L’ultimo della classe

Il ricordo che affiora

Te ne stavi sempre lì in disparte, immusonito e curvo sul banco, mentre gli altri scambiavano le merende o le figurine dei calciatori. Sempre col naso su quei libri ingialliti, che prendevi in prestito dalla biblioteca, sempre con quell’aria da chi è stato appena buttato giù dal letto.

Il maestro Fernando Arroviti ti aveva preso di mira per cinque anni, a volerti dimostrare che anche se leggevi e leggevi, se non sapevi venderti nel modo giusto, presentarti come si conviene, non saresti stato nessuno nella vita. E non perdeva occasione per dimostrare a te e noi quanto avesse ragione.

Immagini la scena? Ricordi? Lui che improvvisamente molla gesso e cancellino e si dirige verso di te a grandi falcate, lo senti arrivare, troppo tardi scatti sull’attenti poggiando le spallucce sulla seggiola. Ti afferra la zazzera spettinata e tira forte, a farti lacrimare, senza proferir parola, mentre noi tutti tacciamo spaventati. Qualcuno a dire il vero sogghigna.

Il maestro Arroviti ti pigliava poi per l’orecchio facendoti alzare e buttandoti nell’angolo per il resto della mattina, mentre scuotendo il capo canuto prendeva con due dita, come fosse infetto, qualche tuo libro di avventura, che leggevi nascondendolo sotto il tomo di latino o algebra.

Carrisi, dell’ultimo banco, si girava appena poteva per sbeffeggiarti, ma tu guardavi attraverso il suo corpo flaccido e unto di ciambelle e bomboloni, come fosse invisibile. Era questo più di tutto che spaventava alcuni di noi e faceva infuriare altri, come il maestro. Poi c’era un’esigua minoranza, me compreso, affascinata dal tuo essere così diverso e imperscrutabile.

Tutto ti scivolava addosso: insulti, umiliazioni, percosse, tu avevi sempre la stessa faccia seria. S’illuminava solo quando leggevi, infervorato nell’immedesimazione del racconto, nell’estasi del poter vivere una vita diversa, almeno con la tua mente, o quando correvi. Dio, come correvi, sembrava avessi fiamme dietro alle chiappe magre, che ti spingessero a metterti in salvo più veloce possibile.

L’immagine di te stampata, indelebile, nella mia mente è quella del tuo volto asciutto, pallido, dalle scure occhiaie, ma senza un filo di sudore sulla fronte ampia, sul viso un’espressione di trionfo e di pura gioia, mentre batti un branco di marmocchi correndo come un forsennato.

Luca Fiorini, la mente più acuta e ottusa al contempo che abbia mai conosciuto, dannazione e toccasana della mia giovinezza.  Tu, anima troppo sfuggente per essere rinchiusa e obbedire alle norme del vivere comune, tu che confinavi le tue sofferenze in un luogo così profondo da non farvi entrare nessuno. Tu, cui nessuno poteva davvero scalfire, tu che non chiedevi nulla agli altri, ma sapevi ascoltare.

Mi hai incontrato d’estate, prima dell’inizio delle lezioni, nuovo del paese e della scuola ti accingevi ad acquistare i libri necessari giù all’emporio del Franchi. Eri con tua madre, vestita a lutto dal velo sulla testa al lungo vestito di moda forse cent’anni prima. E tu bimbetto rattoppato e malandato, con le spalle curve ti fissavi le scarpe vecchie, ma lucidate di fresco, almeno due misure più grosse.

Ricordo lo scappellotto di mia madre, mentre facevamo la fila, a ricordarmi che non stava bene fissare le persone.

“Come ti chiami?” ti chiesi due giorni dopo fuori dalla chiesa, mentre mettevo in tasca le bilie appena vinte e mi avvicinavo all’ombra dei pioppi, vicino alla fontana, dove eri abbarbicato con un librone in mano.

“Come ti chiami?” ripetei iniziando a credere che fossi sordo. Il tuo capo rimase chino sul libro, il tuo volto impassibile, solo il tuo piede sinistro si mosse: avanti e indietro, poi iniziò a fare dei movimenti circolari. Sembrava la coda del gatto quando lo infastidisci.

 “Lascialo perdere è ritardato!” urlò Granietti dietro le mie spalle.

Potevo andarmene, forse avrei dovuto, ma rimasi, affascinato da quella strana creatura che eri.

“Che leggi?” chiesi come ultimo tentativo.

Rimasi lì col fiato sospeso fino a che tu finalmente alzasti il capo e mi fissasti perforandomi con i tuoi occhi indaco.

Mi hai porto il libro, ancora tacendo ed io lo voltai per osservare la copertina:

‘L’isola del tesoro’ lessi e sorrisi, mi piaceva il titolo.

Dopo avermi fissato a lungo, più di quanto la normale convenienza sancisca, hai sorriso di rimando, il più strano sorriso che abbia mai visto: solo un lato della bocca si mosse, mentre l’altro rimase immobile, come di cera, gli occhi poi rimasero gelidi, freddi e impenetrabili, profondi e imperscrutabili.

“Io mi chiamo Salvatore e tu?” insistetti un po’ a disagio.

“Luca” finalmente la tua bocca si aprì mostrando tre denti mancanti. Chissà come questo ti rese più umano ai miei occhi di bambino e iniziai a rilassarmi arrampicandomi sul bordo della fontana insieme a te.

abbiamo appena iniziato a conoscere i personaggi. ora vogliamo:

  • saltare alla loro adolescenza e scoprire cosa li ha separati (23%)
    23
  • rimanere ancora nella loro infanzia e sapere di più della loro amicizia (42%)
    42
  • Dare un'occhiata al presente (35%)
    35
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439 Commenti

  • E’ stata un sorpresa scoprire che tutto quello raccontato da Salvatore in realtà era Pietro a leggerlo. Bravissima! Per il modo in cui hai saputo riannodare i fili in questo episodio finale. E per il modo in cui hai saputo raccontare i vari sentimenti che hanno attraversato i tuoi personaggi.

  • Finale bellissimo e toccante 🙂 touchè: tutte le mie previsioni sono andate a farsi friggere. Complimenti Francesca, ma non correre troppo. Sei già al lavoro con un’altra storia?! Ma come fai? Non pregusti neanche un po’ questo finale…

    • hai ragione,corro troppo, ma sono impulsiva, soprattutto nello scrivere, mi sono svegliata con quell’altra idea che aveva popolato il mio sonno e l’ho buttata giù, complice il giorno di festa e il lunedì di riposo non previsto 🙂 felice che il finale ti sia piaciuto 🙂

  • Ricordi quando ti scrissi sul decimo episodio di Bivio, una storia che avevo seguito con estremo interesse, che non mi avevi convinta? Avevi scritto tre finali, lo trovavo dispersivo. Stavolta sono qui per complimentarmi con te. La storia non ha mai perso colpo, è rimasta coerente, ha trasmesso emozioni contrastanti senza mai stancare: dalla rabbia, alla tristezza, dal sentimento di rivalsa alla tenerezza. E la tua chiusa, stavolta, è credibile, struggente, equilibrata. Ma da te me lo aspetto. Bellissimo racconto.

    Al prossimo. Ti aspetto.

    • grazie, non sai quanto mi faccia piacere questo tuo commento, perché col mio solito problema di ‘taglia e cuci’ per rientrare nei 5000 caratteri e lo sbalzo necessario e dato dalla parità dai 18 ai 50 anni, avevo paura di non esser riuscita a chiudere in bellezza. Grazie ancora per avermi seguito fin qui 🙂

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