Omaggio ovvero storia di un uomo solo in un giorno d’estate e del suo gemello da qualche parte

Due ragazzi, due mani, due gemelli

Raggiunta la stazione di Padova , il ragazzo, sopendo  il continuo sussulto di esaltazione che stava occupando militarmente il suo sistema cardio vascolare, si congedò composto  dalla bellissima ragazza mora appena conosciuta.

Messosi alle spalle lo scompartimento,   il giovane percorse come un forsennato il corridoio del vagone, scavalcando con improvvisati balzi bagagli e persone: in quel momento non li distingueva, non poteva cogliere tali insignificanti particolari.

Saltò poi letteralmente fuori  dalla carrozza, rischiando di travolgere due malcapitati viaggiatori.

Infine  corse, spedito come  non gli era mai capitato:   non voleva lasciar nulla d’intentato, voleva essere certo di rivederla seduta dall’altra parte del finestrino e salutarla ancora, per non dubitare che gli avesse sorriso davvero,  per garantire a sé stesso, insomma,  che fosse tutto reale.

Ci riuscì: giunto all’altezza del finestrino, si posò sull’attenti  volendo apparire scherzoso, la ragazza si accorse di lui e lo salutò con la mano,  non lesinando il suo sorriso divertito.

Gli parve di udirla ancora  quella voce che pronunciava “ciao”,  quel  bagliore caldo e prepotente  che,  nel rivolgergli la parola, aveva illuminato la dimora dei suoi opachi pensieri: “Sai mica dirmi che ritardo porta ‘desto trabiccolo”.

Il ragazzo capì che stava accadendo in concreto qualcosa di favolosamente ignoto  e comprese pure di non aver alcuna esperienza per affrontare quella che appariva, già nitida, l’alba di una rivoluzione sentimentale.

 

 La salutò ancora, mentre il treno insolitamente complice tardava a ripartire verso Mestre e quando lui malgrado  si volse per imboccare  il sottopasso, con lo strascico  dello sguardo ne registrò ancora l’immagine,  realizzando piacevolmente scioccato che lei lo stava osservando teneramente.

Il ragazzo si diresse via verso l’università canticchiando, leggero come non lo era mai stato eppure solido nell’incanto consapevole di un sentimento mai vissuto prima.

Pertanto, non possiamo biasimarlo se,  in quel carnevale di emozioni e epifanie, non si accorse di alcuni dettagli che già allora potevano lasciare presagire complicazioni:  la sua  immagine, resa sfocata e anonima dalla scarsa luce di ottobre,  riflessa parzialmente  nel vetro dello stesso finestrino in netto contrasto con la  radiosa  figura della ragazza,  per non parlare   poi dello  squallido alone  biancastro rilasciato sul vetro da chissà quale sudicio liquido.

Un addetto delle pulizie vide tutto in ogni particolare  e intuì il futuro di quella coppia e ramazzando distrattamente tra foglie e cartacce rise sornione, forse un po’ sprezzante, ma anche di questo il ragazzo non poté  avvedersi.

********

 Tre dita di una mano destra continuano a percuotersi, inseguirsi e percuotersi di nuovo, consumandosi in un nervoso corpo a corpo, le altre – le più estreme –  tristi per essere impossibilitate a partecipare all’insolita pugna,   si sfiorano tra loro.

 La mano sinistra, tutta un’altra realtà: un squadra d’infaticabili geologi escavatori che grattano, scavavano e grattano la pelle bianca del ginocchio sinistro che, seppur tenace, incomincia ad accennare al rosso giacimento che cela.

 Sono le mani di un uomo che ricorda, ragazzo fino a qualche anno fa’, come suo è questo respiro, stranamente profondo e prolungato, “stranamente” per lui  che non potrebbe definirsi certo il corrispondente di un manuale yoga nell’arte della respirazione.

 L’uomo si  risolleva,  non solo fisicamente,  dall’oblio spazio temporale della sua poltrona di pelle dove era sprofondato.  

