima! Per il modo in cui hai saputo riannodare i fili in questo episodio finale. E per il modo in cui hai saputo raccontare i vari sentimenti che hanno attraversato i tuoi personaggi.
15/12/2014 at 17:28
ohhh, finalmente qualcuno se ne è accorto! ihhihihi grazie mille Danica! 🙂
09/12/2014 at 16:40
Bellissimo, Francesca. Commovente, autentico e davvero bello! Una storia preziosa. Unica cosa che posso dire è che mi sarebbe piaciuto sentire la voce di Salvatore anche 18 anni dopo, fino alla fine. Ma anche così hai saputo sorprendere! 🙂
15/12/2014 at 17:29
sì, ero indecisa in effetti, ma ho voluto dare parola a colui che direttamente ha pagato le conseguenze di tutta la faccenda 😉
08/12/2014 at 16:25
Finale bellissimo e toccante 🙂 touchè: tutte le mie previsioni sono andate a farsi friggere. Complimenti Francesca, ma non correre troppo. Sei già al lavoro con un’altra storia?! Ma come fai? Non pregusti neanche un po’ questo finale…
08/12/2014 at 19:07
hai ragione,corro troppo, ma sono impulsiva, soprattutto nello scrivere, mi sono svegliata con quell’altra idea che aveva popolato il mio sonno e l’ho buttata giù, complice il giorno di festa e il lunedì di riposo non previsto 🙂 felice che il finale ti sia piaciuto 🙂
08/12/2014 at 13:43
Ricordi quando ti scrissi sul decimo episodio di Bivio, una storia che avevo seguito con estremo interesse, che non mi avevi convinta? Avevi scritto tre finali, lo trovavo dispersivo. Stavolta sono qui per complimentarmi con te. La storia non ha mai perso colpo, è rimasta coerente, ha trasmesso emozioni contrastanti senza mai stancare: dalla rabbia, alla tristezza, dal sentimento di rivalsa alla tenerezza. E la tua chiusa, stavolta, è credibile, struggente, equilibrata. Ma da te me lo aspetto. Bellissimo racconto.
Al prossimo. Ti aspetto.
08/12/2014 at 13:49
grazie, non sai quanto mi faccia piacere questo tuo commento, perché col mio solito problema di ‘taglia e cuci’ per rientrare nei 5000 caratteri e lo sbalzo necessario e dato dalla parità dai 18 ai 50 anni, avevo paura di non esser riuscita a chiudere in bellezza. Grazie ancora per avermi seguito fin qui 🙂