Quando sbocciano i crisantemi

Cotard

Aveva solo quattordici anni, diamine.
Ed io la sentivo nelle ossa quella sensazione: “C’è qualcosa che non va”. Eccome se c’era.
Lo vedevo nei suoi occhi fissi nel vuoto, nei suoi disegni, anche nei piccoli scarabocchi con cui amava adornare il diario scolastico.
“Ha soltanto un’indole solitaria, signora. Non si preoccupi”.
Io non sono una psicologa, ma sono una madre. Ed una madre queste cose le percepisce sempre – in certi casi, al massimo, le ignora. Possono accadere alcuni fatti, nella vita, capaci di costringere anche la madre più tenace e amorevole a chiudere gli occhi e coprirsi le orecchie, nell’inutile e vano tentativo di far finta che vada tutto bene.
Mi vergogno ad ammetterlo, perché io stessa mi sono macchiata di un egoismo così grande.
Dopo due anni sono qui, seduta al piccolo tavolo della nostra cucina; mio marito è già uscito. Lei, la mia bambina, è seduta di fronte a me, e fissa la sua tazza di cereali colma e fumante. Poi, lentamente, il suo sguardo scivola su di me, implorante, come se volesse dirmi: “Mamma, perché non vuoi capire?”
Tesoro, io vorrei tanto capirti, capire perché continui a sostenere di essere priva di organi interni.
“Ma mamma, lo sai, ai morti non servono più”.
I morti non mangiano, i morti non dormono. Dici sempre così, mia cara, ma tu sei solo malata. La chiamano Sindrome di Cotard.
So che nessuno mi crede, ne sono perfettamente consapevole.
Non capisco il perché, ma va bene così: so che un giorno troverò qualcuno in grado di aiutare mia figlia. Di aiutare la mia famiglia.
L’aspetto buffo è che molta gente invidia la mia vita: lavoro come segretaria e assistente per uno degli uomini più potenti della città; ho un ottimo stipendio, una bella casa, un marito adorabile e fedele. In effetti, a vederla così quasi quasi mi invidio da sola.
E sì, casa mia è una reggia, la mia busta paga non ammette lamentele, Michael fortunatamente mi ama ancora, nonostante tutto.
Non ho la presunzione di pensare che questa faccenda l’abbia colpito meno di me, anzi. Ho sempre visto il legame padre/figlia come qualcosa di misterioso ed affascinante, lontano dal pensiero razionale e cosciente; una sorta di limbo meraviglioso popolato dagli uomini più disparati con dolci fagottini in braccio o sulle spalle.
La consapevolezza che, per lui, questa dimensione mistica sia crollata inesorabilmente due anni fa è un coltello che non mi abbandona mai. Né durante il giorno, nonostante i mille impegni quotidiani, né tantomeno durante la notte, quando non c’è più nulla da fare ed è allora che la tua mente, perfida come non mai, può tornare a farsi sentire.
– Mamma?
La sua voce mi riscuote dai miei pensieri con un sussulto. Mi sforzo di sorridere.
– Dimmi, cara.
– Sai che giorno è domani?
Oh, no. Di nuovo quella storia. Ero quasi riuscita a dimenticarmene, invece ecco che il mio stomaco torna a contorcersi in una morsa ferrea.
Deglutisco e cerco di sembrare ferma, ma gentile. La voce mi trema leggermente, spero non se ne accorga. – Tesoro, ne abbiamo già parlato.
– Lo so, ma sembra che a nessuno importi!
Abbandona il cucchiaio, che ricade nella tazza con un tonfo liquido, e incrocia le braccia sul petto. Una volta la trovavo così buffa quando cercava di tenermi il broncio. Ora invece c’è qualcosa nel suo sguardo che mi inquieta, sebbene non riesca a capire il perché.
Sento solo che sto perdendo la pazienza.
– Emily, ascolta. Il tuo compleanno cadrà il mese prossimo, fine della questione.
– E chi se ne importa del mio compleanno! Domani è un giorno ancora più importante! Organizzerete anche per me la messa? Come facevate per il nonno! Ricordi?
Coltelli, lame, incendi.
– ADESSO BASTA! Va’ in camera tua!
Lei ammutolisce e mi guarda, ferita. I suoi occhi stanno diventando lucidi. Si alza mentre i primi singhiozzi iniziano a scuotere il suo corpicino immaturo e se ne va, correndo su quei piedini perennemente scalzi.
Non mi ero neppure resa conto di essere scattata in piedi. Faccio un paio di respiri profondi, le gambe mi cedono; sono nuovamente seduta. Davanti a me scorrono a ripetizione gli ultimi, impietosi minuti. Alzo la testa, guardo fuori.
E’ una giornata splendida: non ho mai visto un cielo così azzurro, disturbato solo dalla bianca scia di un aeroplano. Il nostro giardino è verde e rigoglioso, tagliato alla perfezione grazie alla paziente passione di mio marito; con una certa malinconia lascio scivolare lo sguardo sull’acero che troneggia davanti alla veranda, forte e apparentemente indistruttibile, con le sue radici ben piantate a terra ed i lunghi rami che cercano di raggiungere il sole, incurante di ciò che gli accade attorno. Incurante della disperazione, del dolore. Dell’inverno che ricopre le mie viscere.
Finalmente mi decido ad alzarmi da questa maledetta sedia, riesco addirittura a trascinarmi sulla soglia di casa. Apro la porta e abbasso lo sguardo: come sempre il giornale di oggi giace sul nostro zerbino, fresco di stampa. Mi chino per prenderlo, e il mio cuore si arresta per un momento.