 Si alza e nuove anche i suoi piedi, destinatari meno consueti delle sue attenzioni e dei suoi impulsi, forse perché arti – appunto – inferiori, quanto lo era lui  atleticamente da ragazzino nelle feroci partite a calcio tra amici che non gli mentivano.

 L’uomo si conduce indolente in cucina, con l’andazzo vago di chi non ha particolari fini, chiama all’ordine le dita rissose e quelle laboriose e armeggia con qualcosa che non riusciamo a scorgere,   per poi uscire e ritornare verso la poltrona di quello che era stato il salotto della casa dei suoi genitori, ora sua, almeno in uso.

******

A quattrocento chilometri di distanza, un uomo, un altro ma pressoché identico al precedente, si sveglia all’improvviso e senza distinguerne le ragioni è colto da un forte turbamento che gli fare dire  “Laura!”  

 “Uhm, o che c’è?  ‘Un lo vedi che sò le sette ?” bisbiglia Laura infastidita tra il sonno e la veglia.

 “Non lo so, ho sentito come.. Boh, non lo so scusami”.

 “Sicché non lo sai, ma tu ha deciso l’istesso di svegliarmi alle sette di mattino del  13 agosto… Pensa che facevi se tu l’avessi saputo.”

 

Nel prossimo episodio

  • Guardiamo delle foto (56%)
    56
  • Facciamo zapping (20%)
    20
  • Torniamo dai ragazzi (24%)
    24
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559 Commenti

  • Ciao Max.

    Ho visto commenti lunghissimi, qua sotto. Non li ho spulciati più di tanto, a dire il vero, per pigrizia e per timore di farmi influenzare.
    Oggi mi sono riletto tutta la parte che già avevo letto del racconto e poi ho tirato dritto fino alla conclusione. Conclusione alla quale ammetto di essere giunto un po’ frastornato. La struttura del racconto, in sé, ha qualcosa di strano, qualcosa però che per me è diventato ben presto ipnotico, nel senso migliore del termine. Il doppio, i vetri, i riflessi, l’aria, il sangue, la tosse, il vecchio maledetto e mutaforma. Tutto questo è diventato un puzzle, per me, che mi ha lasciato alla fine con sensazioni, emozioni e parole che sono andate a incastrarsi tra loro creando più un insieme sensibile e sensoriale che la consapevolezza d’aver letto un racconto lineare, che da A mi porta a Z spiegandomi (o lasciandomi immaginare) tutte le altre belle letterine che stanno lì in mezzo.
    Non so se questa cosa la prenderai come un complimento o come una bacchettata, probabilmente non è nessuna delle due cose, è una constatazione, emozionale piuttosto che logica.
    Alcuni passaggi della scrittura li ho trovati potenti e molto ben riusciti, altri mi hanno fatto un po’ deragliare, “svicolamenti” i quali però hanno contribuito fortemente alla carica emozionale che mi ha lasciato il racconto nella sua interezza e che quindi non mi sento di criticare in alcun modo (fatta eccezione per i refusi, quelli mi fanno proprio venire i nervi), anzi. Il tuo è un racconto personale (non so quanto, perché non posso saperlo, ma la sensazione è quella che ci sia tanto di te e delle tue esperienze e riflessioni in quello che hai scritto, che la fiction arrivi solo fino a un certo punto, cedendo poi il passo alla realtà) e per questo è molto intenso, qualcosa che racconta e sfoga, che butta fuori, che appoggia lì cose per poterle osservare, forse. E questa è una cosa che non posso non apprezzare, tanto, specie io che di mio tendo a metterci sempre molto poco in quel che scrivo.
    Le “incongruenze” e alcune stranezze di forma, che ci sono, le leggo insomma come funzionali, strutturali. Sarò fatto male io come lettore, forse, ma non mi interessa. Quel che conta, arrivato alla fine del tuo racconto, credo sia soprattutto la carica emozionale, proprio per come è scritto (oltre a quello che racconta), e quella è arrivata tutta.

    Ciao Max
    e scusa il ritardo di lettura.

