Ardesia. Un cuore di pietra

Dove eravamo rimasti?

Chi incontrerà la nostra protagonista una volta raggiunta la mensa? L'altezzosa professoressa Green (43%)

Messaggi frequenti.

Percorrendo i corridoi del Blue Palace, l’edificio dove alloggio, tengo lo sguardo fisso davanti a me, con un’ espressione seria e vagamente ostile. Non ho voglia di fare conoscenza, voglio crogiolarmi nella mia austerità e bearmi della mia solitudine forzata: gli amici li ho, lontani, ma ci sono, e ho smesso di credere nelle relazioni a 19 anni appena compiuti, e finalmente a 21,pochi mesi fa, ho ripugnato qualsiasi possibilità di stringermi in una relazione di alcun genere con il sesso opposto. Con questo pensiero mi dirigo verso il bancone della mensa, ho una fame da lupi. Aspetto il mio turno e decido per un piatto fumante di lasagne e un hamburger con insalata. Strappo due buoni dal mio blocco e li consegno nelle mani della cameriera alla cassa, che mi congeda con un sorriso. Esco sul terrazzo nonostante il freddo cominci a farsi sentire, non voglio rischiare di dover conversare con chiunque sia. Mentre sto per portarmi alla bocca la prima forchettata colgo con la coda dell’occhio una sagoma: è un ragazzo alto, capelli a spazzola di un castano chiaro e occhi scuri. Dalle sue labbra pende una sigaretta, mentre interrompe il mio inizio di cena dicendo << Scusa, hai da accendere? >> Con un unico movimento abbasso lo sguardo sul mio piatto, mentre tiro fuori dalla tasca dei miei jeans scuri l’accendino e lo poggio sul tavolo vicino a lui. << Ecco. >> 
Mi accorgo che non sta accendendo la Marlboro rossa che tiene tra i denti, e alzo nuovamente lo sguardo sul suo collo, sul quale spicca un piccolo tatuaggio, appena sotto l’orecchio: mi sembra sia un V stretta in un pugno da una mano artigliata. Che strano, mi sembra di averlo già visto. Lo fisso mentre mi guarda anche lui, soffermandosi per tutta la lunghezza del mio corpo, finendo con un sorriso lieve, convinto di avermi fatto una lusinga. Lo guardo gelida, e lui si affretta a fare quello per cui mi ha interrotto. 
<< Sei la studentessa italiana, giusto? Piacere, Michol, tu sei? >>  mi domanda spavaldo, nonostante la mia occhiata in tralice di poco prima. 
<< Ardesia. >> la mia risposta è breve.
<< I tuoi amici dovranno pure chiamarti in qualche modo!>> 
Conversazione finita intima la mia mente, e in men che non si dica sono in piedi e mi dirigo in camera portandomi dietro il vassoio con la cena, e anche un bel “fanculo”. 

Finisco la cena in tranquillità e rivedo gli appunti della giornata, cercando di darci un senso. Dovrei studiare, ma non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione di estraneità che ho provato mentre pronunciavo il mio nome, sulla terrazza della mensa.  Ardesia non è il mio nome preferito, tutti mi chiamavano Des o Desia, perché sapevano che mi si addiceva. Non sono una bambolina, neanche un maschiaccio, ma un ragionevole compromesso tra  i due. La porta della stanza si apre e Charlie entra in camera ridacchiando al telefono, probabilmente con la persona che ha salutato tre minuti prima. 
<<Domani pomeriggio andiamo a farci una lampada, questo bianco mi sbatte! >> gracchia mentre si infila il pigiama, rigorosamente rosa e pieno di pizzo e fiocchetti. Ma prima di coprire il suo corpo magro e abbronzato si gira dandomi la schiena. Un tatuaggio alla base del collo, esattamente in mezzo alle spalle, colora la sua pelle di nero. Non riesco a osservarlo per più di qualche secondo, ma mi sembra una V. Sarà un’altra moda della scuola alla quale non do il minimo peso, vista la mia insofferenza nell’amalgamarsi alle consuetudini. Mi addormento con un sorriso. No, niente bamboline per me

 Mancano due settimane prima degli esami finali, e passo ogni giorno sui libri a cercare di immagazzinare gli ultimi dettagli. Mi sento preparata, ma lo stress non manca, e così mi ritrovo a dormire poche ore tormentate a notte. Sogno di fogli e fogli di test, di casa e di persone lontane. 
Sempre più insistente, si fa rumorosamente strada nella mia mente l’idea che tutto sommato potrei tornare in Italia una volta conclusi gli esami. Sono spaventata e estasiata alla stesso tempo dalla piaga che stanno prendendo i miei pensieri. I miei genitori sono morti quasi un anno fa in un incidente d’auto, sono figlia unica e non ho mai avuto un rapporto, degno di essere chiamato tale, con i miei parenti. Comunque non sarebbe un problema trovare un piccolo monolocale a Torino, e i soldi non mancano, tra quello che mi hanno lasciato i miei e quello che guadagno con il mio lavoro part-time al America’s Pride Bar. E’ passato abbastanza tempo da farmi sperare di avere la forza per affrontare luoghi e ricordi non particolarmente piacevoli. 
Vengo svegliata dalla vibrazione del telefono. Un nuovo messaggio. Porca miseria, mi sono addormentata sul libro, penna in mano e bava sul foglio. Ringrazio mentalmente non so quale ignota identità per aver deciso di studiare in camera e non in biblioteca. Avrei dato un bello spettacolino muto ai presenti. Con occhi arrossati dal sonno guardo il display e apro il messaggio. 

Chi ha scritto il messaggio che ha svegliato Ardesia?

  • Il professore Lanstook, anziano personaggio in linea con i pensieri di Ardesia. (40%)
    40
  • Il coach Newton, allenatore della squadra di pallavolo. (20%)
    20
  • Roderic, un misterioso ragazzo. (40%)
    40
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