Storie di Solitudine

Dove eravamo rimasti?

In questo racconto iniziale ho scelto il genere dell'Avventura... ed ora? Forza, scegliete di cosa parlerà la prossima storia! Un bel racconto umoristico, per movimentare un po' la situazione. (50%)

Humor - L’ironia del comico che non fa ridere

Buon giorno a tutti, o buona sera, o buon pomeriggio. Mi chiamo Tristerco. Un nome bizzarro, non credete? Penso sia reputabile al fatto che non fui mai molto simpatico ai miei genitori, già da prima che nascessi (basti pensare al fatto che, se non fosse stato per il mio precoce senso dell’orientamento, sarei stato abbandonato “per caso” tra i boschi, a sette anni).
A scuola, grazie al mio nome mi sono guadagnato l’infelice appellativo di “Triste come lo Sterco”. Simpatici, i ragazzini, vero? Così simpatici da prenderli a pugni.
Io sono un comico, mi esibisco nei locali, a notte fonda. Ma non sono un comico qualsiasi, bada: io non faccio ridere. Un pagliaccio che non fa ridere. Ironico. Credo che la mia scelta di professione (evidentemente errata, ma la vita è fatta di errori) sia reputabile al fatto che da bambino, chiunque mi guardasse, scoppiasse in una risata. Non so se fosse colpa dell’incisione dalla forma fallica che mio fratello mi praticò sulla fronte nel sonno, e che mi accompagnò per tutta l’infanzia; comunque da allora mi sono sempre prefissato di far ridere il più possibile. Non riuscendovi mai.

Ed ora sono qui, al locale “La Risata Felice” (che palese scontatezza), che attendo il mio turno per esibirmi. Accanto a me c’è il mio Socio, basso, grasso, così panciuto che se venisse acceso un fiammifero sotto il suo fondoschiena, verrebbe probabilmente scambiato per una piccola mongolfiera. Lui mi servirà nel caso le cose si mettessero troppo male.
Ecco, il presentatore sta pronunciando il mio nome. Non è molto rincuorante essere presentato con la frase “non sarà il migliore… a dire il vero, è uno tra i peggiori. Comunque, facciamo un caloroso applauso a Tristerco!” tuttavia io non mi scoraggio facilmente. In effetti, il caloroso applauso c’è stato: uno soltanto, da un omino in penultima fila, che quando si è reso conto di essere l’unico ad applaudire, si è risolto nel silenzio.
Salgo sul palco. Come sono agitato! Com’era quel vecchio trucco? Immaginare il pubblico nudo. No, non credo che vada bene: con la sfiga che mi ritrovo, immaginerei tutti gli uomini superdotati e le donne con il fisico alla Belén Rodriguez (un effetto “erezione-complesso d’inferiorità” doppiamente controproducente).

Che lo spettacolo abbia inizio. Dopo i dovuti convenevoli esordisco, carico della più benevola speranza, con una delle mie barzellette migliori:
– Sapete qual è lo strumento più pericoloso dei chirurghi? Quello che, se lo vedete usare, potete star certi che il paziente sia spacciato?
Silenzio. Nessuno risponde. Dico io, neppure un misero colpo di tosse.
– È l’orologio! – Dico, e guardandomi il polso, continuo. – Ora del decesso: 23 e 51.
Silenzio. Batto il dito sul microfono: che sia colpa dell’acustica?
Nulla da fare, dieci minuti dopo il mio pubblico sembra non voler sciogliersi. Sono io, al contrario, che sembro un ghiacciaio in estate: il sudore gocciola copioso dalla fronte e dal collo, ma la gola, di ben altro parere, è più secca che mai. Ironico.
Soltanto ora, benché io sia circondato di persone, mi rendo conto di quanto la solitudine mi stia avvolgendo. Inutile dire quanto sia ironico.

Decido che è giunto il momento, con un pubblico così rigido, di usare il mio asso nella manica; così alzo lo sguardo al soffitto del locale per qualche istante. Qualcuno crede che io stia invocando chissà quale divinità, scongiurandola che abbatta un ciclone su “La Risata Felice” ponendo fine ad una performance a dir poco imbarazzante. No ragazzi, vi sbagliate, quello è il segnale per il mio Socio.
Ed eccolo, il Socio, che facendo ben attenzione a non farsi notare, da dietro le quinte sparge in tutto il locale gas esilarante da un’apposita bombola nascosta.
Lo spettacolo può riprendere, e stavolta nel migliore dei modi. Il pubblico ora ride alle mie battute, si sbellica, si scompiscia, cade dalle sedie. Nessuno immagina anche solo minimamente che il merito non sia mio. Prima ci stavo mettendo l’anima, e nessuno voleva decidersi a prendermi in considerazione; ora che li sto truffando, mi danno tutta l’attenzione del mondo. Ironico.

Ciò che avvenne dopo impiegò un istante nell’accadere, ma parve stesse durando un secolo (come se il vento facesse alzare la gonna ad una sventolona tutta forme). L’omino in penultima fila che prima aveva applaudito si accorge di Socio, capisce il trucco, informa il resto del pubblico. Traditore. In pochi secondi, mi ritrovo una marmaglia inferocita sul palco con la furia assassina negli occhi.
La razza umana è quella più intelligente, eppure è anche l’unica che uccide per vendetta. Ironico.
Bloccato da cinque o sei uomini, non posso far nulla mentre la marmaglia mi ficca l’intera manichetta della bombola in gola, facendomi ridere di una risata (giusto un filino) forzata. Capisco in quel momento che, probabilmente, il mio spettacolo non sarà retribuito. Ma in fondo, non mi dispiace poi molto: ho sempre avuto un debole, io, per il tragicomico.
Morire letteralmente dal ridere. Ironico, per un comico che non fa ridere.

È giunto il momento, ragazzi, di fare un salto. Ma verso dove?

  • Verso dove vorrete voi, vi lascio libero arbitrio nei commenti. (13%)
    13
  • Verso il futuro, con il genere fantascientifico. (63%)
    63
  • Verso il passato, con un racconto storico. (25%)
    25
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30 Commenti

  1. il bambino ha molto da dire…il detective potrebbe essere Marlowe…e i superstiti…Lost…E’ sempre meglio sentire cosa ha da dire un bimbo che espone i problemi del suo mondo. Mi piace molto il tuo modo di scrivere. coinvolge. complimenti.

  2. L’opzione del bambino mi sembra originale. Voto x quella. È stato molto toccante questo ultimo capitolo, hai trovato una giunzione tra il mondo umano e quello robotico: il male della solitudine, un tormento psicologico che ti divora dall’interno e che porta, ineluttabilmente, alla morte. Bravo 🙂

  3. Ciao! Devo premettere che questo è il capito che meno mi ha entusiasmata, ma non per questo meritevole…Forse, secondo mia impressione, un po’ frettoloso…
    Continuo a seguirti e ho votato per i misteriosi assassini, perché sono curiosa di vedere come legherai il filo conduttore, cioè la Solitudine, con superstiti assassinii e mistero! 🙂
    Un caro saluto

  4. Triste non poter realizzare il proprio sogno e tentare di realizzarlo con l’inganno. Anche se il fine e’ una risata. Ho respirato l’aria triste e coinvolgente di una periferia nebbiosa dove esordiscono comici dilettanti. Il finale forse Felliniano lascia un pochino di amaro in bocca. Ma coinvolge e prende. Il finale riporta alla realta’ i sogni. Forse era l’alba…il momento dove si infrangono … Complimenti.

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