    Davide “Delay” Rossetti

    • Ciao Davide,
      devo ammettere che è stato gratificante e interessante leggere il tuo commento: esso esprime attenzione e rispetto verso quanto ho provato ad esprimere, in altre parole : l’empatia intrinseca del buon lettore. A rileggere il racconto, forse la sua struttura è troppo complicata per esprimerla efficacemente in TI o forse è complicata e basta. C’è molto materiale emozionale personale in quanto scritto, hai colto nel segno e ti rimando agli spiegoni espressi a Vertuani e Boost. Il mio è stato un dibattito emozionale interiore (il doppio è servito a questo) e me ne sono accorto progressivamente. Ciò che mi rallegra tanto è il fatto che tu abbia percepito il mio tentativo di esprimere dolore, difficoltà e rabbia, attraverso la ricerca di una vena espressiva. Mal di vivere espresso per mezzo di una vicenda romanzata. Grazie mille per così tanto rispetto. Te lo devo: forza Fortitudo 🙂

  • Ciao Boost,
    la storia del pdf è pari pari quella pubblicata su TI salvo piccoli aggiustamenti.
    L’idea nasce circa 20 anni fa: anni prima che mi venisse in mente l’idea, tra i 17-18 anni, la letteratura mi aiutò molto a… vivere, da qui l’idea di un omaggio reso in questo senso: la letteratura vale un attimo di vita in più, per l’umanità e la vita che è in grado di trasmettere, nasce l’idea di un uomo solo che si vuole suicidare, immagine traslata del MaxLap adolescente che faceva fatica a vivere, e il soccorso di un libro che gli ridona voglia di vivere.
    Dopo 20 anni, durante un momento molto difficile, convinto da un amico, riprendo a scrivere, il che lenisce il mio momento e da qui l’idea di un omaggio di gratitudine ai libri e anche alla piattaforma (se avesse vinto Locullo nell’ultima opzione sarebbe stato più evidente). L’idea centrale originale è un po’ povera, non so perché, ma incomincio a raccontare di un doppio.
    Come (mi) ha scritto la Desperati, il doppio è un classicone e, sempre, vuole descrivere con la figura del doppio, i diversi (a volte contrapposti) aspetti della stessa persona, della stessa realtà o concetto.
    Nel scrivere di Fabio e Andrea (v. spiegone a Vertuani) mi rendo conto di scrivere di un dibattito interiore ad una stessa persona, trasfusa in un racconto.
    Questo è un necessario preambolo per riscontrare i rilievi che compongono la tua schietta stroncatura, ringraziandoti per tanta attenzione e per la non scontata sincerità.
    Prima di valutare le tue osservazioni, un interrogativo: ne devo desumere che, a parte un’accenno ad una certa scorrevolezza, non trovi nulla di buono in quanto scritto o sbaglio?
    1) sì, immagino di sì;
    2) le domande fanno parte del gioco su TI per catturare attenzione nella competizione, da per tutto ponevo l’interrogativo “cosa sta facendo Fabio?”; si tratta di una storia giocata in TI e non di una pubblicazione a sè stante;
    3) conosco almeno una persona che l’ha detto e si tratta di chi scrive svegliato dal vicino di casa che alle 7,30 del 13 agosto 2005 incominciò dei lavori per “catramare” la tettoia del suo pollaio svegliandomi, diciamo che io aggiunsi ben altre espressioni ed avevo ben altro tono…
    4) da qualche parte lo paleso pure, parlo di fluido vitale, il sangue rappresenta la vita, la vita che, si scoprirà all’ottavo capitolo, sta per essere gettata via definitivamente;
    5) non so, può essere, a me non dispiaceva e non dispiace introduce ad un’atmosfera di negatività che vuol già contaminare il bello che veniva descriva
    6) in parte concordo, rammentando che si tratta di una storia giocata su TI, in parte ho voluto mantenere elementi di incertezza per i lettori nello sviluppo, ma nella realtà più profonda del racconto Laura è ovviamente la stessa persona come dici tu, perché Fabio e Andrea esprimono la stessa persona che si sdoppia (v. spiegone a Vertuani) e la telefonata finale vuole decriptare questo significato;
    7) adoro De Gregori e ho voluto fagli un piccolo omaggio e non trovo ragioni oggettive che possano considerare “sbagliato” questa piccola citazione appena accennata; il tormentone di Abatantuono è tratto da un film di Fantozzi, lo cantavo spesso in macchina come elemento di “raffreddamento” di ansiose attese che hanno caratterizzato certi miei viaggi, il trash del testo alleggeriva l’importanza di certi momenti;
    8) Mckee: non sapevo che l’ala dei Rangers Glasgow fosse un intellettuale 😉 la coincidenza, che può apparire un mezzuccio me ne rendo conto, è stata anche frutto di un voto, in qualche modo Fabio avrebbe dovuto affrontare a muso duro Andrea per aver vissuto la sua vita al suo posto, vi era anche l’opzione irrompe a sorpresa nel matrimonio; se però leggi la storia sotto la prima superficie narrativa è Fabio(Andrea) che ritorna sui suoi passi e rivede la vita che non ha voluto (o che avrebbe rischiato di non) vivere (v. spiegone a Vertuani sul doppio); p.s. la coincidenza è esattamente a metà racconto, quando c’è una sorta di passaggio di consegne tra i 2 protagonisti maschili tra i due volti della stessa anima controversa (la mia);
    9) Deus ex machina, d’accordo ma solo in parte: innanzitutto è l’espressione del mio omaggio; e d’altra parte non è un libro in sé a salvare Fabio ma quello che esprime: Fabio si avvicina al dolore di Pavese, lo commenta in vero, staccandosi da sé prova pena per quell’anima persa, empatizza verso l’uomo Pavese e cosi facendo riesce a perdonare anche sé stesso e a ripartire
    10) il vecchio maledetto, vuole esprimere un monito di negatività che per tutto il racconto vuole dare sfiducia e che addirittura interviene violentemente quando Andrea si vuole ricongiungere a Fabio e poi se lo va a prendere a casa; chi è? Per quanto possa sembrare paradossale è sempre parte della stessa persona è il Super-Io che dice “Non ce la farai. Hai visto? Non ce l’hai fatta. Muori perché è quello che meritiamo”.
    La morte del vecchio è una catarsi terapeutica dell’uomo in questione che si libera di questo suo fardello riesce a ricomporsi nelle sue parti e richiama Laura. In altre parole, sono io che mi dico di non aver sbagliato a vivere la vita che, seppur con qualche incrinatura, ho vissuto (v. spiegone a Vertuani).
    11) il paragone con “alcuni istanti… “: l’altra storia era strutturalmente più semplice e lineare, non l’ho dovuta costruire in corso, mi ricordo che ti piacque.

