Tu sei la mia cura

Io e me stessa

-Quando e se vi inizierò a parlare di me sarà perché sarò troppo ubriaca o troppo fatta.-

Così inizio il suo discorsetto una biondona di un metro e novanta, con tacchi a spillo  e borchie , con un rossetto da far invidia a Moira Orfei. E rideva, altro che se rideva. Ma che c’hai da ridere dico io. Forse non ha capito che la sezione malati di mente sta in altro edificio, qui siamo solo  dei AA. Quando sentii il mio nome  mi alzai in piedi di scatto, quasi come se volessi scappare di corsa. Il dott. Petersen  tutto sembrava fuorchè uno psicologo/psichiatra/ciarlatano/come lo volete chiamare voi. La prima domanda è quella classica : -Presentati a noi e racconta la tua storia cara-. Eh, quali sono le uscite di sicurezza?

-Mi chiamo Skye, ho 21 anni, e non ho bisogno di voi per stare meglio. Ma mia madre sì, quindi sono qui per lei. Io non bevo- bugiarda diceva la mia vocina- io dimentico.

Quando presi la mia prima sbronza avevo 16 anni e avevo litigato con mia madre per  andare ad un concerto. Avevo deciso di andarci, e non avevo dubbi a riguardo. L’intoppo era lei, la mia  super-iper-mega ossessiva convulsiva paranoica madre. Io e mia sorella Marleen, piu’ grande di me di due anni, decidemmo di andarci a vedere questo mega gruppo di Los Angeles in uno stadio poco lontano dalle periferie di Manhattan, nei sobborghi più brutti e bui che io abbia mai visto. Ma c’erano loro, i Seventeen e mi facevo piacere tutto, persino il tizio ubriaco marcio che ci provava con me. Insomma, parti con una birra e sei su di giri perché non avendo mai bevuto quello ti sembra gia troppo. Poi la musica, l’eccitazione e il volume troppo alto erano dei buoni amici di bevuta e Marleen lo era anche di più. Quando eravamo piccole non facevo altro che picchiarci e urlarci contro come indemoniate. Una volta mi ha tirato contro il phon con cui si stava asciugando i capelli, io lo scansai per poco, ma di contro, le tirai la spazzola che invece la prese in pieno in faccia. – Stupida cretina- urlò-te la farò pagare-. Annui e me ne andai sbattendo la porta del bagno.

Solo ora  ho capito che stavamo litigando per una cretinata e la spazzola potevo pure evitarla, ma c’est la vie, non si può tornare indietro. Lo scorso anno, quando Marleen è stata lasciata da quello stronzo maniaco del fidanzato, io e lei ci siamo avvicinate molto, l’ho confortata con qualche birra e le ho dato quello che le serviva, il silenzio. La sera del concerto supplicammo mia madre di non rompere più del solito, ma non ci fu’ verso. Inizio ad imprecare ed urlare con noi, in una lingua a me sconosciuta,  e più urlava più avevo voglia di prendere una padella e zittirla, ma d’altronde  bisogna comprenderla. Le promettemmo di non fare tardi, la rigirammo come un calzino e trenta secondi eravamo già per via. Quando iniziarono a cantare i Seventeen era già mezzanotte, la prima birra stava facendo effetto su di me e la terza su Marleen. Mentre ballavamo due tizi iniziarono a ballarci , non vicino, ma addosso,  puzzavamo di gin,controe e sudore, un mix letale al mio naso. Credo non mi ricordi neanche quanto spendemmo per tutti i giri di vodka e rhum che ci facemmo, fatto sta che io la mattina dopo quando mi alzai giurai a me stessa che non sarebbe successo più e invece eccomi qui, davanti a quindici persone che non se ne fregano un cavolo di me a raccontare la storia della mia vita  da alcolista.

-Perchè vuole dimenticare Skye?- aggiunse il dottore.

-Non mi ha chiesto cosa voglio dimenticare dottore.- dissi io.

Lo scrutai a fondo dopo la mia domanda, aveva una ruga sulla fronte, segno che si stava facendo mille domande e non ne veniva a capo neanche di una. A vederlo bene, il dottor  Ian Stephen Petersen non era nemmeno tanto male, poteva avere massimo 30 anni, capelli scuri e corti ed occhi neri come il petrolio. Vestiva bene, segno di un portafoglio non vuoto, e probabilmente si era fatto un culo enorme per lo studio vedendo fin dove era arrivato. Ma mi colpì la sua mano sinistra , intenta a scrivere geroglifici sul foglio, nervosa e sudata neanche lei sapeva cosa scrivere più.

-Che cosa vuoi dimenticare Skye?-

-Ho dimenticato dottore, non posso risponderla.-

La sua mano si era fermata e i suoi occhi mi guardavano, anzi mi studiavano. Era preoccupato e curioso allo stesso tempo. Io dal canto mio non avevo la minima intenzione di dire al  primo che passa il motivo per cui tanto dolore mi porta a bere, ma sapevo che prima o poi lo avrei detto a quegli occhi color pece. E chissà se mi avrebbero curato dal mio male.

 

Che cosa ha dimenticato Sky?

  • Un posto di lavoro (0%)
    0
  • Una cara perdita (100%)
    100
  • Un amore passato (0%)
    0
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