Cosa ha visto la protagonista?

  • La foto di una vecchia conoscenza che, per qualche motivo, potrebbe essere l'unica persona in grado di risolvere la situazione. (45%)
    45
  • L'annuncio di un'altra donna nella sua stessa situazione. (27%)
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  • L'inserzione di uno psichiatra specializzato nella patologia della figlia. (27%)
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165 Commenti

  • Mmmm (sguardo cinese alla Jackie Chan quando ha dato le sue sberle. Hai presente ? Ooooooooh) 🙂

    Dunque devo dire che c’è un vantaggio rispetto agli altri capitoli e cioè che è costante nella tua bravura.

    Però si sente che l’hai scritto un po’ forzato un filino. Sarai il mio pi grechesimo senso però c’è qualcosa che lo rende come eseguito con un po’ di fretta. Sarà che usi parole molto molto buone da una parte mentre dall’altra buone ma non ai livelli che riusciresti!

    Tuttavia rimane molto buono! Brava! 🙂

    • Mmm forzato dici? In realtà la stesura è stata molto spontanea, anzi, in origine il capitolo era completamente diverso dagli asterischi in poi (ed è finito tutto nel cestino perché non aveva né capo né coda). Sulle parole però sono d’accordo, in certi casi avrei potuto optare per termini più adatti, e di questo mi dispiace, perché sono la prima a storcere il naso quando trova una parola che funge da “nota stonata” all’interno, magari, di un ottimo brano.

      Sono contenta però di aver mantenuto un alto livello, obbiettivo che ogni volta mi crea un po’ d’ansia 🙂

      Grazie per essere passato 😉

      • Sì, forzato (causa ??) ==> spontaneo (conseguenza 1a) che porta ad un livello steso bene in prima ma che forse c’è qualche piccola pedanteria che il mio occhio critico e forse un tantinello esigente ha notato.

        O forse come ho già detto non è l’occhio ma l’intuito ed il mio quinto senso e mezzo.

        Au revour! 🙂 E di niente.

  • Bello!
    Passa da me se ti va!

    Scherzi a parte, brava! Finalmente pubblichi.
    Peró devo “rimproverarti” due cose: la prima, forse prevedibile, è che attendi troppo tra un’episodio e l’altro. Il lettore si distrae, perde il filo e di consegunza non si sente più sulle spine per un eventuale colpo di scena. Secondo:Qualcuni controlli l’acqua di quel quartiere che non sia contaminata! Capisco che ti serva un’espediente per motivare la preoccupazione della madre che crede di impazzire per la perdita del figlio, ma non si rischia che con due casi di “pazzia” così vicini tra loro il lettore (o gli stersi personaggi) non pensino che sia colpa dell’area? Non so… Il clichè dell’antico cimitero indiano?
    Dopo aver fatto l’antipatico ti faccio i miei complimenti. Lo stile è sempre più sofisticato, la seconda metà particolarmente struggente e il finale è degno del nome. Io personalmente ci avrei concluso l’opera con una riflessione così marcata.
    Ti aspetto! (Pessima scelta di parole,xD non farmi aspettare troppo 😉 )

    • Ciao caro 😛

      Dunque dunque, partiamo col primo punto: non è che io ami aspettare un mese a scrivere un nuovo episodio, semplicemente lo butto giù quando la fantasia me lo permette. Se tenessi un’uscita “fissa”, credimi, la storia farebbe schifo. So che così uno rischia di perdere il filo, ma per lo meno riesco a recuperarlo con un buon capitolo, piuttosto che mantenerlo a scapito della qualità. Perciò mi dispiace, ma gli amanti delle storie a puntate settimanali dovranno trovare altrove pane per i loro denti 😉

      Quanto al secondo punto, sinceramente non ci avevo mai pensato, e non trovo sia un problema neanche ora che me l’hai fatto notare. Non è un fantasy né un fantascientifico, non è neppure un vero e proprio horror, quindi non temo certe ipotesi “sovrannaturali”. Non si parla da nessuna parte di epidemie o quant’altro, i casi sono rimasti circoscritti ad Emily e Christine, che dalla loro hanno ottimi motivi per sbroccare. Ma qui le impressioni possono essere diverse, e ognuno ha una diversa esperienza da lettore alle spalle 🙂

      Comunque tranquillo, ti ringrazio molto per le tue sincere considerazioni e i complimenti, inoltre spero di aver chiarito qualche punto 😉

      Cercherò di non farti aspettare troppo, ma non garantisco nulla 😛

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