    Un appunto sulla tua chiusa quando hai usato virgolettato l’aggettivo presuntuoso e il sostantivo presunzione (riferito alla storia): non credo che tu volessi essere offensivo e ti voglio rassicurare: io ho solo provato a scrivere e trasferire in immagini romanzate un certo malessere senza alcun altra pretesa se non quella di scrivere anche per me stesso.
    Ad maiora.

    • Grande Max… aspettavo la notifica come promemoria della tua risposta, ma non avendo tu “risposto” al mio commento, TI non me l’ha mai inviata. Poco importa comunque… volevo solo spiegare il mio ritardo!

      Non è vero che non c’è nulla di buono nel tuo racconto, anzi… come ho detto all’inizio è scritto in modo semplice e scorrevole, molto spesso l’ho trovato davvero interessante. Se così non fosse, non sarebbe valsa la pena commentare. Questo per dirti che, fatte le dovute correzioni, ha tutte le caratteristiche dell’ottimo racconto. E ci vuol davvero poco, a sistemarlo. I tuoi “peccati” sono tutti sistemabili, senza nemmeno troppo sforzo. Per Esempio, Fabio non ha bisogno di tornare dall’America per accorgersi del tradimento: bastava che all’inizio presentassi un amico comune (SEMINA) (il barista? un altro?) da riutilizzare per fare una “soffiata” a Fabio…

      E così anche il resto delle “imprecisioni” che, ci tengo a sottolineare, sono miei pareri personali e quindi fallaci come quelli di tutti. Non sono certo un editor, lo ripeto!

      Hai ragione, non c’era nulla di offensivo nelle mie parole, anzi…

      ps: la tua esperienza personale nei racconti è sempre un elemento gustoso e che aggiunge un sapore in più, ma ricorda: stai scrivendo per gli altri, non per te stesso (è così, sennò non si troverebbe qui). Hai quindi i dovere di essere più preciso e rigoroso con chi non conosce la tua storia.

      Sai quanto me l’hanno menata a me con “Enkil”? E avevano tutti ragione. L’ho riscritto 4 volte (qui su TI non posso modificarlo e quindi rimane in uno stato “vergognoso”), eppure ancora certi passaggi vanno sistemati. Bisogna rimboccarsi le maniche, fare e disfare. Tante volte: tutte quelle che servono!

      A presto amico mio!

  • Caro Max, correndo il rischio di farmi “odiare” dai tuoi fan pubblicherò qui i miei commenti, premettendo che: A) Non sono un editor, quindi posso tranquillamente sbagliarmi. B) Ho letto la storia non su THe iNCIPIT, bensì sul .pdf che mi hai dato, non sapendo se rispetto a qui sia diversa. C) Potrei non aver capito certe parti (e questo per un limite puramente personale).

    Innanzitutto ti dico che, secondo me, la tua prima storia, ovvero “Alcuni istanti della sua vita”, è superiore. Ti dirò perché alla fine, promesso.

    Ho diviso gli errori in “peccati veniali” e “peccati mortali”.

    PECCATI VENIALI

    1) Vari errori grammaticali: meglio far rileggere la storia sempre a qualcuno!

    2) Il narratore ha qualche problematica: è onnisciente (è praticamente ovunque), tuttavia si pone delle domande: non conosce cioè tutta la verità. Innanzitutto, secondo me non dovrebbe farsi delle domande, per vari motivi: A) Suonano comiche, grottesche, mentre il racconto non vuole esserlo. B) Letto tutto in una volta il racconto, risultano fastidiose e ridondanti. C) Contraddicono, appunto, la posizione del narratore. D) Se un racconto è scritto bene, il lettore quelle domande se le fa comunque, è quindi dannoso “forzarlo”.  In sostanza, le toglierei: fanno più male al tuo scritto che altro.

    3) Nessuno si alza da letto dicendo “è il 13 agosto”: è inverosimile, dovresti trovare un altro modo per far conoscere al lettore la data (che tra l’altro… è importante?). Ad esempio, il protagonista guarda il calendario, o l’orologio sul comodino.

    4) Beh, per capitoli e capitoli il tuo Fabio si stacca croste imbrattando la casa di sangue: pareti, finestre, dita, pavimenti, e io a chiedermi “ma perché?”, “cosa segnale sarà mai?”, “che c’entra?” e tu verso la fine che scrivi: “Sangue versato senza motivo”? Voto: “…”

    5) Primo capitolo: come avrebbe potuto “presagire” il proprio futuro, Fabio, dai segnali fisici sul treno (o sul vagone)? Nessun uomo razionale, e quindi il 98% dei lettori, potrebbe essere d’accordo col narratore. Quei particolari era meglio limitarli alla costruzione dell’atmosfera, non includerli in un “chiaro indizio” per il futuro. Lo so è che in questo caso è una metafora, ti sto solo dicendo è proprio resa malaccio…

    6) Non so se le tue intenzioni siano state quelle di NON far sapere al lettore che Laura (la moglie di Andrea) era in realtà anche la ragazza di Fabio, perché trovo intenzioni “discordanti”: SI) Non dici mai il nome della ragazza di Fabio, come per tenerlo nascosto / La telefonata finale di Fabio a Laura sembra un ricercato colpo di scena. NO) Dai indizi qua e là (come quando dici che Andrea, prima di dire addio a Fabio, vuole confidargli del suo amore per una ragazza…) / Laura sembra conoscere Fabio da tanti anni (infatti rimprovera il fratello per corrergli dietro).
    Insomma, non l’ho capito: se volevi il colpo di scena, direi che non ci può essere; Laura, infatti, per le cose che scrivi, è lampante che sia la morosa di Fabio: anche perché è l’unica donna in gioco. Se invece non volevi il colpo di scena, allora rendilo più esplicito fin da subito. Io propenderei per il colpo di scena, ma così non regge: Laura dovrebbe essere, anche al tempo presente, sempre fuori dai giochi; oppure bisogna pensare a un diverso escamotage.

    7) Toglierei i riferimenti a De Gregori (“giurare e spergiurare”) e “Attila il fratello di Dio”… il secondo, poi, mi ha fatto porre molte domande!

    PECCATI MORTALI

    8) La coincidenza. La coincidenza di Fabio che torna a casa lo stesso giorno in cui Andrea si vede con Laura per la prima volta nel bar, ma non solo: passa davanti al bar nello stesso momento in cui ci sono loro. Ma non solo: ci passa davanti proprio quando loro si baciano (per la prima volta). C’è un passo del McKee che parla meglio di me, te lo copio:

    La storia crea il significato. La coincidenza, dunque, sembrerebbe essere il nostro nemico numero uno, in quanto è una casuale e assurda collisione di cose nell’universo ed è, per definizione, priva di significato. Tuttavia la coincidenza è parte della vita. La soluzione non è quella di evitare la coincidenza, ma di drammatizzare la modalità con cui può entrare nella vita, senza alcun significato, per poi assumerlo col tempo. In primo luogo, inserite la coincidenza abbastanza presto affinché ci sia il tempo di trarne un significato. L’incidente scatenante de Lo squalo: uno squalo, per pura casualità, divora una bagnante. Ma, una volta entrato nella storia, lo squalo non ne esce più. Vi resta e acquista significato continuando a minacciare degli innocenti. Come regola di base non usate la coincidenza una volta oltrepassata la metà della narrazione quando bisogna invece mettere la storia sempre più nelle mani dei personaggi.

    7) Il “Deus ex machina”. Il libro di Pavese è un “Deus ex machina” grosso come una casa. È la classica tempesta shakespeariana che, senza motivo o indizio (almeno, io non l’ho notato) arriva e sistema tutte le cose, e… “vissero tutti felici e contenti”. È più grave della coincidenza: in effetti, è una coincidenza enorme.

    Sempre il McKee:

    Secondo, non usate mai la coincidenza per far svoltare un finale. Questo è il “deus ex machina”, il più grave peccato che può commettere uno sceneggiatore. Ancora oggi gli sceneggiatori scrivono storie che non sanno concludere. Ma invece di far scendere un dio per procurarsi un finale, usano qualcosa di analogo a un “atto divino”: l’uragano che salva gli amanti in Uragano; una carica di elefanti che risolve il triangolo amoroso ne La pista degli elefanti; gli incidenti automobilistici che pongono fine a Il postino suona sempre due volte e L’insostenibile leggerezza dell’essere; il Tirannosauro Rex che entra in scena giusto in tempo per divorare i Velociraptor in Jurassic Park. Il “deus ex machina” non soltanto annulla ogni significato ed emozione, ma è un vero e proprio insulto al pubblico. Tutti sappiamo di dover scegliere come agire, nel bene e nel male, per definire il significato della nostra vita. Nessuna coincidenza ci verrà mai in soccorso per toglierci di dosso questa responsabilità, indipendentemente dall’ingiustizia e dal caos che ci circondano. Il “deus ex machina” è un insulto perché è una bugia.

    8) Il vecchio maledetto. Ma chi è ‘sto vecchio? Chi è? Il diavolo? La morte? Il tempo che passa? L’inesorabilità della vita? Il suicidio? È incorporeo? Sì, appare e scompare, e si dilegua nel vento. È corporeo? Sì, accoltella la gente. Insomma, deciditi, oppure dai qualche spiegazione. E poi, perché se la ridacchia? Mi sembra il cattivo di “Austin Powers”: ma che c’avrà da ride?! Se è tutto questo popò di divinità malvagia, e può anche essere, è davvero troppo piatto: troppo “presuntuoso” disegnarlo, fargli decidere il destino, e poi ucciderlo perché a cinque metri da lui c’è un poveraccio sporco di sangue che si ricorda che ha in casa un libro di Pavese.
    Ma questo è anche il limite di TI: chissà a quali opzioni hai dovuto sottostare! Però, se è così, la colpa è anche tua: cerca di non permettere alle opzioni di farti uscire troppo dalla trama o dai personaggi che hai disegnato all’inizio, perché ogni racconto secondo me non può sottostare al caso al 100%. Soprattutto un racconto come questo.

    Ed ora mantengo la promessa fatta all’inizio: dirti perché  “Alcuni istanti della sua vita”, per me, è nettamente migliore. Lo è perché secondo me ha meno presunzione, si mantiene più sul vago ed è più preciso nel suo insieme: racconta l’episodio di un delirio, e in questo non si prende alcun rischio, ti dice solo cosa succede al protagonista, nella sua malattia. “Omaggio…”, invece, è un racconto ampio: si allarga nel tempo e nello spazio, si intreccia in modo complesso, ma secondo me non ha la struttura per sostenersi, e questo per quanto detto sopra.

    Ecco, questa è la mia idea… ovviamente, io sono fallace come tutti gli altri, e quindi come te!

    Buon proseguimento!

  • Ciao Max, ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato, come promesso, e l’ho fatto con grande piacere perché letto nel suo insieme è molto, molto scorrevole…

    Tuttavia, sarò sincero: leggo solo pareri entusiasti ma io non mi trovo tra le file dei “soddisfatti “… Mi sono fatto un lungo e dettagliato elenco dei motivi: sentiamoci in privato (ti ho scritto su Wattpad non so se leggi anche lì)

  • In un libro c’è la salvezza: una storia coraggiosa Max! Dimostri sempre di non tirarti indietro, di scrivere e descrivere situazioni scomode, cercando sempre di spiegarle (nel senso letterale del termine: togliere le pieghe). L’ultimo episodio, poi, mi conferma che ho fatto bene a votare Pavese. La citazione è molto bella e azzeccata.
    A rileggerti presto!

  • Pavese scrive, ” … ci vuole umiltà, non orgoglio.”
    Non potrei essere più d’accordo con lui, anche se io rispondo con una frase di Vasco che alla fine dice la stessa cosa ma a suo modo:
    “Corri e fottitene dell’orgoglio,
    ne ha rovinati più lui che il petrolio.”
    Bravissimo, foto finale da lacrimuccia. Spero di tornare a leggerti presto.

  • Finale magistralmente estratto dal cilindro Max, veramente bravo. Ho letto la tua discussione con Massimiliano e concordo con lui che il riunire i due gemelli in un’unica persona è una cosa che non riesco a far quadrare.
    Per il resto mi è piaciuta la riflessione che hai posto sul tema del suicidio: Pavese spacca! 😉
    Alla prossima 🙂

  • Un libro ci salverà.
    Grazie Max, per non aver mollato (te lo dice un fan irriducibile) e per aver scritto una storia che ho letto con attenzione e piacere.
    Bello l’omaggio a locullo, ma cosa sarebbe accaduto se avesse vinto l’opzione Surviving Sarajevo?

    • Grazie a te per il sostengo di questo mesi. Sostegno vero, ironico e,compensivo.
      Detto ciò l’Investimax non si può sottrarre:
      – hai poi ricostruito gli indizi da cui potevi dedurre che si trattava di un suicida?
      – secondo te che cosa ho voluto dire,con le,ultime battute?
      Se avesse vinto Surviving Sarajevo, avrei trasfuso alcune mie riflessioni sul suo finale sulla vendetta – suicidio, sull’opportunità e sulla giustizia di un gesto del genere, un suicidio, seppur nobile, sbagliato tale da far desistere un altro suicida.
      Si c’è un omaggio a Locullo che quasi un anno fà mi convinse a prendere in mano una penna

      • Non era facile, anche se a posteriori pare tutto più chiaro: l’andirivieni dalla cucina, il respiro profondo, il controllo delle finestre, la ricerca di ricordi cui aggrapparsi (le foto) e grazie ai quali trovare una “scusa” per mandare all’aria il suo piano.
        Il finale? Fabio è disteso su un letto (non il suo letto), con indosso un pigiama che non può abbottonarsi da solo, come le tutine dei bimbi, o come una camicia di forza, anche se il fatto che possa usare le mani esclude questa ipotesi estrema. Forse si trova in una clinica, dove può finalmente affrontare e curare il suo male di vivere (e cominciare a fare pace con sé stesso e con gli altri, a cominciare da Laura).

          • Ospedale? Può essere. D’altronde anche suo fratello è in ospedale, magari Laura risponde da una stanza lì accanto. O forse lei è a casa a badare i bambini. Se Fabio non è lì per farsi medicare le ferite derivate dalla esplosione dei vetri, potrebbe aver donato il sangue per salvare il fratello.

          • Se l’autore ha inteso così, allora è questa l’interpretazione da dare, ma per quanto mi riguarda preferisco leggere il finale in modo differente. Il far coincidere i due gemelli è troppo debilitante e, dal mio punto di vista, confonde il lettore. Ma, ripeto, è un’opinione del tutto personale.

          • Non, non è un’interpretazione “univocamente” autentica. Io ho pensato a questo finale un po’ ambiguo, per lasciare un alone di dubbio su una possibile ulteriore chiave di lettura (Startari userebbe il corretto termine tecnico) di cui mi sono accorto io stesso mentre scrivevo. La storia originaria – idea di 20 anni fa – è quella di Fabio da solo che aspetta di morire e ci ripensa all’ultimo x un libro. Avrei dovuto pensare ad un passato di rimpianti, ma nel farlo: mi è venuta in mente l’idea di in rimpianto sentimentale, il gemello (??) che sposa la sua ragazza. Inoltre, non so perché ho riportato due episodi simil-autobiografici: il treno (dove ho conosciuto la mia metà), un esame cui assisteva mia moglie e (con un amico al posto del fratello). Poi ho immaginato una rottura della relazione motivata dalla carriera ed è lì che Fabio, per la prima volta, mostra il suo volto rabbioso, egoista e lascia i sentimenti buoni al fratello. Verso il settimo episodio ho capito: io nella mia vita ho fatto l’esatto contrario, mi sono tenuto la mia “Laura” e ho fatto rinunce professionali che pago ancor oggi. E credo che mi siano rimasti : il dubbio sulla scelta fatta e un po’ di rabbia e insoddisfazione, una divisione. Per questo credo ho fatto ricorso ai gemelli: x esprimere il mio conflitto e per giungere ad una dolorosa riconciliazione non senza strascichi con le mie scelte.Chiaritomi questo ho pensato, solo alla fine, all’ultima scena ambigua: “un letto”, il pigiama/camice e Fabio che chiama a casa di Laura e nemmeno chiede di lei o del fratello dopo tanto tempo, ma dei bambini come farebbe un padre. In questo senso Fabio e Andrea sono la stessa persona: MaxLap. Grazie Max Vert e a tutti gli altri. P.s. Ma allora il vecchio chi minchia mi rappresenta?

          • Invadente, rompiscatole, fastidioso, deleterio e inopportuno: il vecchio simboleggi la pubblicità 😀 Grazie a te Max

  • Non c’avevo preso per niente via mail ahahahaha meglio così (solo qualcosa dai)

    Finale bellissimo, fortunata la scelta di Pavese, sono curioso di vedere come te la saresti cavata con gli altri autori. Per fortuna che Fabio non ha scritto pure lui “Non fate pettegolezzi”…

    Bello, ma proprio bello. Chiaro il riferimento a Locullo 🙂

    ps. Io amo La luna e i falò

  • Ho trovato questo episodio un finale veramente bello. Ammiro come hai saputo raccontare tutti i punti di vista in così poco spazio. Mi hai fatto venire voglia di leggere Pavese. Per una strana coincidenza ho anch’io una copia (più recente) del Mestiere di vivere. Alla prossima … 🙂

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